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Recensione a cura di Carla Cenci dell’antologia di racconti avantop, tra fantascienza e grottesco, scritta da il7 – Marco Settembre ed edita da Edilet.  17/9/2016

Non avrei mai immaginato di leggere una cosa così spassosa, nel suo eccentrico sperimentalismo lessicale e immaginifico, nelle sue tortuosità barocche, comicamente grottesche e surreali, quanto profondamente dolente e ironica, innestata su una speciale sensibilità umanistica.

Questa “cosa” è la silloge di racconti Elucubrazioni a buffo (ed. Edilet, 2015) di Marco Settembre, anche detto icasticamente il7, personalità eclettica e poliedrica, che annovera tra le sue attività anche quella di giornalista, artista visuale e fotografo di genere urban.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Lui in realtà si schermisce definendosi qua e là un “artistoide un po’ bislacco”, ma se cadiamo nella sua rete, certi di trovarvi al più una buona lettura d’evasione, postmoderna e un po’ gaudente, ci accorgiamo presto con sorpresa che si tratta di ben altro. Di un gioco a nascondino, infatti, che Il7 conduce per guidarci, con mosse sfuggenti, nelle apparenze di un teatrino facilone e buffo, pronto a erompere in una performance sapiente e incisiva. Un bravo illusionista. Ci attira in un universo dalle forme ridanciane e liquide, disimpegnate, per poi colpirci e lasciarci indelebilmente feriti.

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Fotoritratto de il7, di Carlo Gallerati

I dieci racconti di Elucubrazioni a buffo, elaborati in un arco cronologico decennale (2002-2011), ci stupiscono per molti versi. L’autore si manifesta un pirotecnico, eccellente fantasista dell’avantpop, genere di ascendenza statunitense in cui si amalgamano e si esprimono con ulteriore efficacia istanze presenti in modalità centrifuga nel calderone della narrativa postmoderna, distintive di altre contigue tipologie creative, e non di rado speculari, dalla bizarro fiction al new weird, dal cyberpunk al cyberfantasy: l’assurdo e il grottesco, la satira e la parodia, il fantastico e la fantascienza, formulate nel verso di una costante sperimentazione stilistica e linguistica.

Nell’avantpop tutto può felicemente confluire, ma con la drammatica differenza di operare per una ricerca espressiva tesa a trasferirsi oltre il postmoderno, superandolo con spirito avanguardistico fondato prima di tutto su una inedita sensibilità. Quest’ultima, pur riprendendo la lezione delle avanguardie novecentesche, ha come pulsione primaria quella di trascendere il loro negativismo, che si esprimeva nella critica verso la cultura borghese e la società di massa, per abbracciare invece i disvalori che recitano la loro tetra parte nel presente massmediatico, informaticamente ed economicamente globalizzato, tecnocratico. Disvalori che sarebbero così assunti, consumati e infine superati in una formidabile palingenesi estetica, che porterebbe anche all’annullamento dell’attuale paludato sistema dell’arte e di quello editoriale, a favore di un rapporto mediatico diretto, anzi, co-partecipato, tra autore e fruitore.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Marco Settembre, con un eclettismo non a caso frequentatore delle avanguardie dada e surrealista, nonché appassionato di fantascienza, si innesta umoristicamente deciso in questo metamorfico scenario, dichiarando in modo schietto i suoi maggiori riferimenti narrativi: Burroughs, Bukowski, Lansdale, Vonnegut, Adams, Gibson, Ballard, a cui aggiungiamo, in appendice cinematografica, Cronenberg. Questo però solo per quanto riguarda l’elenco di lignaggio anglosassone, che si allunga ulteriormente con alcuni illustri nomi della narrativa nostrana: Landolfi, Manganelli, Benni e finalmente Calvino.

