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Questo lungo articolo è apparso come postfazione al libro AMUSEMENT SCI-FI di Leonardo Tonini (ed. Gattogrigio 2018) a cura di il7 – Marco Settembre. E’ davvero un articolo molto interessante, è insieme una attenta analisi di ogni racconto presente nel libro, del libro in generale e una acuta riflessione sulla fantascienza . 

 

La copertina e i disegni originali sono di Kain Malcovich©

 

  

In che misura un genere letterario piuttosto precisamente codificato come la fantascienza, caratterizzato tra l’altro (ma non solo) dall’ampio respiro nello Spazio e nel Tempo, può accompagnarsi ad una specificazione disimpegnata come quella indicata dal termine “amusement”? In effetti, la tradizione internazionale del genere anche in questo caso emerge, grazie innanzitutto al titolo, declinato appunto in inglese, di questa piccola raccolta, ma la vertigine ultramoderna promessa dalle magiche sillabe della sigla “Sci-fi” (che stanno per science-fiction, lo precisiamo per i pochi non iniziati che prenderanno tra le mani questo stuzzicante libriccino) viene stemperata dal carattere di divertimento (amusement) annunciato. Ma si può dare per certo che una data quota di disincanto e ironia attenui le velleità drammatiche o le profondità ontologiche di storie che hanno a che fare con scienza (del futuro), galassie, trasformazioni o con l’Altro? O forse il punto non è questo e si tratta piuttosto di un titolo che lascia intravedere una forma di modestia dell’autore, di quel Leonardo Tonini che, se da una parte si pone come deus ex machina di queste sei short stories, dall’altra, a bocce ferme, si sente farsi piccolo dinanzi alla massa di suggestioni che smuove con la sua fantasia? Di sicuro nella fantascienza, e soprattutto in quella classica, in cui il protagonista Uomo si confronta con i dati scientifici del suo smarrimento dinanzi ai misteri del Cosmo, non di rado la volontà umana di sfidare l’Ultima Frontiera o di affrontare sue stesse mutazioni antropologiche si scontra con la piccolezza del suo quotidiano, con le sue intrinseche limitazioni, con un apparato emotivo che è la sua più grande risorsa e il suo più problematico svantaggio. E allora da questo contrasto non possono che emergerne forme nuove di quell’ironia – parola chiave, che spiega il titolo dell’antologia – che già nell’Ottocento veniva a costituirsi non come stimolo al sorriso ma come meccanismo latore di paradossi amari che facciano pensare a come la soddisfazione delle umane aspirazioni trovi sempre ostacoli beffardi. L’egocentrismo narcisista dell’eroe romantico, spesso pensatore filosofico oltre che poeta e artista, lo porta a divinizzare il proprio ego, quando è in stato di esaltazione creativa, ma assai spesso costui si trova a ricadere nel dolente vittimismo pessimista, mentre l’ironia è il modo con cui si distacca dal confronto con la Natura, che è ciò che può farlo smarrire o perfino schiacciarlo, farlo sentire un nulla. L’ironia è un mezzo per evitare la sconfitta costruendosi una barriera che sminuisca la Natura a rischio però di minare anche il proprio valore di essere, che di quella comunque fa parte. Se da un lato, infatti, l’Io dell’artista si pone come assoluto, arrivando a considerare anche la realtà più salda come un prodotto della propria soggettività, come un’ombra o un capriccio dei propri sensi, questa sottovalutazione della realtà, il non prenderla sul serio, può portare, come detto, ad amare sorprese. A meno che non si prenda in considerazione la concezione di Friedrich Schlegel, secondo il quale “trasferirsi arbitrariamente ora in questa ora in quella sfera come in un altro mondo, non solo con l’intelletto e con l’immaginazione ma con tutta l’anima (…): questo può solo uno spirito che contiene in sé come una pluralità di spiriti e tutto quanto un sistema di persone, e nel cui intimo l’universo che, come si dice, è in germe in ogni mondo, s’è dispiegato ed è pervenuto alla sua maturità” (“Fragmente”, 1798, § 121).

