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Lo spettacolo desolato ma maestoso di un pianeta Terra stravolto da una lunga guerra con alieni e in cui le tracce della presenza umana risultano semi-cancellate ci accoglie riempiendo il nostro sguardo all’inizio del kolossal fantascientifico post-apocalittico di Joseph Kosinski. Il regista del sequel di Tron piazza, in questo Oblivion, la presenza scenica del cinquantenne Tom Cruise al centro di scenari mozzafiato, regrediti forzatamente allo stato naturale, e cioè segnati solo da sparute vestigia della civiltà umana, sebbene la guerra con gli alieni sia stata alfine vinta. Cruise, nei panni – pardon, nella tuta – di Jack Harper, è un guardiano addetto alla manutenzione dei droni e si gode il panorama ma con più di un pizzico di nostalgia, dal momento che il conflitto nucleare ha spazzato via la Luna, con il conseguente corollario di tsunami e terremoti. In giro, a Oblivion_01svolazzare sull’equivalente futuristico di un elicottero, c’è solo lui: tutti gli umani si son trasferiti da tempo su uno dei satelliti di Saturno, e lui è coadiuvato da una donna, sua moglie (Andrea Riseborough), con cui compone una “squadra efficiente” e che lo supervisiona da una sorta di torre di vedetta sospesa tra cielo e terra in cui lo aspetta ogni sera. Inoltre un’entità suprema, che si chiama Tet, si manifesta da Titano (il satellite di Saturno di cui sopra) con i collegamenti video di Sally (Melissa Leo), che coordina Jack e Victoria. Siamo nel 2077 ed i suddetti droni a loro volta sono stati assegnati alla difesa delle gigantesche trivelle che pompano energia dal mare verso la lontanissima colonia terrestre. Le architetture visualizzate nel film possono ricordare il gusto di quel designer guru del “futurismo visuale” che è Syd Mead, mentre i paesaggi mostrano la riconquista del pianeta da parte della Natura in seguito ai postumi della guerra; la combinazione dei due elementi fa pensare in qualche caso a quell’architettura organica di cui il suo ideatore, Frank Lloyd Wright ci ha fornito un notorio esempio con la “Casa sulla Cascata” (Fallingwater) realizzando attraverso l’integrazione di elementi artificiali tecnologici anche apparentemente dirompenti e l’ambiente naturale circostante un nuovo sistema in equilibrio virtuoso. Nella locandina riprodotta qui sotto, invece, la cascata che scende tra i grattacieli è un caso spettacolare di come la Natura, come detto, potrebbe riconquistare spazi da lungo tempo sottratti dall’opera dell’uomo.
locandinapg1Non troppo diversamente da Wall-E, il piccolo robot protagonista del brillante film di animazione di SF di qualche tempo fa, programmato per riciclare rifiuti metallici, Jack è rimasto l’unico abitante del nostro pianeta, e condivide con noi, dunque, l’emozione di rievocare una finale del Super Bowl all’interno delle rovine dello stadio, mostrando, diversamente dalla sua compagna di squadra, di nutrire un’affezione umanissima per il nostro pianeta, anche se ridotto ad una riserva di energia, che manifesta raccogliendo feticci del mondo che fu per riunirli nella sua casa/museo. Mentre nelle pause contemplative semplicemente sogna un domani migliore.
Piantina annaffiata
È questo il nucleo del film, al di là della spettacolarità delle scene di azione e degli scenari emozionanti: il valore della memoria. La seduzione affascinante delle architetture minimaliste del futuro e l’efficientismo della nuova razza umana infatti non possono compensare il senso di struggente mancanza che abita quegli sterminati paesaggi dai colori sfumati, né possono spiegare a fondo il senso di oscura minaccia attribuito alla residua presenza di alieni, gli Scavengers, che però non si vedono quasi mai… se non in azioni superveloci in cui ci sembra di cogliere nella loro morfologia somiglianze naturalmente niente affatto rassicuranti con i Predator della celebre serie iniziata da John McTiernan con l’omonimo film del 1987. E gli interrogativi senza risposta sono destinati ad aumentare quando fa la sua apparizione, nella vita di Jack e nel film, un elemento di crisi rappresentato da una misteriosa donna, Julia, scampata ad un disastro. Fin lì i sensazionali effetti visivi sono supervisionati da Eric Barba (premio Oscar per Il curioso caso di Benjamin Button), ma poi nel plot la dimensione della memoria, appunto, anche sottoforma di flashbacks, si impone reclamando una prioritaria fetta dell’emozione complessiva: Jack, come se avesse visioni vintage, proiezioni nostalgiche interiori di un vecchio film hollywoodiano in bianco e nero, ritorna rapsodicamente con la mente sull’Empire State Building, cercando di ricostruire nei sogni o con la sua immaginazione, cosa accadde ad un appuntamento… Era Julia, la donna misteriosa (Olga Kurylenko) ad attenderlo, e questo, oltre che comportare il proverbiale tuffo al cuore, implica che sussiste qualcosa di profondamente incongruo nella vita che sta conducendo, e più radicalmente, nella rappresentazione della realtà che finora aveva sempre accettato. Lo spunto alla Matrix prende forma in un meccanismo narrativo piuttosto ben calibrato; d’altronde il progetto ha una genesi lontana nel tempo, risalente a prima di Tron: Legacy: otto anni fa Kosinski fece di Oblivion una graphic novel, e solo successivamente, dopo l’interessamento di Cruise come produttore, nacque l’idea di una versione cinematografica. E qualcuno comincia ormai a parlare della derivazione dei film hollywoodiani dai comics come di una costante produttiva, ormai, che non serve più da tempo a certificare la validità del fumetto come genere espressivo, ormai assodata, ma fa sentire la sua influenza oblivion-poster-1direttamente sul taglio delle sceneggiature, grazie ad esempio all’”animatic” (versione animata dello storyboard) o all’integrazione multimediale in sede di produzione vera e propria o forse alle strutture narrative e all’iconicità dei characters. Difficile, per i non studiosi delle strutture degli script, stabilire quanto questo sia vero, al di là di quelli che definirei piuttosto interscambi tra i due media di ritmi, stili ed inquadrature ed espedienti narrativi, e dei molteplici esempi di grandi trasposizioni cinematografiche delle avventure di eroi e supereroi della Marvel e dintorni, però sicuramente il personaggio di Jack è scolpito con nettezza caricandosi anche di riferimenti alla carriera di Cruise (il suo essere pilota e protagonista di missioni impossibili e capace di resistere anche ad invasioni aliene, come in La guerra dei mondi, dall’omonimo romanzo di Herbert G. Wells) ed è chiaro anche il debito nei confronti di opere filmiche di genere più o meno recenti, da La fuga di Logan (il film) e Modello due di Philip K. Dick a Moon di Duncan Jones e, volendo, La seconda odissea di Douglas Trumbull, per il contrasto tra il ricordo del vero volto del nostro pianeta e la freddezza tecnologica del nuovo Ordine. In Oblivion non è la sensibilità ecologica ad agitare la superficie delle apparenze, come detto, ma la questione della memoria e dell’identità, due concetti evidentemente ben connessi. In una distopia post-apocalittica come sempre visivamente affascinante al cinema, che ci porta più o meno inconsciamente ad apprezzare i pur grami tempi in cui ci dibattiamo, la speranza di una ricomposizione della verità è paradossale che sia affidata ad un personaggio che è un clone. E secondo alcuni è paradossale che il dibattito post-moderno sui simulacri baudrillardiani, dopo Blade Runner e il già citato Matrix si sia spostato sul piano bio-etico della clonazione senza trovare altre soluzioni narrative. A noi sembra che invece, tutto sommato, il gioco di specchi con cui la proliferazione di cloni di Jack Harper/Tom Cruise trova il suo inceppo in un clone che si ritrova a scrutare oscuramente attraverso il telescopio a gettone sul tetto del grattacielo, sia una evidente metafora delle rifrazioni dell’inconscio da cui nascono indubbiamente molte patologie ma in cui il senso d’umanità rintraccia molte delle sue radici. In questa moltiplicazione caleidoscopica – un fuori-campo tutto da immaginare – è fatale che emerga un elemento che spezzi la rigidità di un’organizzazione (aliena) basata sull’impostura. Morgan Freeman fa onestamente la sua parte (in tutti i sensi), come capo dei ribelli, per capovolgere la percezione dello status quo 