Iniziamo ora la discesa negli inferi particolari della scrittura de il7, ed entriamo subito in una rara e ossimorica capacità di equilibrio, dove le accumulazioni barocche non sconfinano in barocchismi gratuiti, e l’energia ipertrofica di un lessico anarcoide non degenera nell’anarchia. L’esagerazione in una intangibile misura, per una singolare abilità di compenetrare esuberanza ludica e serietà analitica, satira sociale e attenzione psicologica, vacuità cialtronesca e coatta e acuminata ironia, parodia e compassione umana, assurdità surreali e concretezza realistica, smaglianti illusionismi fantascientifici per un’umanità perdente e comica, ordinaria e bizzarra, stretta interiormente dalla malinconia.

I racconti in cui quest’ultima opzione, di segno fantascientifico, si diversifica con esiti narrativi importanti sono Lato, Rito sacrificale, Ab origine e Far finta di niente.

In Lato, il proteiforme contesto fantascientifico si fa cornice per una espressionistica satira dell’editoria di massa, teso solo a compiacere un pubblico di consumatori più che di veri lettori. In un ristorante esclusivo ultra psichedelico, congestionato da personaggi e oggetti assemblati caoticamente in un amplesso lussureggiante e bizzarro, percorso da sciami di camerieri robot e attraversato da “una passerella virtuale sospesa, composta di opulente bolle d’aria ‘gazzosa’ colorate con sesamo e cannella”, su cui si susseguono “con movenze scomposte una dozzina di donne-pesce-gatto slanciate e perverse”, si consuma la discussione tra il magnate dell’editoria Printerbottom (significativo cognome…) e lo scrittore Joe, che vorrebbe perseguire un percorso letterario meno commerciale. Il povero Joe non sembra avere la meglio sull’arroganza cinica del mega imprenditore. Spetta a Lato, un irrispettoso quanto canagliesco essere a metà tra un mollusco, un crostaceo e un tentacolare pezzo di carne dalla forma imperscrutabile, che dovrebbe costituire il pranzo di Printerbottom, ribaltare la situazione. Egli infatti, con uno scaltro stratagemma, in una sorta di contrappasso, fagocita il magnate e lo imprigiona in una dimensione da cui non può più nuocere. Se Printerbottom esprime l’allegoria dell’avida e onnipotente imprenditocrazia dell’arte, Lato rappresenta il genio estetico che lotterà senza desistere contro di essa, lo spirito creativo, bizzarro e indomito che mai smetterà di insidiarla, infaticabilmente teso a ribaltarla dalle fondamenta.

Quando poi, in Ab origine, si pone ironicamente alla base di una civiltà aliena, da cui la società umana dovrebbe prendere esempio, la controcultura di miti bislacchi e comici, personificati da divinità bizzarre e psicopatiche, in Rito sacrificale la fantascienza appare come il corredo spumeggiante di un’invettiva satirica nei confronti di una Terra politicamente in mano a gente miope e presuntuosa, oltremodo convinta della propria superiorità. Qui incontriamo il diplomatico Beggart, in missione presso una popolazione aliena considerata primitiva e inconcludente. Egli in realtà è cifra allegorica di un’umanità ottusa e decaduta, priva di energia, abitante di un pianeta desolato e dedita a sopravvivere in un formalismo iperburocratizzato.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Per questa sua corrotta natura, Beggart non riesce ad accorgersi di trovarsi di fronte ad alieni solo apparentemente barbarici, espressione invece di una vita immaginativa e artistica propulsiva, fondata su una forza primigenia lontana dalla competitività, libera da sovrastrutture e condizionamenti culturali e sociali. Peccato per la sua miopia, perché forse eviterebbe la condanna ad essere sacrificato, insieme al compagno antropologo, al “categorizzante e autocratico Buhr O Khrat”, indefinibile e spaventoso mostro-nulla necrofilo.

