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Abbiamo intervistato Giovanna Repetto, prolifica autrice di fantascienza tra le più famose in Italia. Giovanna collabora con noi e ha accettato di rilasciare questa intervista nonostante i numerosi impegni editoriali.

1 – Giovanna, perché la fantascienza? Perché non romanzi e racconti “normali”

   A questa domanda potrei dare risposte a più livelli. Intanto devo precisare che non ho scritto solo fantascienza. Nella mia produzione ci sono gialli, noir, horror, testi teatrali, racconti di vario genere (addirittura normali a volte!) e perfino un romanzo per ragazzi che è arrivato in finale al Premio Bancarellino. Pratico anche la poesia, ma la mia poesia non è in vendita. Però è vero che ho sempre amato la fantascienza, sia come autrice che come lettrice o spettatrice al cinema. Probabilmente hanno avuto un impatto molto forte i film che ho visto da bambina. Soprattutto Ultimatum alla Terra di Robert Wise, prodotto nel 1951 e arrivato in Italia l’anno seguente. Per molto tempo il mio amico immaginario è stato un marziano. Questa è la risposta autobiografica, ma ce n’è anche una di tipo letterario, ed è la libertà offerta dal genere. Con la fantascienza puoi sbrigliare la fantasia nel gioco del “Se…”. Concepire un’idea e a partire da quella premessa immaginare le conseguenze. È come fare esperimenti in laboratorio. Tutti gli esperimenti che vuoi.

(2) La domanda mancante. Forse è la domanda a piacere. Oppure la domanda specchio, in cui l’intervistatore guarda se stesso. Molto intrigante. (Nota del redattore: la domanda era stata formulata, ma si è persa in un’altra dimensione, lasciamo così come indizio di altre possibilità)

3 – Potendo tornare indietro, faresti un percorso di studi e lavorativo diverso?

   Il senno di poi è il movente di molti esercizi di revisione del proprio passato. Credo che succeda in po’ a tutti di immaginare passati alternativi. Io vedo il mio percorso di vita come una linea sinusoidale che incrocia in più punti la retta virtuale che avrebbe portato direttamente e più rapidamente agli obiettivi che poi ho realizzato e che mi corrispondono. In fondo li conoscevo da sempre. Però mi domando: senza quelle digressioni, quelle esplorazioni in vicoli ciechi e a volte faticosi, sarei davvero arrivata pienamente a destinazione? È una domanda che chiede di essere lasciata in sospeso.

4 – Tu sai che ci sono autori che raccontano storie e autori che parlano di se stessi (anche quando raccontano storie); quanto è importante la tua biografia nei tuoi romanzi e racconti?

   Contesto che ci siano autori che non parlano di sé nelle loro opere. Al limite della provocazione ti dico: se hai scritto un saggio, nella scelta dell’argomento hai già detto qualcosa di te. Ma tornando a quello che mi riguarda direttamente, non c’è scritto in cui non sia presente il portato della mia esperienza. Anche nelle fantasie apparentemente più lontane dal mio quotidiano, porto emozioni reali e l’eco di eventi sedimentati nella memoria. A volte si tratta di elementi profondamente trasformati, altre volte no. Faccio un esempio. Nella raccolta La mappa dei gesti possibili, uscita quest’anno, c’è un racconto intitolato Dispensatori di felicità. Si tratta di una storia di fantasia incastonata in un contesto molto preciso e di forte valenza autobiografica. È ambientato a Genova nel 1970, e pur avendo come protagonisti dei personaggi immaginari contiene situazioni e fatti riportati con esattezza dalla mia storia personale. Il più importante è l’alluvione di Genova, verificatasi in quell’anno, di cui io sono stata testimone diretta. È un episodio di cinquant’anni fa e non avevo mai sentito l’esigenza di raccontarlo, se non a parole, ma all’improvviso è venuto fuori perché mi è apparso straordinariamente funzionale alla storia che avevo in mente.

5 – Tu sei psicologa, ma nei tuoi scritti, in quello che ho letto, vedo più un’indagine filosofica o sociale della realtà. I tuoi personaggi sono ben caratterizzati sotto il profilo psicologico, ma poi li inserisci in una determinata situazione esistenziale e guardi come se la cavano. E’ così?

   Questa domanda mi porta a individuare il fulcro della mia scrittura, la necessità che fa scattare la molla per passare all’azione. Che cosa faccio in realtà quando scrivo? Che cosa ho bisogno di mettere in scena?

