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Quando venni a sapere che Blade Runner avrebbe avuto un seguito non sapevo se esserne felice o no. L’esperienza di Matrix Reloaded e Matrix Revolution mi faceva storcere il naso all’idea che uno dei film di fantascienza più significativi del XX secolo potesse essere rovinato da un sequel non all’altezza. Era successa la stessa cosa con la trilogia prequel di Guerre Stellari (per motivi anagrafici per me rimarrà sempre questo il titolo della saga), che non aveva aggiunto assolutamente nulla all’affresco dipinto dai primi tre film, finendo quasi col rovinarne la mitologia.Blade runner 2049

A questo punto vi starete chiedendo il perché del titolo, cercando di indovinare cosa possa legare Alice nel Paese delle meraviglie a Blade Runner 2049… Sarei tentato di dirvi che non c’è nessuna connessione, tanto per rimanere in tema di non sense, ma in realtà un nesso esiste e spero che alla fine dell’articolo vi sia chiaro. 

Charles Lutwig Dodgson, meglio conosciuto come Lewis Carrol, nacque a Daresbury il 27 gennaio 1832.

Scrittore, matematico, fotografo, logico e prete anglicano britannico, divenne celeberrimo grazie a due romanzi: le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.

Carrol era titolare della cattedra di matematica presso il ALiceChrist Church College di Oxford, ma trovava l’insegnamento noioso. Questo scarso interesse si rifletteva sulla qualità delle sue lezioni, che egli stesso giudicava fredde e poco coinvolgenti. Trovava invece molto piacevole la compagnia di ragazzi e ragazze giovanissimi (al punto da suscitare sospetti di pedofilia), e spesso li ritraeva con la sua macchina fotografica, anche se pochissimi di quei ritratti sono giunti fino ai giorni nostri (la maggior parte di essi furono distrutti dopo la sua morte, avvenuta nel 1898). Questo intenso interesse per il mondo dell’infanzia lo rendeva particolarmente abile nell’interpretare i desideri e i sogni dei bambini, e fu proprio questa sua peculiare sensibilità a permettergli di creare il Paese delle Meraviglie, la patria del non sense e del paradosso logico, il luogo che ogni bambino vorrebbe visitare. Nell’opera di Carrol, Alice, nel tentativo di raggiungere un meraviglioso giardino, si trova ad affrontare una serie di situazioni bizzarre in cui si getta a capofitto senza mai pensare alle conseguenze, circondata da una pletora di personaggi folli e indimenticabili.

Qual è il punto di forza del libro? A mio parere è la totale libertà espressiva che si respira in ogni scena: Alice passa da un incontro all’altro senza avere la minima idea di cosa si troverà davanti, e il suo stupore coinvolge anche il lettore che la accompagna nella vicenda. Alice nel paese delle meraviglieIl film d’animazione del 1951, nonostante abbia ricevuto all’epoca un’accoglienza a dir poco tiepida (anche a causa di vicende produttive piuttosto travagliate), risulta divertente e abbastanza fedele allo spirito originale del libro, pur declinando la storia nel classico stile Disney. Trascorso un rispettoso numero di decenni, qualche dirigente Disney in crisi creativa ha pensato che fosse ora di dare un seguito alla vicenda. E chi meglio di un visionario come Tim Burton poteva far rivivere personaggi mitici come lo Stregatto e il Cappellaio Matto?

Così, nel 2010 è uscito Alice in Wonderland, in cui un’Alice diciannovenne fa ritorno nel paese delle meraviglie per compiere una missione. Questa, tratta da Wikipedia, è la sinossi del film:

“Alice, ormai diciannovenne, non ricorda più nulla delle sue avventure nel Paese delle Meraviglie, ma fa ancora i sogni delle esperienze di 13 anni prima. In seguito alla morte del suo tanto amato padre, Alice partecipa ad una festa, salvo poi scoprire che si tratta, in realtà, di un espediente per permetterle di ricevere la proposta di matrimonio dal giovane lord inglese Hamish Ascot. Interdetta innanzi alle centinaia di persone che la stanno fissando, aspettando la sua risposta, decide di scappare, inseguendo nel bosco il celeberrimo coniglio che aveva già visto in precedenza: il Bianconiglio. Dopo una breve corsa la ragazza vede il coniglio gettarsi in un grande buco nel terreno ai piedi di un piccolo arbusto. Incuriosita, si sporge per capire dove questa buca porti, ma nel farlo perde l’equilibrio e vi cade dentro.Alice_in_Wonderland

