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Avevamo iniziato a parlare del libro fotografico “Esterno, giorno” e della sua genesi come progetto e anche come esempio attuale di confronto serrato tra fotografia e scrittura qui, citando diversi illustri ascendenti. Ma per una valutazione matura e consapevole del rapporto tra testo ed immagine va assolutamente considerato l’apporto dello scrittore Michel Tournier, autore, oltre che di romanzi e racconti, anche di opere composite incentrate sulla descrizione di fotografie, sia come pratica allografa, nel senso che il testo interpreta foto scattate da altri (Tournier conobbe maestri come Man Ray, Brassai, Lartigue, Kertesz, Bill Brandt e altri e ne ricavò un’ampia cultura fotografica) come nel Vues de doslibro fotografico “Vues de Dos”, con gli scatti di Edouard Boubat, sia come pratica autoriale totalmente autonoma, quando cioè sia testo che immagini sono prodotte da lui. Vues de dos 2 - pimg_705175124770496Dunque lo scrittore francese, considerato un classsico, vincitore del premio Goncourt, e scomparso proprio a Gennaio di quest’anno, è responsabile dell’attribuzione di dignità letteraria, quantitativa e qualitativa, alla didascalia. L’insieme testo-immagine per lui era un’opera ibrida, inscindibile in quanto la somma si fa portatrice di significati diversi da Vues de dos 1 - pimg_705175124770499quelli delle componenti singole. La didascalia in alcuni casi è assolutamente necessaria perché offre alla foto la sua “voce mancante”, in altri casi lo scrittore, che era anche studioso di fotografia, rispettava l’indecifrabilità dell’immagine e galleggiava, per così dire, su un piano contemplativo, rinunciando all’interpretazione. A dispetto del dibattito tuttora aperto sull’opportunità di accompagnare un testo alle immagini fotografiche, che i puristi della fotografia possono considerare come limitativo, Tournier fu deciso nel proporre, dell’immagine, un supporto testuale integrativo scarsamente referenziale e fortemente connotativo, di chiare ambizioni letterarie. Mentre per Susan Sontag la polisemia dell’immagine non deve essere spezzata da definizioni rigide e univoche, come

American Intellectual and Writer Susan Sontag

Susan Sontag

scrive nel suo saggio “Tradurre letteratura”, del 2004, e nel ’73 affermava che le parole parlano più forte delle immagini sovrapponendosi alla percezione oculare del dato visivo, bisogna ricordare che altri due eminenti studiosi del campo come il filosofo e

Walter-Benjamin

Walter Benjamin

sociologo francofortese Walter Benjamin (in “Piccola storia della fotografia”, contenuto nel celebre “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”), e il semiologo e critico strutturalista Roland Barthes erano più aperti alle possibilità di

R. Barthes

Roland Barthes

un’integrazione tra i due linguaggi: il filosofo tedesco avvertiva che lo shock indotto dalla fuggevolezza ed enigmaticità della fotografia potesse inibire i meccanismi associativi del fruitore e che la “letteralizzazione” operata dalla didascalia potesse ricondurre l’immagine in un più certo alveo di comunicabilità sottraendola all’approssimazione; il semiologo francese, dal canto suo, in “The photographic message” (1961), ribadiva il concetto parlando della “catena fluttuante di significati” la quale espone a quel “terrore dei segni incerti” che la didascalia ha lo scopo di contenere.