Ed ecco, dunque, che in questo “Amusement sci-fi”, a dispetto della ipotesi più immediata che si possa trattare di una forma di divertissement letterario da parte di un autore orientato di norma verso la poesia, troviamo tracce sia di questo confronto cercato dall’Uomo, e poi eluso, con l’Infinito (dello spazio interstellare), che è l’espressione più universale della Natura di cui si (pre)occupavano i Romantici, sia del dubbio sullo statuto della cosiddetta realtà, che può prendere forme caleidoscopiche, riflessi della molteplicità degli io possibili (“una pluralità di spiriti”, che potrebbero essere altrettanti universi).

 

Il racconto d’apertura, “Ti sembra Tau Ceti?”, mette subito in mostra uno degli espedienti più caratteristici di Tonini: la secca decisione espressa in dialoghi per altro verso affondati nell’indeterminatezza; non ci sono descrizioni dei personaggi, e l’ambientazione viene chiarita solo mano a mano che si procede nella lettura. Chi è abituato a confrontarsi con i classici o comunque con la letteratura mainstream potrebbe restare spiazzato da un esordio del genere, eppure nella fantascienza non è così insolito: spesso si proietta sin dalle prime righe il lettore in medias res, contando sull’effetto di shock tipicamente ricercato da tutta l’arte moderna. La particolare asciuttezza di questi scambi di battute, poi, sono anche giustificati dal carattere dei protagonisti, persone dall’intelligenza spiccata ma anche pronte a tutto e indurite sia da una formazione rigidamente scientifica sia dalla necessità di reagire nella maniera più consona al disagio artificialissimo di lunghi viaggi interstellari. Sono un tipo particolare di duri, gli space-cowboys, tipi che quando devono comunicarsi la dipartita di un compagno, restano in silenzio giusto per un pugno di secondi prima di tornare ad analizzare i dati, la risposta dei motori, i segnali radar, eccetera. Questo primo racconto dell’antologia affronta proprio un classico topos della sci-fi, la più paradigmatica tra le situazioni di crisi che possano capitare a un eternauta: quella di ritrovarsi tagliato fuori dalle rotte note, naufrago in un pianeta sconosciuto. Il contrasto tra l’Assoluto che lo circonda (o che li circonda, nel caso in cui i naufraghi siano un gruppo, una squadra, un equipaggio) e la scarsamente consolante tattilità di ciò che gli è prossimo – il rifugio-bozzolo dell’astronave e tutta la strumentazione che fino a quel momento gli è servita da bussola – determinano anche sul lettore un effetto particolare, legato alla considerazione del senso di umanità messo a rischio dinanzi ad uno spazio immenso che è destinato ad inghiottire l’astronauta e la sua nave in caso di mancato arrivo dei soccorsi. Nonostante un addestramento comune, però, le reazioni nell’equipaggio possono essere assai diverse, perché se è vero che l’umanità degli astronauti persi nel buio è qualcosa che commuove, è invece sconcertante assistere a manifestazioni sgradevoli, aggressività o indifferenza, anch’esse caratteristiche dell’essere umano, che evidentemente permangono come possibilità nell’interazione anche quando si è coinvolti in sfide che richiederebbero una grande solidarietà, una superiore unità. E tra le reazioni, tenendo conto della condizione innaturale in cui ci si ritrova, può anche esserci, tra gli astronauti sperduti, lo sgomento, o la non accettazione della situazione, prese di posizione umorali che possono condurre alla follia. Dal punto di vista narrativo, poi, la follia è rivelatrice, e viene spontaneo chiedersi se Tonini avrebbe potuto insistere di più su quest’aspetto anche nel finale, con un ribaltamento di prospettiva, o se invece la sua intenzione era “solo” quella di sfrondare la situazione di ogni elemento sino a lasciare sul campo la quieta, lucida rassegnazione.

Naturalmente, gli atti quotidiani e ripetitivi compiuti da uomini rimasti isolati a molti anni-luce dalla Terra possono apparire assurdi, ma non appare assurdo e struggente anche il ritrovarsi a contemplare la volta stellata provandone meraviglia, non dalla panchina di un parco pubblico d’estate, ma da un corpo celeste che non si trova neanche sulle carte di navigazione? “La temperatura era scesa e il cielo era una distesa di stelle. Votiak prese a guardarle. Abituandosi gli occhi, riemergevano le magnitudini più basse e di seguito le altre. La galassia tagliava il cielo da un orizzonte all’altro, col suo diafano chiarore fatto di milioni di corpi celesti”. Stelle fredde, fredde analisi di un destino da affrontare virilmente. Il rischio che i soccorsi arrivino dopo l’eventuale suicidio del sopravvissuto è un “rischio comico” o forse senza vero divertimento, ironico. L’inversione di prospettiva è ventilata, come ipotesi (“E se fosse già morto? Gli venne in mente che forse era già morto e che quello che gli succedeva, il pianeta di sabbia (…) fosse solo un sogno del suo cadavere”). Ma il disperso nello spazio, fedele ai princìpi del suo addestramento, preferisce restare orgogliosamente aggrappato alla sua razionalità. In questo può farcela. Viva il progresso, dunque; il resto sono i rischi del mestiere.