Dopo una lunga caduta, Alice si ritrova in un’ampia stanza, dove può sentire alcune voci. Per passare attraverso una piccola porta, beve la fialetta con sopra scritto “Bevimi” che la fa rimpicciolire, anche se, avendo dimenticato di prendere la chiave dal tavolino, deve momentaneamente ritornare grande grazie ad un pezzo di torta “Mangiami”. Uscita dalla minuscola porta, si ritrova in un giardino, dove ci sono il Bianconiglio, il Ghiro, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco che usano il termine “Sottomondo” per riferirsi al Paese delle Meraviglie, e che parlano di Alice come di una salvatrice. Alcuni di questi appaiono, però, dubbiosi e non vedono in lei l'”Alice giusta”.

Turbati dal dubbio, il gruppo si reca dal Brucaliffo, che gli mostra l’Oraculum, una pergamena magica capace di illustrare gli avvenimenti futuri, che mostra alla piccola compagnia che il destino di Alice è quello di uccidere, nel Giorno Gioiglorioso, il Ciciarampa, un mostro sanguinario simile a un drago al servizio della Regina Rossa. Tuttavia, il bruco afferma anche che la ragazza “prelevata” dal Bianconiglio non assomiglia quasi affatto alla vera Alice.”

“Non assomiglia quasi affatto alla vera Alice”: l’affermazione del Brucaliffo mi trova completamente d’accordo, ed è proprio questo il nocciolo del problema. La protagonista del libro è una bambina capricciosa e incosciente, quella del film una giovane donna molto determinata.

Il film si basa su una serie di eventi, tra loro logicamente collegati, che culminerà con la morte del Ciciarampa per mano di Alice, come predetto dalla pergamena magica. La storia corre su un binario fino alla sua logica conclusione, rispettando la sintassi cinematografica ma tradendo lo spirito del libro. Come una fotocopia in bianco e nero, il film di Burton conserva alcuni tratti dell’opera di Carrol ma ne perde i colori e la magia, a dimostrazione del fatto che accostarsi a un mito è un’operazione nel migliore dei casi alquanto rischiosa. Ed è proprio questa sorta di “lesa maestà” che mi ha portato ad accostare Alice nel Paese delle Meraviglie a Blade Runner.

In ambito fantascientifico, e non solo in quello, il film di Ridley Scott è considerato un capolavoro assoluto. Ma cos’è che lo rende  eccezionale?

Blade runnerNon la complessità della trama, che anzi è quasi evanescente. Rick Deckard, ex cacciatore di replicanti, viene richiamato in servizio, suo malgrado, per un ultimo incarico: eliminare 6 replicanti provenienti dalle colonie extra mondo sbarcati illegalmente sul pianeta. Muovendosi in una Los Angeles buia, piovosa e decadente, (completamente diversa da quella reale), Deckard porta a termine la missione.

Philip K. Dick, autore di “Ma gli automi sognano pecore elettriche?”, da cui Blade Runner è liberamente tratto, era ossessionato dalla percezione del reale e dalla sua alterazione ad opera di droghe o di nuove tecnologie, tematica che si ritrova anche in questo romanzo. Il Deckard letterario, molto più grigio e anonimo di quello cinematografico, a un certo punto della vicenda si trova ad avere a che fare con una centrale di polizia parallela di cui non conosceva l’esistenza e che gli fa dubitare della sua stessa esistenza: è davvero un poliziotto oppure è un replicante convinto di esserlo?

Nel film questo aspetto è presente ma in modo molto sfumato. Il dubbio sulla vera natura di Deckard viene insinuato in maniera sottile solo nella versione Director’s Cut, grazie alla reintroduzione di alcune scene tagliate, ma non rappresenta un aspetto fondamentale della vicenda, tanto da poter essere tranquillamente omesso senza che il film perda nulla della sua forza.