Far finta di niente tratta invece un’umanità dislocata nel mondo del “giorno dopo”, post-apocalittico, di cui per l’autore i prodromi sono già pesantemente presenti nell’epoca attuale. L’elemento fantascientifico in questo racconto vive nell’atmosfera cupa e persecutoria del dopo bomba e nell’intrusione, seppur senza eccessi macabri, del body horror, con una fugace strizzatina d’occhio in direzione di Burroughs. Siamo ormai di fronte a uomini mutanti, attraversati da paranoie insolvibili, che provano a far finta di essere ancora quelli del “giorno prima”, senza ovviamente riuscirci.

I racconti appena visitati, oltre ad essere, come evidenziato, terreno prolifico per contorsionismi fantascientifici e contaminazioni nel senso del comico, dell’allegorico e del satirico, sono anche il banco espressivo di uno stile linguistico sperimentale che il7 gagliardamente ci fa gustare, in sintonia con la contemporanea postmodernità neobarocca analizzata da Omar Calabrese.

Ci immergiamo negli intensi accumuli semantici, nelle lunghe file di parole che costruiscono pacchetti di neologismi a favore di atmosfere, forme e determinismi che i nostri sensi non hanno (ancora) mai realmente sperimentato, in una smania quasi isterica di piegare la materia linguistica nell’intento di liberarla paradossalmente da se stessa. Tutto ciò costituisce il dinamismo e l’orizzonte estremo in cui si evolve l’innovazione linguistica dell’autore.

In quest’ambito, se la professione di interesse de il7 per la fantascienza vive in gran parte delle affinità, a livello di sensibilità tematica e di soluzioni stilistiche, con gli esponenti più illustri del filone di marca anglo-americana, è sicuramente presente in lui pure quella tradizione delle patrie lettere, che si radica nell’impeto non solo fantastico e visionario, non di rado umoristicamente impegnato con la fantascienza, ma anche energicamente plurilinguistico. La tradizione inaugurata da Dante e che, pur dentro analogie e differenze e con vari esiti stilistici e linguistici, passa per Gadda e si dirama ulteriormente nelle opere degli autori che il7 ci ha già indicato come suoi punti di riferimento importanti: Landolfi, Manganelli, Benni, Calvino.

A dirla tutta però, Marco Settembre, non sappiamo quanto consapevolmente, si innesta soprattutto nell’alveo del fantastico con la passione per il concreto, per l’effetto scandalosamente realistico, di marca dantesco-gaddiana. Il suo amore per i pastiches, la mescolanza inestricabile di registri basso e alto, comico e drammatico, il citazionismo gergale, l’invenzione di neologismi, l’enciclopedismo descrittivo, che sotto la caoticità d’effetto nasconde una precisione maniacale, si risolvono in un effetto straordinario di realtà, della sua complessa e polimorfica stratificazione.

Al potente esito realistico contribuiscono, comunque, tutte le ascendenze letterarie prima ricordate, anglo-americane e nostrane, in cui svolge un ruolo significativo anche la tecnica della narrazione multifocale presente nell’opera di Dick.

Un risultato immersivo che sorprende, tanto più in quanto parliamo di una scrittura che non sembra fare del realismo uno dei suoi intenti primari, anzi, ma che paradossalmente, proprio grazie all’opzione descrittiva multilinguistica, all’adozione di una tecnica narrativa straniante e poliprospettica, all’attenzione per le differenziazioni sociologiche e psicologiche, riesce a ricreare il groviglio della nostra complessa e contraddittoria, disgregata e instabile esistenza.