 

Il secondo racconto tratta il tema delle macchine, ma con una sensibilità e con un “taglio” diversi dal solito, partendo cioè dalla riflessione secondo cui le macchine presenti ma anche future più utili sono quelle che possano aiutarci sotto il profilo sanitario, difendendoci dall’insorgere di malattie più o meno rare e/o incurabili ma anche prolungando la nostra vita, possibilmente senza renderci degli ibridi bio-meccanici, anche se la strada praticabile forse sarà proprio quest’ultima. Il tema potrebbe esser stato suggerito all’autore da qualche articolo di giornale o da qualche vicissitudine personale, com’è in fondo abbastanza comune per gli artisti e soprattutto per gli scrittori, che partono dal loro particolare per giungere all’universale di suggestioni antropologiche. In effetti, “La macchina medica”, una sorta di generico “enorme affare” dotato di sensori per scansionare l’interno e l’esterno del corpo umano, sembra non aver modificato la sostanza organica del signor Guido con innesti macchinici o elettronici, eppure i vantaggi del trattamento sono indubbi: non viene ottimizzato ogni aspetto del corpo, né viene restituita la giovinezza, però si viene guariti dalle malattie. Già così c’è il rischio di “uscire un po’ di senno per un’eccessiva sicurezza di sé”, ma d’altronde, anche quando – viceversa – qualcuno è malato, può uscire di senno parzialmente pensando che la malattia vada a placare un senso di colpa. Il racconto è infatti in questa fase decisamente psicologico, c’è proprio un analista che segue il paziente nel decorso post-operatorio. Le motivazioni profonde escono dalla bocca del protagonista che però subito dopo, per pudore, vorrebbe non averle mai esplicitate o vorrebbe ritrattarle. Il quadro è quello di un’estrema fragilità non solo di fronte alla morte e al dolore, ma anche rispetto al tempo che passa, nel qual caso si può parlare di insicurezza, ma senza che nessuno si offenda, perché il pensiero sfiora un po’ tutti, e si affronta meglio solo se la persona in questione ha una vita non avara di soddisfazioni e affetti. Il protagonista ha perso la moglie ma ha un figlio adolescente, e la problematica del recupero è quindi esposta con equilibrio e – narrativamente – con senso della verosimiglianza, anche per non turbare il ragazzo, che dal canto suo sembra entusiasta del risultato dell’operazione subita dal suo papà. Però il coup de theatre conclusivo ci mostra come in verità il protagonista – forse a causa di un modo di pensare sottilmente diverso – non si era reso conto, fino a poco prima di tornare a casa, di aver recuperato la piena efficienza fisica sicuramente, ma in un corpo non più umano ma… da lucertolone! Finale emblematico che sembra ammonire chi favoleggia di reimpasti genetici o di autoclonazioni: se si mette mano a quella speciale “pasta” di cui è fatto l’essere umano, bisogna saperlo fare tecnicamente per evitare mutazioni, ed è altrettanto necessario che si sorvegli anche su un’altra “natura”: quello dello Stato che autorizza questo tipo di modifiche, dato che – sappiamo come siamo fatti – gli interessi economico-politici possono influenzare qualunque tipo di prospettiva.

