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Gregorio iniziò a scendere le scale a chiocciola che lo avrebbero condotto nella cripta. Gli apparvero molto diverse da com’erano quando le aveva scese la prima volta, quando aveva iniziato a suonare l’organo: se le ricordava lucide, con gli spigoli dei gradini ben definiti, quasi taglienti. Ora, invece, gli apparivano opache, sgranate, logorate dal tempo e dalle onde sonore che, anno dopo anno, gli si erano infrante contro con sempre maggiore intensità.

Scese nel sotterraneo dove Sebastiano, il suo tiramantici, aveva allestito un vero e proprio laboratorio per poter fornire sempre più potenza a quello strumento fatto di canne e leve. Voleva congratularsi con lui e farlo partecipe della vittoria. Aprì la porta. I cardini arrugginiti emisero un laconico stridolìo, come se sapessero che quello sarebbe stato l’ultimo suono del mondo. Entrato, vide l’uomo disteso al suolo. Corse a soccorrerlo: «Sebastiano, Sebastiano!», urlò stringendo l’amico di una vita tra le braccia. «Abbiamo vinto; abbiamo sconfitto la tempesta».

Ma quello non rispondeva. Gregorio alzò lo sguardo e, per la prima volta nella vita, ammirò il tempio della scienza: in quel reliquiario che la cieca determinazione aveva dissacrato, situato dentro le viscere della Terra che l’avidità aveva prosciugato del sangue vitale, erano sparse qua e là ogni tipo di invenzioni. La cripta sembrava sconfinata: negli anni Sebastiano aveva picconato la roccia in cerca di spazio e di materiale da utilizzare per le sue macchine, aveva prosciugato le falde che a mano a mano trovava per costruire sistemi di raffreddamento e aveva impiegato gli esseri viventi che credevano di essersi nascosti per l’eternità come forza lavoro e come cibo.

Gregorio si alzò, risalì i gradini e si ritrovò dove un tempo c’era l’altare: la chiesa spoglia ormai da secoli.

Prima di avanzare verso il portone che lo avrebbe ricondotto nel mondo, si guardò le mani: erano deformi. Pensò a come gli erano apparse quando aveva iniziato a suonare. Un tempo erano state rosee, piene di vitalità, con le vene appena percettibili e le dita affusolate. Ma giorno dopo giorno, nota dopo nota, si erano sempre più inaridite assieme a tutto il resto del suo corpo e del suo spirito. Ormai sembravano i rami secchi di un albero pronto ad abbandonare la vita. Si fermò a pensare come un simile deterioramento fosse stato possibile. Poi realizzò: stava suonando da duemila anni.

All’inizio l’organo era formato da una tastiera di soli tasti bianchi e, per emettere suoni, necessitava di un uomo che azionasse i mantici con dei mattoni; era Sebastiano a fare tutto il lavoro manuale. Metteva i pesi sul mantice che iniziava a scendere mandando aria nelle canne mentre l’altra camera d’aria veniva riallargata sollevando i pesi. Poi la tecnologia fece il suo corso: Sebastiano inventò la meccanica, che gli permise di azionare i mantici semplicemente facendo girare una manovella. Lo sforzo era lo stesso, è vero, ma almeno poteva lavorare standosene seduto e meditare sulle possibili migliorie da applicare.

Il suono dell’organo col tempo aveva iniziato a fuoriuscire dalla chiesa: alcuni dei magnifici vetri colorati raffiguranti vicende bibliche erano andati distrutti dalla potenza delle onde acustiche. Le vetrate che davano verso l’esterno furono allora sostituite con dei pannelli di legno. Poi, quando anch’essi avevano iniziato a vacillare sotto le poderose e incessanti martellate degli accordi, quelle superfici erano state definitivamente murate. Nella chiesa calò un gran buio, ma Gregorio non se ne accorse: era troppo intento nella creazione delle sue armonie per badare a qualsiasi cosa venisse dall’esterno. La sua battaglia era troppo importante; era lui solo contro l’intera natura. Sebastiano, invece, risentiva molto dell’oscurità. Fu per riuscire a lavorare anche di notte che inventò la lampadina.

