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Usciti dal negozio, Anna strinse il braccio al suo ragazzo, il suo uomo. Era piena di una gioia incontenibile, era felice, pienamente felice. Il volto era tutto un sorriso, gli occhi, la bocca, non sarebbe riuscita a trattenersi. Lui le mise la mano intorno alla sua che gli stringeva il braccio.

– Ah, sono felice!

– Meno male! – fece lui per prenderla in giro.

– Davvero non ti costa troppo?

– Non ti preoccupare, sto lavorando anche di domenica, serviranno a qualcosa i soldi!

– Non stai lavorando per me, vero?

– Ma no, è il mio capo che è uno stronzo. E comunque ci sono delle commesse e quelle bisogna prenderle quando ci sono.

Sotto il platano li aspettava la carrozzella, era una calda giornata di giugno, afosa persino, ma Anna dalla gioia aveva perso il sentimento del clima. Nemmeno se fosse piovuto o se fosse nevicato le sarebbe importato.

– Sai, mi sento anche stupida

– Ah! e perché? – chiese lui ridendo.

– Ma sì, mi sento stupida anche di sentirmi stupida. Bah!

– Posso sapere?

– Tu non sai, ma io ero quella agguerrita, che rompeva le palle alle mie amiche melense, ma proprio si incazzava, e adesso mi trovo a uscire da una gioielleria e con un bel ragazzo che giura di potermi comprare un anello, un vero anello di fidanzamento. E mi dico: devo essere impazzita!

– E la carrozza, allora?

– Taci! come una turista americana per la prima volta a Roma!

– E se ti vedessero le tue amiche

– Macché, non me ne importerebbe nulla, le abbraccerei dalla gioia!

Alla carrozza, lui la aiutò a salire.

– Ora ci vuole un bel gelato. – le disse.

– Ci sta!

Lui si volse verso il vetturino e disse di portarli verso il Celio, Anna si accomodò sulla poltroncina. Era tutto incredibilmente perfetto, molto meglio dei suoi sogni che pure l’avevano tormentata per quel lungo mese che non si erano potuti vedere. La carrozza prese a muoversi con passo vivace tra l’ombra verde e oro dei platani. Era realtà, una incredibile realtà; provava vertigine davanti a questa parola. Ma improvvisamente, un pensiero le attraverso la mente e si incupì.

Vedendola taciturna, lui le disse: – a che pensi?

– Penso ai miei.

– Oh, non ci pensare.

– No, invece, bisogna risolvere la questione.

– Sì, ma guarda che io dicevo così, non è un problema.

– Lo è invece e hai perfettamente ragione, bisogna dirlo ai miei, non possiamo andare avanti così.

– Perché no? l’importante è che stiamo bene noi.

– Sì, ma io ti voglio con me sempre, non voglio che ci nascondiamo, non ha senso, non stiamo facendo niente di male!

La carrozza si fermo bruscamente con un ‘ohh!’ del vetturino. Poi riprese con un passo lento.

– Mamme troppo impegnate col telefono per guardare dove vanno i bambini! – disse l’autista in tono da imprecazione.

I due innamorati scoppiarono a ridere. Ora avevano lasciato il parco e stavano attraversando una piazza, i passanti si fermavano a guardarli, i turisti fotografavano. C’erano tavoli all’aperto con gli ombrelloni aperti e camerieri vestiti di nero. Anna si diede un’altra volta della stupida per il nuovo pensiero che le era passato come un lampo in testa: siamo il re e la regina di Roma! Si girò verso di lui con occhi sognanti, lui era il suo re. Stava raggiungendo livelli di stucchevolezza che avrebbero fatto vomitare la Anna di qualche anno prima.

– Come si sta bene! – disse.

I cavalli imboccarono una salita, una via stretta tra alti e cupi palazzi, poi si arrivò a uno spiazzo che però non si poteva chiamare piazza.

– Ecco, siamo arrivati. – disse lui ad alta voce al vetturino che tirò con delicatezza le briglie dei cavalli.

– Qui? – disse Anna.

– Si, qui vicino c’è il miglior gelato di Roma, ma non ci si può andare con i cavalli.

