Premessa

Nel nostro Universo tutto invecchia: i pianeti, le stelle, le galassie… Stando a quanto afferma Hawking, anche i buchi neri possono evaporare, anche se in tempi dell’ordine dei miliardi di anni.

L’arte però è un’eccezione alla legge universale dell’entropia. Molti libri non invecchiano, o lo fanno con grazia, mostrando relativamente poco i segni del tempo. Ancora oggi leggiamo l’Iliade e l’Odissea, scritti quasi 3000 anni fa, o la Divina Commedia, che porta splendidamente le sue 700 primavere. Questo non vale per tutti i libri, ovviamente, dato che molti finiscono presto o tardi con l’apparire irrimediabilmente datati.

Nella fantascienza, letteratura di anticipazione per antonomasia, questo aspetto è particolarmente accentuato. Le previsioni sbagliate in certi casi stridono come ingranaggi male oliati, in altri fanno tenerezza. L’idea di un astronauta del 2345 costretto ad aspettare diversi minuti che le valvole della sua radio iperspaziale si scaldino per poter trasmettere un messaggio fa sorridere, ma questi anacronismi non sempre rendono meno godibili le storie raccontate, anzi, a volte contribuiscono a dar loro una gradevole patina vintage.

Ma cosa fa sì che un romanzo di fantascienza funzioni anche a distanza di decenni?

Probabilmente una risposta univoca non esiste: per parafrasare Tolstoi, tutti i brutti romanzi si assomigliano fra loro, ogni capolavoro è grande a modo suo. Credo tuttavia che sia possibile identificare e analizzare alcuni degli elementi che caratterizzano una buona storia mettendo a confronto due romanzi che presentano molte somiglianze, “Il satellite proibito” di Algis Budrys (1960), e “La città labirinto” di Robert Silverberg (1968).

I due romanzi

Del primo, la quarta di copertina del numero settembre 1991 dei Classici Urania racconta:

Sulla Luna esiste un labirinto nel quale nessun uomo è mai riuscito a sopravvivere per più di pochi minuti o poche ore. Ma questo enigmatico ambiente non è che l’enigma centrale di un romanzo molto più complesso e ricco di sorprese. Non sono uomini qualunque quelli che tentano l’impresa pressoché disperata di entrare nel labirinto, ma esperti addestrati al rischio altissimo del teletrasporto. É con questo sistema, infatti, che gli esploratori vengono “catapultati” sulla Luna ed è con questo sistema che, se potranno, dovranno riuscire a salvarsi. Una storia tesa e drammatica di Algis Budrys, un libro secco e asciutto come una missione che non può fallire.”

Questa è invece la quarta di “La città labirinto” (The man in the maze), pubblicato nel numero 498 di Urania:

“Le talpe elettroniche e i robot ricognitori vengono stritolati, inceneriti, polverizzati, uno dopo l’altro: mandibole d’acciaio, laghi roventi, trabocchetti fotoelettrici, schemi deformanti, pareti di fuoco, fulminei marciapiedi a tagliola inghiottono e dilaniano i volontari. Ma ogni errore, ogni nuova vittima fa guadagnare qualche metro nella millenaria città labirinto: al centro, inavvicinabile, c’è Richard Muller, l’unico abitatore, l’uomo che da nove anni vive d’odio e di ricordi, e che bisogna ad ogni costo convincere ad uscire dal suo esilio e ad accettare una missione da cui dipende la sopravvivenza della specie umana.”

Il motivo per cui ho scelto questi due romanzi è che, pur con alcune differenze, condividono la stessa idea di base: la scoperta di un manufatto alieno di cui si ignora la funzione e la cui esplorazione si rivela estremamente pericolosa.

Sullo stesso tema ricordiamo anche il capolavoro di Arkadij e Boris Strugackij, “Stalker” (1979), il racconto “Hinterland” (1981) di William Gibson, parte dell’antologia “La notte che bruciammo Chrome” (1986), e l’intera serie dell’Universo Heritage di Charles Sheffield, per citarne soltanto alcuni.

L’idea è così suggestiva da rappresentare un irresistibile incentivo alla lettura, e questo è senz’altro il primo punto a favore di entrambi i romanzi, ma come ho avuto occasione di dire in un precedente articolo, il sense of wonder, di per sé, non basta a sostenere una trama se non è accompagnato da una forte coerenza interna.

Procediamo quindi con l’analisi.

L’ambientazione.

“Il satellite proibito” è ambientato in un futuro prossimo rispetto all’epoca in cui è stato scritto. Anche se manca un riferimento temporale preciso, si tratta probabilmente degli anni 70-80 del secolo scorso, ovviamente “alternativi” rispetto a quelli che abbiamo vissuto realmente, ma perfettamente riconoscibili. Russi e americani hanno entrambi basi sulla Luna, e c’è molta tensione tra i due paesi. In questo contesto, gli americani scoprono un manufatto alieno in prossimità della linea del terminatore lunare e decidono di mantenere il segreto. Lo scopo è riuscire a esplorarlo e a smantellarlo prima che i sovietici si accorgano dell’operazione, ma con la morte dei primi esploratori le cose si complicano notevolmente.