È dunque in relazione a questo autore, che nel 2011 non conoscevo, che posso meglio riconsiderare il lavoro da me fatto in “Esterno, giorno”: come Philippe Dubois (si veda il suo “L’atto fotografico”, del 1983, un testo che parte dalle basi teoriche gettate da Roland Barthes in “La camera chiara”), sono sempre stato consapevole, anche in qualità di fotografo io stesso, incline all’individuazione di dettagli metropolitani enigmatici, che ogni immagine fotografica isola una porzione arbitraria (auspicabilmente selezionata con sensibilità artistica) della realtà, passibile di interpretazioni altrettanto arbitrarie e potenzialmente fuorvianti in contesti di documentazione giornalistica o a fini legali; anche Tournier era conscio di ciò e dubitava dello statuto di realtà rivendicato originariamente dalla fotografia arrivando ad affermare che “la fotografia potrebbe dire ‘sono una verità che non cessa mai di mentire’”. Una volta dato questo assunto come acquisito – e così è oggi, nel 2016, pacificamente, specie da quanti “giocano” creativamente proprio sul limite tra fedeltà alla visione e immagine costruita (staged photography) o manipolata digitalmente), io personalmente non mi sono fatto più scrupoli di Tournier nello stabilire che si potesse oscillare, all’interno di un testo di supporto e approfondimento di un’immagine fotografica, tra descrizione/didascalia e narrazione/interpretazione, forte, senza saperlo, della stessa intuizione che ha portato a suo tempo lo scrittore francese, in “Le crépuscule des masques” (1992), ad affermare Le crépuscule des masquesche in fondo “un’immagine senza “legenda” non è concepibile”, laddove in francese, più che in italiano, dove le G fanno la differenza, c’è una possibile confusione tra le due accezioni del termine: légende è infatti sia la nota esplicativa di un’immagine sia la leggenda, cioè quel tipo di narrazione che mescola in modo incerto e inestricabile verità storica e affabulazione più o meno popolare.

Tournier

Michel Tournier

Esemplificando, nel saggio sul fotografo Edouard Boubat due delle didascalie di Michel Tournier sono decisamente più corpose, avvicinandosi a quelle scritte da me nel mio lavoro del 2011 in coppia con Scirè; in una di esse lo scrittore francese si applica a ricostruire gli ipotetici pensieri del fattorino che, nella fotografia, passa in bicicletta

Il furgone a triciclo

“Il furgone a triciclo”

accanto ad un’automobile di lusso: ebbene, sono immaginati i sentimenti misti di invidia e desiderio del fattorino che sogna il momento in cui anch’egli potrà salire la scala sociale e permettersi un simbolo di status come quello, e poi c’è una digressione storico-sociale sull’usanza della mancia e sulla sua influenza psicologica sull’incremento del divario tra le classi. La conclusione è simile a quelle che io ho adottato nel mio esordio letterario: un personale commento, ironico ed affettuoso insieme, rivolto al soggetto della fotografia, strategia squisitamente letteraria che permette al lettore di sentirsi in familiare empatia col soggetto, facilitata naturalmente dalla parallela immedesimazione visiva, che raddoppia l’effetto.

A livello di analisi semiologica, naturalmente, il contributo più organico viene dal succitato Roland Barthes, che sosteneva innanzitutto che la fotografia è un “anàlogon” del reale (da cui l’espressione fotografia analogica, precedente all’era digitale) perché non è necessario disporre di un codice (come quello linguistico) per leggere il riferimento di una foto al dato reale, fatti salvi i dati su proporzione, prospettiva e

quote-the-photographic-image-is-a-message-without-a-code-roland-barthes-56-69-13

Citazione di Roland Barthes: “L’immagine fotografica è un messaggio senza codice”.