La carrozza si fermò, l’autista scese per sistemare la scaletta, ma lui aveva già sbrigato e con passo elastico era già sulla strada. Lei ammirava questa sua sicurezza nel muoversi. Lui era così, non era un tipo che parlava molto, ma sembrava uno che sapesse sempre la mossa giusta da fare. Adesso le venne un altro pensiero da adolescente cretina: non gli dirò mai di no! scosse la testa e sorrise: sono proprio perduta, si disse. Lui la aiutò a scendere la scaletta con un gesto da vero gentiluomo, lei scese ancheggiando vezzosa e quando le fu vicino gli sorrise di un sorriso così radioso che lui non poté fare a meno di metterle le mani sui fianchi e farle intendere con forza che la desiderava. Si staccò bruscamente e torno a rivolgersi all’autista.

– Posso aspettare.

– No, non occorre, siamo vicini.

– Avete pagato per un’ora.

– Non importa, va bene così. – disse lui

Si incamminarono verso un ripido vicolo a scale e finirono dopo diversi gradini in una piazza ariosa.

– Ma da dove salti fuori? sai che sono uscita con dei veri pidocchi che contano pure i centesimi?

– Anche dalle mie parti le donne si scelgono strani compagni.

– Tu sei così generoso.

– Ma non è che sono generoso, figurati! – Si schernì lui.

Fotogramma del film Era giovane e aveva gli occhi chiari di Giovanni Mazzitelli, 2017, film probabilmente mai distribuito nelle sale.

La gelateria non faceva servizio al tavolo. Presero una coppetta lui e un cono lei, poi cercarono nella piazza un posto dove sedersi. Cera una fontana nel mezzo ma c’era troppa gente intorno.

– Vieni facciamo due passi.

Avevano bisogno di stare da soli, di non avere pubblico.

– Non è bello che possiamo fare quello che ci pare? – disse lei – che nessuno ci conosce. Io mi sento libera con te.

Lui fece un ‘mm’ di assenso mentre sorbiva il gelato.

– Mica male il gelato qui, eh?

– Spettacolare!

Attraversarono la piazza invasa dalla luce diffusa di quel pomeriggio d’estate.

– Dove stiamo andando? – fece lei.

– Davvero non hai capito dove siamo?

– Non conosco Roma, c’ero stata in gita ma avrò avuto 15 anni.

– Guarda dove siamo. – disse lui

Davanti a loro un lungo corso che declinava e in fondo si vedeva uno scorcio del Colosseo. 

– Ah, ma siamo al Colosseo!

– E questa è la via dell’albergo

– Ma vuoi già andare in albergo?

– Tu no?…

Anna colse il tono sornione di lui e non poté trattenere un sorriso.

– Comunque ho prenotato per la cena in un posto molto carino.

– Oh, un ristorante chic?

– ah, no, è un postaccio in realtà, ma che ti piacerà.

– Senti, io voglio dirlo ai miei?

– Ma cosa?

– Di noi due.

– Va bene glielo dirai, spero non stasera.

– È giusto e adesso voglio proprio che lo sappiano.

– Che poi magari sei tu che ti sei fatta l’idea che abbiano problemi con me, ma poi…

– Oddio, sono abbastanza retrogradi, guarda. Soprattutto mio padre.

– Tuo padre ha una figlia femmina, non gli andrebbe bene nessuno.

– È così anche da te?

– Altroché!

– Ma io ti trovo così bello!

– Ti piacciono i proboscidati?

– Dai, sei un centauriano, di Alfa Centauri!

– Tecnicamente sono anche un proboscidato.

– Ma non è un termine spregiativo?

– Spregiativo per chi?

– Oddio, scusa!

– Senti amore, è normale, dove ci sono delle differenze, è normale che ci siano anche delle resistenze. I nostri genitori hanno visto un mondo dove c’era solo la loro specie, ci vuole tempo, lo sai.

– A me queste cose mettono disagio, ho sempre paura che mi esca qualcosa di offensivo.

– Sì, ma non possiamo negare le differenze, sarebbe un altro modo per essere specisti. Sul lavoro mi chiamano pelleverde, però lo dicono senza cattiveria.

– Io odio gli specisti!

– I nostri figli cresceranno insieme e non si accorgeranno nemmeno delle differenze, umani, centuriani, arturiani, e persino rigeliani.

– Ma… esistono?

– Pare di sì.

– Dio mio, ma è vero che… hanno due teste?

– Eh, sì, sono dicefali.

– Non ce la posso fare!

– E pare anche abbiano anche due…

– Smettila!

– Non ti piacerebbe come cosa?

– Ho detto di smetterla!

Lui scoppiò in una fragorosa risata, poi la prese per i fianchi e si baciarono a lungo.