L’ambientazione del romanzo è solida e plausibile. Budrys non spende molte pagine per delinearla, ma lo fa con tocchi leggeri e in modo non invasivo, sfruttando soprattutto i dialoghi. Da sottolineare come questi ultimi risultino sempre credibili, scevri dall’effetto spiegone caratteristico di tanta fantascienza di serie B. Per “effetto spiegone” si intende l’artificio letterario in cui, per dare informazioni al lettore, i protagonisti iniziano un dialogo del tipo:

«Come lei ben sa, il professor Pinker Pall scopri l’iperpropulsione nel 2125.»

«Intende quella che fu poi perfezionata dal dott. Huno Akkaso nel 2134?»

«E poi utilizzata attivamente a partire dalla missione Skywalker del 2150. Sì, mi riferivo proprio a quella.»

Un dialogo del genere è forzato e fuori luogo, in quanto i personaggi coinvolti non hanno nessun bisogno di scambiarsi quelle informazioni e l’intento di parlare al lettore è più che evidente. Introdurre la vicenda in modo “trasparente”, tramite un dialogo credibile e ben costruito, è cosa ben diversa.

Il romanzo di Silverberg è invece ambientato in un futuro lontano nel quale l’umanità ha colonizzato l’intera galassia senza incontrare altre forme di vita intelligente, con due sole eccezioni. La prima delle due civiltà vive su un pianeta eternamente coperto di nuvole, ed è presso di essa che Richard Muller, il protagonista del romanzo, ha svolto l’ultima missione, quella che lo ha marchiato in modo indelebile spingendolo a fuggire su Lemnos, il mondo della città labirinto.

Muller riesce in qualche modo ad arrivare al cuore dell’antichissima costruzione aliena, unico essere senziente che sia mai riuscito nell’impresa, e vi rimane indisturbato per nove anni, finché una nuova minaccia, rappresentata dalla seconda civiltà, spinge il suo antico mentore a chiedergli di tornare in gioco. Ma perché l’incontro abbia luogo occorre che i componenti della spedizione arrivino vivi al centro del labirinto, dove Muller, determinato a non farsi raggiungere, li attende protetto dagli antichissimi e letali sistemi difensivi della città.

In questo caso l’ambientazione, semplice e di grande effetto, viene costruita in modo naturale grazie ai dialoghi tra i membri della missione di salvataggio, alle riflessioni personali di Muller e ai flashback che mostrano il suo passato.

La trama

Qual è il motore delle due vicende? Gli avvenimenti chiave sono coerenti con le premesse?

Ne “Il satellite proibito”, facciamo subito la conoscenza di Hawks, un fisico la cui azienda sta lavorando su un trasmettitore di materia per conto del governo degli Stati Uniti. Il dispositivo è in grado di memorizzare un organismo fino al livello subatomico e di convertirlo in un segnale elettronico trasmissibile anche a grandi distanze. Nel processo il corpo viene completamente disintegrato e convertito nell’energia necessaria al funzionamento della macchina. Ma il dispositivo fa di più: può salvare il segnale su nastro e riprodurlo un numero illimitato di volte.

È proprio quest’ultima caratteristica a rendere di fondamentale importanza il progetto di Hawks, nel momento in cui viene scoperto il manufatto lunare. Il primo essere umano che vi mette piede muore dopo pochi secondi, e così succede a coloro che vi entrano successivamente. Inoltre la via d’accesso non può essere utilizzata come uscita: si può procedere solo in avanti, e a ogni passo la morte è in agguato. Continuare a esplorarlo equivale a condannare a morte decine di astronauti della base lunare senza la certezza di riuscire nell’impresa.

È a quel punto che Hawks scopre un fenomeno singolare legato all’entanglement quantistico: se il trasmettitore crea due copie della stessa persona, e una delle due viene tenuta in condizione di privazione sensoriale, per un certo numero di minuti le due menti rimangono collegate indipendentemente dalla distanza.

Il fenomeno viene sfruttato in modo geniale ma crudele: una delle copie viene inviata sulla luna, l’altra in un ricevitore sistemato nel laboratorio e mantenuta in stato di privazione sensoriale. Alla morte dell’esploratore del manufatto, la seconda copia ne conserva i ricordi. Ma la morte violenta è un’esperienza che non molte menti umane sono in grado di sopportare, e presto Hawks si trova alle prese con una serie di esploratori resi catatonici dal trauma. Le alte sfere sono orientate a chiudere definitivamente il progetto, a meno che Hawks non risolva in fretta il problema, ma l’unico modo di farlo è trovare un uomo in grado di passare indenne attraverso la morte.