E ora, un po’ di metaletteratura, lettori belli! “La città da un miliardo di abitanti” sembra poterci far balenare davanti agli occhi un futuro iper-urbanizzato, a grande densità di popolazione ma anche sospeso in un immenso non-luogo (per dirla con Marc Augè) che è una astronave gigantesca, disancorata da qualunque pianeta e perciò in procinto di far perdere ai suoi abitanti il senso delle radici, dell’identità. L’effetto-gravità è assicurato del tutto artificialmente, mentre gli aerei sono “a levitazione magnetica” (capperi!, suona bene!), ma poi nei quartieri veleggiano in assenza di peso. I Costruttori, si legge nel testo, hanno voluto mantener ben presente nella percezione quotidiana degli abitanti che quella restava una sistemazione provvisoria, e che un giorno, anche se chissà quando – avrebbero trovato un mondo vero (in cui andare a far danni, vien da aggiungere). Abbiamo detto “testo”? Bene, perché il testo finisce qui. A questo punto, il Tonini del futuro stacca le dita dalla tastiera e inizia a far considerazioni sul suo mestiere di futuribile cantastorie e sulle sue presenti e future fortune nel mercato editoriale. Innanzitutto, “Non un parola di più e non una di meno”; l’autore è convinto di quanto ha elaborato, e si desume che non è un racconto bonsai, né una breve prosa poetica di cui chiedersi il senso, ma piuttosto la conclusione, le ultime 17 righe, non di una lunga space-opera tipo il Ciclo della Fondazione di Asimov, ma la fine di un racconto di 7000 parole. Eppure sembra un inizio; forse perché lo troviamo all’inizio del racconto. Ma non sarà uno di quei racconti concepiti come una trappola per il lettore, senza capo né coda? No, scherziamo; ci sono entrambi, e anche un tronco nel mezzo. Si tratta solo di applicarsi contemporaneamente sia a seguire la storia sia ad immaginarsi la sua genesi, con Tonini che prima scrive un abbozzo di 17 righe, poi se ne compiace ma si chiede cosa possa farne, e allora si lascia andare a riflessioni sugli scrittori del futuro, e così facendo cuce un vestito attorno al suo abbozzo, ne fa un gioco ad incastro di metaletteratura, come dicevamo, in un effetto sandwich che autorizza a pensare come anche gli scrittori che abiteranno le supermetropoli in viaggio tra le galassie in fondo partiranno sempre da ciò che è la loro realtà e la spacceranno, opportunamente ricombinata, per una trovata demiurgica di accentuata visionarietà. Demiurgico, sì, perché anche nel futuro, quando lo scrittore, freddino, sarà insofferente verso chi va “in giro a pavoneggiarsi”, basterà pur sempre un contratto di un racconto al mese per “la Rivista” a fargli tirar fuori il narcisismo da ideatore di mondi. Chissà che non sia lui il vero Costruttore. Chissà che non sia ogni scrittore colui che teme “la noia di un viaggio interplanetario” nella propria vita. Ma se “un conto era scrivere e un conto era viverci” (della propria scrittura), la frase si può intendere anche in un altro senso: un conto è scrivere, altro conto è vivere nelle proprie storie, ritagliarle sulla propria vita e cercare poi così di migliorarla. È così che fa Tonini? Glielo chiederà qualcuno alla presentazione di questo libro, magari. Perché, anche in quel futuro da sardine pressate in un cilindro da un miliardo di abitanti, la ricerca della concentrazione e il rapporto ondivago con i congiunti (la compagna Odira) sarà lo stesso, per alcuni scrittori; come abbiamo già detto, nella sci-fi l’Uomo si porta sulle spalle le proprie nevrosi, che per certi scrittori sono una specie di “scimmia sulla schiena”, una dipendenza che alimenta quest’attività così solitaria. Tonini forse gioca a considerare questo tratto come qualcosa che rende speciale il suo protagonista, ma al tempo stesso si ricorda di fargli rimettere a posto il foto ritratto della sua partner, dopo che egli ha finito la sua sessione di lavoro, e inoltre gli impone di far sedimentare le parole, staccarsi dal prodotto del suo delirio, altrimenti la noia esistenziale sua potrebbe risultargli non tanto efficacemente cancellata e, unita a quella dei lettori potrebbe scatenare la distruttività sociale. Peccato infatti che la noia a volte rifletta sé stessa anche in ciò che dovrebbe combatterla: il mondo che lo scrittore del futuro osserva dalla finestra all’alba è lo stesso che ha descritto nel suo excipit: sono le stesse 17 righe. Evidentemente, la noia e la nevrosi non l’hanno portato molto lontano da quello che è. Chi lo leggerà? Forse leggerà quella storia, dunque, un suo contemporaneo folle in crisi distruttiva, che vede il mondo affondare giorno dopo giorno e centimetro per centimetro in un mare di scorpioni di metallo, vivi, violacei ed epilettici, e che percepirà invece quel racconto come rassicurante? Oppure noi che abbiamo ancora le nostre radici, insieme ai problemi di questo nostro tempo forse banale, e vorremmo partire per andare incontro alle ansie di futuri lontanissimi? Pare che “(…) il viaggio sarebbe durato altri 10 secoli”, e le parole di questo racconto sono circa 1250, non 7000, qundi prendiamoci del tempo per capire, e intanto rileggiamolo in loop, all’infinito, oppure al contrario facciamo una pausa e mangiamo “due biscotti rustici”.