Il tema portante della storia è se i replicanti possano essere considerati (e considerarsi) umani, ma la risposta a questa domanda viene lasciata alla sensibilità dello spettatore, come avviene anche in “Ghost in the shell”, il capolavoro di Mamoru Oshii, ambientato in un mondo in cui il confine tra biologico e artificiale è sempre più difficile da individuare.

Torniamo quindi alla domanda iniziale: cos’è che rende Blade Runner l’indiscutibile capolavoro che è?

Penso che ogni appassionato abbia la “sua” risposta, ma io sono convinto che il merito sia da attribuire all’atmosfera incredibile che lo permea, talmente “densa” da oltrepassare i confini della storia raccontata e da penetrare con forza nell’immaginario collettivo. Camminare con Deckard nei vicoli ingombri di immondizia di quartieri quasi spopolati, vedere un dirigibile volare su Los Angeles per sponsorizzare le colonie extra blade-runnermondo, osservare immagini pubblicitarie che coprono interi grattacieli o scendere verso la piramide della Tyrrel Corporation su un flyer della polizia sono spettacoli che mozzano il fiato, grazie alla splendida fotografia di Jordan Cronenweth e alla suggestiva colonna sonora di Vangelis. 

William Gibson, pioniere del cyberpunk, in una vecchia intervista raccontò che quando andò al cinema a vedere il film rimase traumatizzato, perché il suo primo romanzo, che doveva ancora essere pubblicato, era già tutto lì, sullo schermo. Si trattava del celeberrimo Neuromante, che io considero il più bel romanzo di fantascienza mai scritto. A ben vedere, però, le due trame non hanno molti punti di contatto, quindi cosa motivò il commento di Gibson?

Ciò che accomuna Neuromante e Blade Runner è l’atmosfera, la costruzione maniacale di un futuro caotico, distopico e multiforme di cui sembra possibile sentire odori e sapori. In entrambi i casi si percepisce con forza la sensazione che al di fuori dell’inquadratura esista un mondo sconfinato, di cui la storia che stiamo seguendo rappresenta solo un piccolo frammento.

In un’intervista rilasciata nel 1954, Hemingway raccontò che quando scriveva adottava il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile erano sempre sommersi. Tutto quel che lui conosceva poteva essere eliminato, lasciato sott’acqua, in modo da rendere l’iceberg più solido.

Nel caso di Blade Runner, almeno per me, è esattamente così. La pervasività delle pubblicità, onnipresenti, enormi, racconta un mondo in cui tutto si può produrre e vendere, in cui qualsiasi cosa ha un prezzo, anche la vita umana, ma tutto ciò rimane sullo sfondo, non esplicitamente dichiarato, almeno fino al momento in cui Rachel dice a Deckard: Io non sono nel business, io sono il business.

Il rischio che Blade Runner 2049 finisse per snaturare la magia dell’originale era altissimo, come per Alice in Wonderland ma, a mio parere, in questo caso la scommessa è stata vinta.

Quando furono diffusi i trailer di Blade Runner 2049 non riuscii a farmi un’idea precisa della trama. Mi era parso di capire che si incentrasse su uno scontro tra umani e replicanti in stile il “Pianeta della Scimmie”, e sapevo che in quel caso non mi avrebbe entusiasmato. Invece quel tema, anche se presente, è lasciato sullo sfondo a rendere più solido l’iceberg, come la linea di basso in un pezzo rock. In BR 2049 l’impatto visivo è fortissimo, i casinò abbandonati di Las Vegas, soffocati dalla sabbia del deserto, sono resi in modo incredibilmente dettagliato, ma è la storia a fare la parte del leone. La trama, come nell’originale, non è particolarmente complessa, ma permette ai personaggi di risaltare come gemme su un drappo di velluto nero. Alla fine ci si trova quasi sopraffatti da uno spettacolo visivo sontuoso e da una serie di suggestioni che rimangono impresse in profondità. Non tutti i nodi vengono sciolti, non tutto viene raccontato, ma non si rimane delusi.

Non so se BR 2049 sia o meno un capolavoro, quello sarà il tempo a stabilirlo, però in questo caso gli autori si sono accostati al mito con intelligenza, rispetto e grande passione.

 

Rino Salvati 

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