5157dtJA9sL._SX342_da parte di Jack e degli spettatori, ma la sua prestazione stavolta non ruba la scena. La trama risulta tutto sommato convincente anche se non imprevedibile e non di grande complessità, ma la confezione di sicuro si impegna a riscattare i difetti che i più incontentabili ravviseranno, grazie agli effetti visivi supervisionati da Eric BarbaL’incubo totalitario, per di più gestito da una razza aliena parassitaria, risulta ovviamente insopportabile, ma bisogna riconoscere, al di là del film, che l’ansia di perfezione fa scaturire mostruosità, ed il conflitto natura/cultura andrà governato, nel mondo reale,  con una certa attenzione al tema della clonazione se vorremo evitare il rischio non magari di farci clonare da extraterrestri schiavisti, ma di autoinfliggerci privazioni della libertà. In questo senso l’happy ending del film rende meno preoccupante e amaro il risvolto di filosofia morale. Eppure il dubbio permane: se la clonazione dei soggetti dal fumetto (o graphic novel che sia) al grande schermo non è una catastrofe ma anzi sembra benedetta dai botteghini, è possibile che anche la clonazione umana sia un bene, anzi proprio un antidoto alla morte? “Della serie”: muore uno, ecco che subentra un altro identitariamente identico (non solo nell’aspetto esteriore)?
locandinaDi certo il racconto della lotta per la riconquista della supremazia dello spirito sulla tecnologia, in Oblivion, sembra ribaltare il presupposto molto più contemporaneo e attuale, condotto dal regista nel suo lavoro precedente, Tron: Legacy, di riscoperta dell’umanesimo proprio dentro il tecnologico e non in sua opposizione; eppure il finale del film non esclude questa lettura. Ci piace pensare, insomma, come sopra accennato, che le copie, essendo composte anche di elementi inafferrabili, se vogliamo metafisici, non siano perfetti duplicati e che siano in qualche impercettibile, salvifica misura, diverse l’una dall’altra come… le fotocamere lomo, con cui infatti ogni scatto acquista quell’alone di passato segreto senza cui non ci si può proiettare nel futuro neanche a cavallo del più facile entusiasmo sull’ingegneria genetica. “Ma che dici?” – chiederanno i disincantati – “In fondo è solo un film!” Assolutamente da vedere, però!

il7 – Marco Settembre

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