 

 

“L’invasione dei Rofo in Italia” già dal titolo colpisce per il suo carattere allarmistico che lascia presumere un’angolatura forse più da pseudocronaca che da narrazione, però, dato che l’evento ci riguarda così da vicino, uno poi si chiede: “Cribbio! Ma davvero c’è stata? E come ho fatto a perdermela?” Poi naturalmente uno ce la mette tutta per razionalizzare; ragiona e si dice: “È una cronaca che ci viene dal futuro, per forza”. Se però è proprio così, perché lo stile di questo racconto e anche il contenuto, ci rimandano così leggiadramente, pur nella gravità delle circostanze, a racconti simili scritti magari negli anni ’50 o giù di lì per stupire il pubblico ingenuo di allora? La risposta è duplice: l’autore ha presente l’antecedente notorio di Herbert G. Wells col suo “La guerra dei mondi” ma non vuole farla troppo drammatica, la situazione, preferendo far finire tutto all’italiana, o meglio “a tarallucci e vino”; inoltre l’autore ha in mente anche l’antecedente illustre, per le patrie Lettere, di Giorgio Manganelli e dei suoi scritti fantascientifici e del fantastico e vuole ammantare di una coltre di ironia una vicenda che altrimenti sarebbe più preoccupante delle risse in Parlamento. Oppure no; Manganelli in “Un UFO a Milano” scriveva: “Forse non era vero che di Milano si parlava sulle lune di Saturno; comunque, Milano era indifferente: dopo tutto, il fatto che gli UFO non venissero a Milano nemmeno per la Fiera o per il derby poteva essere la prova definitiva che non esistevano”. Questo è un esempio di pensiero italocentrico; invece Tonini afferma con certezza che nel 2097 c’è ancora qualcuno, centenario o appassionato di Storia Insolita, che ricorda l’invasione del 2007, ma il minimalismo delle navi aliene non si sa se sia un omaggio al gusto prevalente nella nostra epoca o se invece sia un segno di semplicioneria da parte degli extraterrestri: si tratta infatti di “sfere bianco perlacee del diametro di cinque metri (in realtà 4 metri e 95 centimetri)”. La precisione è d’obbligo, perché l’oggettività è un obiettivo a cui deve tendere la scienza, e le unità di misura sono determinanti: potrebbe essere utile calcolare al centimetro se poi ci si ritroverà un giorno a vendere quelle astronavi un tanto al chilo, dopo aver sterminato gli invasori. L’autore si chiede “Come mai i radar della nostra efficiente aviazione (o di quella del patto Atlantico o, ancora, quella Statunitense) non avevano segnalato l’arrivo di codesta invasione?” e riferisce anche l’attenzione delle autorità a non irritare l’alleato atlantico, già indispettito dalla mancata preferenza accordata agli States, come destinazione, da parte degli alieni. Non va oltre, però, nel rimarcare le eventuali somiglianze tra diversi colonialismi militar-culturali. In compenso non manca di sottolineare come la classe politica italiana del tempo fosse rappresentata da “una masnada di ladri”, con l’epiteto seguito da ben sette sinonimi, che per gli standard di Tonini sono una sorprendente enormità, considerata la sua inclinazione verso la sobrietà espressiva e la paratassi in particolare. Le reazioni della folla, dei giornalisti e delle forze dell’ordine sono volutamente stereotipate e quindi appaiono un po’ ridicole ma poco sorprendenti, all’insegna del raccapriccio o dello sgomento paralizzante nel vedere gli alieni uscire dalle loro sfere. Ridicole, tanto più che quegli esseri ostentano verso di noi una sovrana indifferenza, anche se senza apparenti intenti polemici: insomma non è che ci snobbino, ma piuttosto cercano al suolo l’insalata (mangiar sano è importante, potrebbe essere l’insegnamento impartito dall’alto della loro superiore saggezza) e quando la trovano alzano il volume del loro enigmatico richiamo “rofo-rofo-rofo”. Quando si dice l’ars rhetorica!… “Tonini scrive: “Su questo loro verso i linguisti sprecarono molto inchiostro senza giungere a nulla”, e per non correre lo stesso rischio analizzando questo racconto, tiro subito le somme, se ce la faccio. La gratuità delle minuziose notazioni di carattere scientifico e la leggerezza degli sparuti accenti satirici lasciano il Tempo e lo Spazio per riflettere sulla morbosa curiosità – pardon: ansia di conoscenza – degli esseri umani nei confronti di quelle apatiche mucche pluritentacolate “che, in effetti, non infastidivano nessuno”. Ebbene, i terrestri esitano prima di sorvolare sull’idea di una vivisezione di un esemplare, mentre dei ragazzacci ne abbattono uno a sprangate; “non bisogna sopravvalutare il fenomeno” del teppismo e del bullismo, certo, ma questo si può dire anche dei gruppi neo-mistici o dei difensori dei diritti umani che sembravano più propensi a gettarsi sulla novità difendendo i Rofo che a battersi contro i paragnosti paraculi, lo sfruttamento minorile, o la penuria dei lettori. Illuminante risulta l’ipotesi riportata nel testo e formulata da un teorico, Jan Bellinger, nome dietro il quale intuisco celarsi un amico di Tonini che anch’io mi onoro di conoscere: “Quindi le loro navicelle avrebbero potuto essere, secondo la teoria di Bellinger, simultaneamente qui sulla Terra e nel paese (o universo) dei Rofo ed essi, seguendo le derivazioni della teoria, potrebbero non essersi mai spostati da casa loro”. Eventualità che a questo punto, data l’incompatibilità delle due razze e l’immaturità di entrambe, conviene a tutti.