L’espediente letterario funziona, e il fenomeno dell’entanglement quantistico apre scenari sul tema del doppio molto interessanti da esplorare. Tuttavia lo scopo di Budrys non è tanto ottenere la verosimiglianza scientifica, quanto creare lo sfondo perfetto per i suoi personaggi, che rappresentano il vero punto di forza del romanzo.

Ne “La città labirinto”, la trama prende avvio dall’incidente occorso a Muller durante la missione sul pianeta delle nebbie. Dopo molti mesi passati a cercare di comunicare senza successo con i nativi, una notte Muller subisce un intervento che lo trasforma profondamente, anche se sul momento non se ne rende conto. È solo quando entra in contatto con altri membri della razza umana che capisce di essere cambiato: la sua mente emette una sorta di radiazione che rende insopportabile rimanergli accanto, un flusso costante di angoscia che travolge chiunque tenti di avvicinarsi a lui: una sorta di cancro dell’anima.

Muller cerca di venire patti con la sua nuova condizione, ma presto si rende conto che non c’è spazio per lui nel consorzio umano e decide di rifugiarsi nell’unico posto della galassia in cui nessuno potrà mai raggiungerlo, il labirinto di Lemnos, ancora inesplorato dopo secoli.

Costruito da un’antica razza ormai estinta, il labirinto è sopravvissuto ai suoi creatori e costituisce una minaccia mortale per chiunque voglia affrontarlo, disseminato com’è di trappole e animali feroci. Muller, più o meno inconsciamente, vi penetra cercando la morte, ma questa pare evitarlo, tanto che riesce a raggiungere il centro del labirinto e a rimanervi indisturbato per 9 anni (questo, a voler essere pignoli, è forse l’unico punto debole della trama, in quanto non viene davvero spiegato come Muller sia riuscito nell’impresa. Ma nell’economia del racconto si tratta tutto sommato di un peccato veniale).

Le cose cambiano quando una nuova razza fa la sua comparsa nello spazio colonizzato dall’umanità. Si tratta di esseri enormi, originari di un gigante gassoso, la cui mentalità è talmente aliena da rendere impossibile qualunque tentativo di comunicazione. Privi come sono di arti, questi esseri hanno sviluppato tecniche avanzate di controllo mentale, con cui sottomettono altre creature non senzienti che utilizzano come forza lavoro.

Quando anche gli umani cominciano a cadere sotto la loro influenza, i tentativi di comunicazione diventano sempre più frenetici. L’ipotesi è che gli alieni non si rendano conto che anche gli essere umani sono creature senzienti, essendo l’intelligenza un evento raro nella galassia, ma la barriera culturale sembra troppo elevata per essere superata. L’ultima speranza è il ricorso a una forma più essenziale e profonda di comunicazione, che solo Muller può garantire, grazie alla sua condizione.

Occorre quindi raggiungere il centro del labirinto e convincerlo a collaborare. Ma non sarà un’impresa facile.

I personaggi

Finora abbiamo analizzato gli sfondi dei due romanzi, i palcoscenici sui quali si svolgeranno le rispettive messe in scena, ma perché queste risultino credibili è necessario che lo siano gli attori della vicenda e le loro motivazioni.

Un personaggio ben riuscito è in genere tridimensionale, sfaccettato e non sempre prevedibile, ma ciò non significa che possa comportarsi in modo del tutto illogico solo per fare un favore all’autore.

L’esempio classico è quello del cattivo di un thriller di serie B abituato a eliminare rapidamente e senza pietà chiunque lo ostacoli, il quale, nel momento in cui finalmente ha l’eroe in suo potere, invece di sparargli in testa e chiudere la questione, senza alcuna necessità decide di giustiziarlo utilizzando qualche sorta di letale marchingegno, da cui ovviamente il protagonista riuscirà a venire fuori incolume.

Di fronte a scelte narrative come questa anche lo spettatore/lettore più ingenuo storce il naso, perché si tratta di una forzatura evidente, un artificio che permette alla storia di proseguire ma rivela nel contempo la pigrizia dell’autore.

Tornando ai protagonisti del primo dei nostri due romanzi, e alle loro motivazioni, perché Hawks, nonostante l’enorme costo in vite umane che il progetto implica, decide di portarlo avanti comunque? Cosa lo spinge?

La caratteristica fondamentale di Hawks è la logica: è incapace di gestire i rapporti umani, ma riesce senza difficoltà ad analizzare il fallimento dell’esperimento che ha distrutto la mente di un giovane soldato. Non può e non vuole fermarsi perché in lui la sete di conoscenza è più forte di qualunque altro sentimento.