Agli inizi il suono che usciva dall’edificio aveva attratto molti fedeli: sembrava loro che si fosse finalmente tornati alle celebrazioni cantate e ricche di musica di un tempo. Non ne potevano più delle funzioni cupe e lacrimevoli, dove la fede veniva pianta anziché celebrata con gioia. Ma presto, quando il suono divenne troppo roboante e fu impossibile ascoltare le parole del parroco, la clientela cambiò radicalmente. La chiesa venne lentamente svuotata di tutti gli ornamenti sacri, e divenne poco più che un capannone. Vi rimasero solo due persone, una che suonava l’organo e l’altra che buttava badilate di carbone nella macchina a vapore che aveva appena inventato.

Molti scienziati del tempo vennero a sapere di una città nella quale si udiva il suono di un organo che proveniva da diversi chilometri di distanza. Sembrava loro impossibile che esistesse una fonte di energia tanto potente. Alcuni bollarono la notizia come delle dicerie di paese, alcuni vollero controllare di persona.

Galileo era passato di lì che aveva trent’anni e, mentre lucidava con Sebastiano delle lenti che avrebbero canalizzato i raggi solari per mettere in pressione l’aria nelle canne dell’organo, gli venne l’idea di puntare il suo cannocchiale non verso le navi, ma verso le stelle.

Melquíades, un zingaro con la barba arruffata, ci era entrato un pomeriggio di agosto per cercare ristoro e, sceso nei sotterranei di quello che ormai sembrava più un castello che una chiesa, con sua somma sorpresa trovò un blocco di cristallo fumante: quel giorno scoprì il ghiaccio. Carpito il segreto di quel metodo di raffreddamento dal suo inventore, lo avrebbe poi divulgato in ogni città nella quale sarebbe stato ospite.

Tesla ci era andato in pellegrinaggio tre volte: la prima vi aveva trovato un congegno che permetteva di accendere una lampada senza utilizzare fili; la seconda aveva ammirato un motore elettrico che girava senza l’ausilio di spazzole; la terza aveva visto qualcosa di così terribile da non volerne metterne l’umanità al corrente. Non aveva capito, benché fosse un genio, che, anche se lui l’avesse tenuta nascosta, qualcuno, prima o poi, l’avrebbe trovata e utilizzata.

Gregorio cominciò a camminare lungo la navata della chiesa in un silenzio che il suo cervello faticò a interpretare. Il portone era chiuso ma dalle fessure entrava qualche tenue raggio di luce. Mentre le lampade si affievolivano lentamente dopo che, conquistata la vittoria, tutti i generatori erano stati spenti, ripensò agli sforzi compiuti durante tutti quegli anni.

«Dai, Sebastiano, dai!», aveva gridato più di trecento anni prima. «Butta ancora carbone, mi serve più potenza!».

«Agli ordini, Maestro», aveva risposto il suo geniale aiutante. La tempesta tuonava sopra di loro mentre Gregorio cercava di spazzare vie le nuvole con l’aria delle canne.

E a ogni nuovo joule di energia, Gregorio inventava nuove armonie e nuovi contrappunti su quei tasti e su quelle tastiere, che con il tempo si erano moltiplicati. Non pochi erano stati i compositori che erano passati ad ascoltare ammirati quell’infinita cascata di note. Beethoven rimase così scioccato che da quel giorno il suo udito iniziò a deteriorarsi fino a scomparire. Schönberg introdusse la dodecafonia rubandola da Gregorio un pomeriggio di fine aprile.

Gregorio arrivò alla fine della navata quasi senza accorgersene. Si fermò un istante, fece un lento respiro, come il concertista prima di salire sul palco ad accogliere l’applauso, e aprì il portone.

Non vide nulla. Sebastiano aveva dovuto tagliare gli alberi uno dopo l’altro affinché la sue macchine potessero raggiungere la temperatura adatta per mandare in pressione il vapore. Poi aveva usato l’acqua, dalla cui scissione degli atomi di idrogeno e di ossigeno riusciva a ottenere un’energia insperata. Poco a poco aveva utilizzato tutta l’energia del mondo affinché il suo organista potesse sconfiggere la tempesta. Fino a compiere il gesto estremo: sacrificare la propria vita, la propria energia, per permettere il balzo finale che avrebbe consentito di vincere definitivamente la guerra.

Gregorio uscì dalla chiesa e si incamminò, vincitore senza folla ad acclamarlo, nel mondo eternamente muto che aveva creato.