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   Clelia giocava sulla spiaggia. Aveva indossato un copricostume, e i capelli ancora bagnati le scendevano increspandosi sulle spalle. Sul corpo magro la pubertà non aveva ancora lasciato trapelare i segni del lavoro solerte che dentro stava svolgendo.

   Lanciava in aria una pallina, e si divertiva ad afferrarla prima che ricadesse. L’acchiappava al volo, con una sola mano, rovesciando indietro la testa e socchiudendo gli occhi per non essere abbacinata dal sole che era allo zenit. Per un attimo, a ogni lancio, vedeva in alto due palline, che le apparivano di ugual misura e ugualmente lontane: una fatta di fuoco e luce, l’altra opaca e morbida, che lei afferrava con il braccio teso.

   Nessuno badava a lei. Il tempo sembrava fermo.

   Di nuovo lanciò la palla, e vide le due sfere immobili sulla sua testa. Forse ci fu uno sbaglio, forse un’audacia improvvisa e unica. Mancò la palla opaca e strinse l’altra.

   Sentì il bruciore del fuoco devastarle la mano, mentre lampi di oscurità balenavano improvvisi sulla superficie del mondo.

   Aprì prontamente la mano, tendendo le dita con la forza dell’urlo che aveva trattenuto in gola. Si accasciò sulla sabbia, con il cuore in tumulto.

   Non osava guardarsi intorno, per paura che gli altri avessero visto. La mano non bruciava più, e si affrettò a raccogliere la pallina che era rotolata accanto a lei sulla sabbia. L’appoggiò sul grembo magro e rimase a capo chino, senza ancora poter placare lo spavento del cuore.

   La madre le si accostò, tranquilla.

   – Clelia, è ora di andare. Mi è anche sembrato, poco fa, che il cielo si stesse rannuvolando.

   Il segreto era salvo. Clelia tacque, alzandosi docilmente, ma non poté trattenere un fugace sorriso. Con una punta d’orgoglio pensò: era solo l’ombra delle mie dita.    

Foto di Giovanna Repetto.