Ma gli serve la persona adatta, quella in grado di sopravvivere dove tutti gli altri hanno fallito, e per trovarla si rivolge a Vincent Connington, il direttore del personale della ditta incaricata del progetto, il quale sostiene di conoscere l’uomo perfetto per la missione. Perché Vincent accetta di fornire un candidato probabilmente condannato a perdere la ragione nel tentativo di esplorare il labirinto? Perché l’uomo a cui sta pensando è l’amante della donna che lui desidera e spera così di liberarsene.

In ultimo, perché Al Barker, cui fin dall’inizio viene detta tutta la verità, accetta quella che sembra una missione suicida? Perché è un drogato di adrenalina, ex paracadutista ed ex assassino dei servizi segreti, amante degli sport estremi, il tipo capace di percorrere a 90 km orari una strada dove sarebbe già pericoloso andare a 30. Barker ha corteggiato la morte per tutta la sua vita, le ha sacrificato una gamba, sostituita da una protesi, ed è più che mai deciso a sfidarla per l’ultima volta.

I tre vettori motivazionali, cui si unisce quello di Claire, seduttrice compulsiva che ruota intorno a Barker come una falena intorno alla fiamma, e che lo lascia per Vincent quando Al incontra l’unica donna che abbia mai veramente desiderato, la signora con la falce, si sommano algebricamente in modo perfetto spingendo noi e la storia lungo la rotta programmata.

Il cuore del racconto è costituito dal rapporto conflittuale che si viene a creare tra Barker e Hawks, passione contro logica, e che alla fine cambierà entrambi in modo profondo. A Budrys interessa soprattutto questo, il dramma messo in scena dai protagonisti. Il labirinto in sé è un McGuffin, un artificio che permette alla storia di compiersi ma di cui il lettore non scoprirà nulla.

La cosa funziona? Oh, sì, funziona alla grande. Come un dramma shakespeariano, che risulta attuale perché ruota attorno ai più profondi sentimenti dell’animo umano, anche “Il Satellite proibito” si legge ancora con grande piacere e fa vibrare corde profonde nel lettore.

Al centro del secondo dei romanzi troviamo invece Muller, un personaggio per molti versi affine al Barker di Budrys. Muller ama il rischio e le sfide, e quando gli viene proposta la missione su Beta Hydri IV, il pianeta delle nebbie, accetta senza pensarci un attimo, nonostante sappia di avere poche probabilità di uscirne vivo. In questo caso il motore delle sue azioni è la ricerca della gloria, anche a costo della vita. Ma l’incidente che gli sconvolgerà l’esistenza cambierà completamente la sua weltanschauung e lo spingerà a isolarsi da tutti per non infliggere al prossimo, e di riflesso a se stesso, una sofferenza insopportabile.

Charles Boardman è un diplomatico esperto, un abile manipolatore che ha messo le sue competenze al servizio dell’umanità. Per ottenere risultati non si fa scrupoli a spingere il suo protetto ad accettare una missione ad altissimo rischio.

Dopo la catastrofe di Beta Hydri IV, Boardman lascia che Muller scelga la via dell’esilio, ma quando si rende conto di avere ancora bisogno di lui, per un compito ancora più pericoloso del precedente, non esita nemmeno un istante. E dato che conosce Muller meglio di chiunque altro, sa di aver bisogno di una leva per costringerlo ad accettare il nuovo incarico.

Ned Rawlins, giovane e ingenuo, è il figlio di un amico di Muller prematuramente scomparso. Ammira moltissimo Muller, ed è convinto che quest’ultimo accetterà senza esitazione la missione che intendono proporgli, visto che rappresenta l’ultima speranza di evitare un conflitto devastante. Ma Boardman non nutre la stessa fiducia e arruola il ragazzo per usarlo a sua insaputa come strumento di pressione sul suo ex allievo.

Anche in questo caso tutto funziona alla perfezione: le motivazioni e i sentimenti dei personaggi si incastrano tra loro come i meccanismi di un orologio di precisione, regalandoci un romanzo di altissimo livello, all’altezza di “Brivido Crudele” e “Shadrach nella fornace”.

Conclusioni

Alla fine di questa lunga disamina, possiamo dire con certezza cos’è che fa funzionare un romanzo di fantascienza? La risposta è no, almeno non in senso generale, in quanto ogni successo letterario nasconde in sé una certa dose di mistero. Quello che sento di poter affermare, però, è che in entrambi gli esempi citati, al di là dell’idea di base, siano i personaggi a fare la differenza. La loro complessità li rende vivi e brillanti, e le emozioni che li animano splendono come stelle di prima grandezza, verso cui non si può fare a meno di volgere lo sguardo.

Pur avendo necessariamente raccontato molto di entrambi i romanzi, ho omesso di parlare dei rispettivi finali, nella speranza che vi sia venuta voglia di leggerli.

Annunci