colore. Ovviamente con la fotografia digitale sono possibili avanzatissime manipolazioni e perfino la costruzione di scene inesistenti e tuttavia verosimili, ma il giudizio sulla relativa autosufficienza della foto analogica è condivisibile. Al tempo stesso, lo studioso francese rilevava come nell’ambito giornalistico – a cui io appartengo quando mi dedico a scrivere i testi per “Esterno, giorno” – la sorgente di emissione del messaggio è la www.edilet.it:pubblicazioni.asp?action=readone&idpubblicazione=98redazione come insieme di tutti i responsabli della pubblicazione della fotografia e del testo (giornalistico) ad essa correlato, il ricevente è ovviamente il pubblico, e il canale di trasmissione è il giornale in senso ampio e più nello specifico il complesso di elementi che racchiudono la fotografia in questione, dal nome del giornale all’impaginazione, alla didascalia, per finire con l’articolo. Di fatto dunque l’informazione dipende da due strutture: quella testuale, e quella, a suo modo autonoma, dell’immagine. Linee, superfici, colori… tutto ciò concorre a far attribuire all’immagineuna sorta di ineffabilità, che la rende intraducibile verbalmente proprio in quanto in fondo non coincidente neanche con il dato reale di cui costituisce il riflesso tecnologicamente ottenuto. Se poi la descrizione verbale che la accompagna, anche la più esatta, rappresenta pur sempre un “messaggio secondo” che significa qualcosa di diverso da quanto mostrato, dunque una connotazione, al pari della eventuale componente di “stile”, “scrittura” o “trattamento” individuabili nell’immagine stessa (posa, disposizione ricercata degli oggetti, assemblaggio in sequenze fotografiche), tanto vale non cercare di appiattirsi necessariamente sul dato visivo. La denotazione invece costituisce la funzione mirata ad indicare semplicemente ed in maniera essenziale ciò che viene mostrato; rispetto a questo, il testo che accompagna un’immagine può essere visto come un “messaggio parassita” (ed è interessante lo storico ribaltamento di prospettiva con cui l’immagine soppianta il testo come fulcro dei messaggi), dato che più il testo si avvicina all’immagine, più si qualifica come semplicemente denotativo, considerazione confermata dalla disposizione del testo rispetto all’immagine, cioè sotto ad essa, nell’impaginazione più tipica. Anche per questo in “Esterno, giorno” si è pensato a porre le foto di Francesco Scirè a lato delle mie interpretazioni, in modo che le prime

Distanze (in)finite

“Distanze (in)finite”, foto di Francesco Scirè

risaltino come standing alone e che ogni volta il mio testo, libero, parta da una di loro e segua la sua strada allontanandosene fino a far voltar pagina al lettore.

È ancora Barthes a distinguere tra due funzioni del testo in affiancamento ad un’immagine: quella di ancoraggio e quella che definisce di ricambio: è chiaro che in ambito giornalistico (come in tutti i contesti in cui è opportuno condurre uno sforzo di oggettività o aderenza al dato visivo) si cerca di limitare l’incertezza e favorire al contrario l’identificazione il più chiara possibile degli elementi raffigurati restando legati ad essi (ancoraggio) orientando la percezione e l’interpretazione, ma è altrettanto evidente che in altri domini della comunicazione, più vicini all’arte, come il fumetto o i disegni umoristici, dice Barthes, l’altra funzione può manifestarsi come spezzoni di dialogo o spunti in grado di alimentare una forma più o meno completa di narrazione.

La parola, dunque, anche se considerata più fragile, almeno secondo il noto refrain che recita “un’immagine val più di mille parole”, recita un ruolo chiave nella simbiosi tra i due elementi, perché si presenta come veicolo comunicativo semplice e rassicurante, ma poi, grazie alla sua portata potentemente connotativa, si propone come codice predisposto a far passare interpretazioni “non autorizzate”, per indirizzare anche in modi non ortodossi la decodifica dell’immagine, per suggerire chiavi di lettura eccentriche capaci eventualmente di portare alla luce i processi di manipolazione soggiacenti ai due linguaggi, visivo e verbale, e magari accennare anche alle motivazioni politico-sociali che possono in altri contesti, diversi da quello artistico-filosofico, esser dietro a tali manipolazioni. È alla luce di queste considerazioni, e di altre a più ampio raggio, che Barthes conclude che forse è ancora eccessivo considerare la nostra come la “civiltà dell’immagine” perché il potere della scrittura conserva ancora i Società dell'immagine + Warhol-Marilyn-smallsuoi poteri. Oggi questa affermazione va però probabilmente meditata, perché ci si trova in un’epoca di nuova oralità in cui il linguaggio quotidiano delle masse trova nuovi canali – i new media– in cui è costretto a declinarsi in forma scritta, ma anche se, in quanto espressione di opinioni comuni, non dispone di particolari privilegi, rappresenta tuttavia semiologicamente il fronte in avanzamento di un nuovo concetto di democrazia che, al netto delle cadute di stile, sembra veicolare una prepotente voglia di decisioni pubbliche partecipate, come dimostrano l’ascesa di movimenti populisti (in senso tecnico e non spregiativo) in Italia e all’estero.

https://ediletteraria.wordpress.com/2011/10/26/esterno-giorno/
https://www.ibs.it/esterno-giorno-libro-francesco-scire/e/9788896517864

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