“Sparire” affronta un altro tema piuttosto sfruttato della letteratura fantastica: l’invisibilità, e in particolare l’uomo invisibile, già soggetto per diverse opere cinematografiche. Qui la brevità del testo non lascia molto spazio all’approfondimento sul piano filosofico del fenomeno, piuttosto si cerca di unire la dimensione del familiare, del consueto, a quella del non-familiare, dell’inquietante, come nella celebre formula di Samuel Coleridge. Il taglio prescelto diventa allora quello della plausibilità dell’autoanalisi psicologica del protagonista, dato che il racconto è narrato in prima persona. E dunque è apprezzabile l’intento di rendere lo sforzo di dissimulazione del panico da parte di chi sente di non potersi lasciar andare, in un ambiente affollato. Cerca di dominarsi riflettendo sulle possibili cause di un insolito malessere, si illude che, ragionando, il problema si risolva da solo, ma quello non scompare, è il protagonista, infine, a svanire. Lo specchio, insomma, non gli rimanda, nel bar, l’immagine di un doppio, ma quella di come forse viene percepito dall’esterno: una figura che tremola e si fa granulosa come un disturbo televisivo. Eppure, scrive Tonini, “non era un diventare invisibili, era un non esserci, un essere risucchiati dalla realtà”. Messa su questo piano, la situazione non sembra riguardare solo chi soffre d’un disturbo fisico o psicologico da nascondere, ma diventa una notazione esistenzialista, diversa da quella del protagonista de “La nausea” di Sartre, perché in questo caso il protagonista non ce la fa a manifestare la sua avversione verso un mondo che lo infastidisce, ma al contrario viene da esso risucchiato; in effetti è strano come lo specchio gli mostrasse un sé stesso in disfacimento mentre tutti gli avventori del locale sembravano non notare nulla, probabilmente anche l’immagine speculare non veniva vista all’esterno del soggetto. Due le opzioni: o la percezione della sparizione progressiva a singhiozzo era tutta dell’uomo finché l’invisibilità non fosse completa, oppure – ipotesi più interessante – la gente è abituata a chi è in disfacimento e fa finta di non vederlo. Si può discutere se questa indifferenza sia un atteggiamento a fin di bene o se invece, come nel racconto, determini e acceleri sempre di più l’annichilimento del “soggetto debole”. Ad ogni modo, anche chi per qualche motivo si interessa all’individuo alle soglie del non-essere, non potendo fare niente, e anzi per non essere risucchiato anche lui, dopo un po’ non se ne dà più pensiero e torna al suo lavoro. Sperando che esso non abbia come scopo programmatico quello di far sparire i poveracci; si sa, le cameriere, i barman e i cassieri delle caffetterie e dei locali simili ne vedono fin troppe, di persone, e forse ogni tanto non ne possono più e cancellano qualcuno senza neanche rendersene conto.