Giovanna Repetto nel 2018 a Roma

La risposta è complessa e forse non potrà mai essere esauriente. Provo a esaminare tre aspetti strettamente connessi. C’è la professione di psicologa, è vero. Poi c’è la mia propensione all’attività teatrale, presente fin dall’infanzia sebbene esplicitata solo nella maturità. E c’è la scrittura. Sono manifestazioni di un unico atteggiamento interiore, che evidentemente è la cosa che mi interessa. È quello che in psicologia si chiama empatia, in teatro immedesimazione, e nella scrittura focalizzazione interna. Quello che faccio, più o meno sempre, è calarmi nel punto di vista del personaggio per descriverne l’esperienza. In fondo è un modo per vivere diverse vite. La stessa cosa succede sia nei racconti in prima persona che in quelli in terza persona. Sia che parli al passato o al presente. Sia che scelga il punto di vista di un solo personaggio o ne alterni diversi. In un romanzo noir mi sono calata in una dozzina di personaggi. È stata una specie di sfida, che a detta di molti critici si è risolta piuttosto bene. Un altro aspetto per me centrale è il tema della relazione e della comunicazione. Immaginare come possano, personaggi molto diversi, entrare in relazione e riuscire a comunicare. Questo tipo di esplorazione è una delle motivazioni che mi legano alla fantascienza. Nel racconto La camera dello sposo, inserito nell’antologia Divergender, il problema è come possa instaurarsi una comunicazione fra una donna e un alieno che si presenta in forma di massa gassosa. Se ci riescono? Ti dirò che alla fine c’è anche un filino di erotismo.

6 – A che età hai scoperto di essere una scrittrice? quando hai capito che quella era la tua strada? Come mai non prima?

   Ah ah, prima ero nella culla! Voglio dire che a nove anni, in quarta elementare, ho scoperto che la scrittura può servire a raccontare storie. Le stesse che prima raccontavo a voce o elaboravo mentalmente a mio uso. In un modo o nell’altro, da allora non ho mai smesso di scrivere. A pubblicare invece ho cominciato tardi. In parte è stato perché nella prima gioventù mi rendevo conto di vivere troppo appartata in un mondo di fantasia e avevo bisogno di far maturare la mia scrittura attraverso esperienze più concrete. Un’altra ragione è la scarsità di strumenti sociali (insieme a un po’ di timidezza e di pigrizia) che mi consentissero di trovare i contatti necessari. Senza tanti giri di parole, posso dire che internet mi ha cambiato la vita.

7 – Non si può negare che hai raggiunto una certa notorietà, pubblichi in Italia e all’estero, presto uscirà una graphic novel su un tuo romanzo, hai un nome consolidato in chi frequenta l’ambiente della fantascienza in Italia. Come vivi alla tua età questo successo? Quanto influisce sulla tua vita attuale e sulla percezione che hai di te stessa?

   Parlare di successo mi sembra eccessivo, io sento di essere in una fase intermedia, con un bel po’ di cammino da fare. Il tempo non ha importanza, sto facendo quello che mi piace e andrò avanti, dovunque mi porti la strada. Però è vero che nel frattempo ho già avuto diverse soddisfazioni, molto al di là di quello che potevo aspettarmi in certi momenti del passato in cui le prospettive sembravano scarse. La percezione che ho di me è di essere una bambina che ha sbirciato a lungo nella stanza dei giocattoli attraverso il buco della serratura, per poi accorgersi che bastava girare la maniglia. La vita riserva delle sorprese e a me piace essere a volte spiazzata, vedere un fiore sbocciare dall’asfalto invece che dal terreno che avevi dissodato con tanta pazienza. Le sorprese mi divertono, specialmente se scaturiscono da quella che io chiamo l’eleganza della casualità. Naturalmente mi riferisco a tutto quello che può succedere o non succedere nel mondo editoriale. Prima di ogni cosa bisogna scrivere. E scrivere bene.

Giovanna Repetto è nata nel 1945 a Genova e risiede a Roma, dove ha svolto la professione di psicologa e psicoterapeuta. Attualmente divide il suo tempo fra la scrittura e la passione per il teatro. Pratica diversi generi di narrativa, come il noir, il giallo umoristico, la fantascienza, il fantastico weird. Per due volte è entrata in finale al Premio Urania.  Collabora con diverse riviste letterarie, fra cui Il Paradiso degli Orchi di cui è co-fondatrice. Ha pubblicato nove romanzi e diversi racconti che sono apparsi in antologie e riviste letterarie in Italia e all’estero. Con il racconto La legge della penombra ha vinto i premio Short Kipple nel 2017. Recentemente ha pubblicato con Delos Digital Il Nastro di Sanchez (2017), primo di una trilogia che comprende Il figlio di Nergal (2019) e Tequiero. La stagione dei mostri (2019). Dal romanzo Icarus, pubblicato da Watson Edizioni nel 2018, è in preparazione un graphic novel. La mappa dei gesti possibili, pubblicata da CS_Libri nel 2020, è una raccolta che comprende due racconti lunghi: Dispensatori di felicità e La leggenda della tessitrice.