Anche in “L’autore”, degna conclusione di questa antologia, la dura sentenziosità dei dialoghi ci introduce ad una situazione (e un’ambientazione, per niente descritta ma chiaramente desumibile dalle battute) tipica della fantascienza: lo scambio di opinioni nella sala di comando di un’astronave. C’è lo scontro di personalità tra i membri dell’equipaggio, ma ciò è affrontato da tutti con professionalità, perché almeno si è protetti dal buio eterno dello spazio intergalattico. La sensazione di trovarsi in una casa, anche se nomade e circondata dall’ignoto, induce ad affrontare con intrepido coraggio ogni variazione dei dati di navigazione, perché la strumentazione consente poi di prendere in tempo tutte le misure necessarie a prevenire i pericoli e controbattere. Beh, no, questo è troppo ottimistico; là fuori ci può essere di tutto, non siamo in mezzo alle pianure del Kansas o al limitare del lago di Bolsena. Gli asteroidi, poi, sono davvero una piaga: vagano per il cosmo in attesa del bersaglio sfigato. Le autorità, invece, suscitano il rispetto o la cautela di alcuni e l’avversione e l’irrisione di altri, e quindi in considerazione del grado di autonomia decisionale di cui si gode nella situazione, si rischia di dibattere all’infinito su quale approccio adottare. Tonini intanto nell’alchimia dei personaggi si adopera in modo da tradurre in termini più comprensibili la terminologia scientifica, e in questi casi le simpatie dei lettori si suddividono tra i vari interlocutori, tra cui il civile a digiuno di cognizioni tecnico-scientifiche, ma qui non sono riportati i nomi, e perciò l’elemento che si fa sempre più centrale è il problema, e cioè il timore di mettere a repentaglio non tanto la spedizione, mirata a sfruttare una concessione mineraria, ma la sopravvivenza dei suoi membri. Perché un conto è sapere in astratto che là fuori ci può essere di tutto – ma in realtà procedere per mesi o anni nel vellutato silenzio del nero cosmico appena turbati dal senso di profondità siderale – altro è sentir dire a un certo punto che c’è “un’anomalia”. Ma stiamo scherzando? Il civile a bordo ha “una fifa boia”. Quando il piccolo gruppo arriva in vista dell’oggetto misterioso, una lucina sulla faccia in ombra di un asteroide, mancano le parole: “non è possibile”, “è un trucco”…? E invece è qualcosa di più radicale: è una nuova metafisica, è l’origine di questa narrazione così come di tutte le narrazioni, è l’inspiegabile che travalica il tempo, l’epitome della metaletteratura: il Costruttore di mondi che s’è autoproiettato come isolato fulcro dell’Essere, contemporaneamente all’inizio e alla fine della storia e della Storia, è il Soggetto che rende possibile il creato percependolo coi suoi sensi e con il loro prolungamento, la macchina da scrivere, dettaglio simpaticamente anacronistico. Non è un’allucinazione, perché senza di Lui non potrebbe neanche Giove essere dov’è, e identificandoci noi (scrittori e scrittori delle nostre vite) in lui e lui incarnando noi fa si crea quell’”anomalia” per cui una realtà (letteraria o non solo letteraria?) procede finché resta la mia ossessione e poi diventa vita laterale per chi la legge, mentre tutto il caleidoscopio delle realtà e delle storie passate, presenti e future non è che una biblioteca potenzialmente creata, scrivendo, da chiunque, che poi legge e si rilegge senza capire mai fino in fondo.

dom 19/3/2017 2:31

 

 

il7 – Marco Settembre

Giornalista e scrittore

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