Questa fisionomia plurilinguistica de il7 è clamorosamente presente anche in un altro memorabile racconto, Dandysmo coatto, ulteriore esilarante prova della sua capacità di osservazione sociale. La narrazione si focalizza in un deformato e bizzarro scenario umano, in cui si staglia in tutta la sua comica vacuità il cialtrone dalla battuta facile e frescacciara, per il divertimento di famiglie trucide ma arricchite. I Crombi, danarosi borgatari, hanno adottato per i loro pomeriggi di svago lo “Scapsulo”, soprannome di un ragazzotto emarginato variamente definito un “virtuoso delle stupidate”, un “dandy coatto”, un “giullare derelitto”. L’ospitalità che gli viene riservata è costituita da un’accozzaglia involuta di sentimenti che spaziano dall’ammirazione al dispetto, dal sadismo al paternalismo, dal sentimento sincero di amicizia alla violenza crassa. Ma lo Scapsulo, in fondo autentico dandy, riesce a destreggiarsi tra le insidie come una figuretta leggera e sfuggente, come un acrobata in equilibrio sull’invisibile. Proprio grazie alla sua fantasiosa cialtroneria, che lo conserva “così torpidamente sgangherato e malinconicamente esplosivo malgrado gli affronti del tempo”, e grazie all’arte bislacca della dissimulazione, egli può al momento giusto sostituire se stesso con un alter ego fantasma, che resta a prendere le botte, per niente affettuose, dei Crombi, finché il finale, in compagnia anche di altri attori rocamboleschi e folli, non ricomponga l’”equilibrio” di partenza.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Si tratta di un racconto in cui l’autore estremizza il virtuosismo barocco della parola, teso ad oltrepassare la misura, in una spirale grottesca e irresistibilmente ludica, dove risalta senza ombre l’abilità del neologismo, del nonsense e l’arte del pastiche, quest’ultimo splendidamente rappresentato dall’inserimento di un testo parodico di critica d’arte. Accanto inoltre alla percezione di inoltrarci, attraverso l’irrealtà, nella più tenace delle realtà, magari proprio nei momenti più ridanciani e infernali, incontriamo quanto avevamo accennato all’inizio: la paradossalità di una misura classica, una “ludica serietà” che apre qua e là, inaspettatamente, fessure da cui si può intravedere il movimento rapido e fuggevole di un’armonia che non avremmo mai immaginato di trovare lì.

Come nel passo in cui lo Scapsulo descrive il suo dandysmo paragonandosi alla “gratuità di una ciambellina in mezzo ad una pozzanghera’, disse una volta autocitando una sua frase in cui parlava di sé in terza persona e assumendo il tono di un narratore a corto di personaggi”. La conclusiva degradazione comica, lo sberleffo finale in direzione dell’ingiustificata vanità del personaggio deve fare i conti con la delicatezza dell’immagine che dondola tra i due poli di una ciambellina e di una pozzanghera. L’autore ci porge, senza sentimentalismi, in un flash di poesia, una singolare capacità di leggerezza, e ci coinvolge per un profondo istante nel senso drammatico di una vita dolentemente avvolta dall’insensatezza.

Viaggiando ora in un’altra notevole prova di Elucubrazioni a buffo, ecco che ci imbattiamo non tanto in un sapiente estremismo linguistico, quanto piuttosto in una sbrigliatissima vena surreale, sempre tuttavia sostenuta da una fantasiosa e inusitata dovizia lessicale. Il racconto di cui stiamo parlando è Visite inattese, dove ancora una volta ci colpisce la presenza di quei flash poetici in perfetto equilibrio e sintonia con il tessuto stilistico circostante.

Nell’appartamento fatiscente di Craig Foster, personaggio derelitto e borderline, si dipana l’incasinatissima e onirica azione del racconto. Come un infimo teatro della più desertificata metropoli, si affolla di tipi umani – e pure alieni – variamente fuori di testa, frantumati nella rincorsa frenetica di mete che si ingarbugliano tra loro rivelandosi ora qua ora là assurdamente stupide o fasulle. Nel pentolone convivono in un viluppo insolubile la satira sulla TV, con i suoi falsi ottimismi e plagi consumistici, la parodia della macchina del reality, dispensatore casuale e crudele di illusionistici divismi, gli strali contro i manipolatori mediatici e occulti delle coscienze. Sono bersagli che il7 centra servendosi di una tecnica narrativa iperbolica, che attinge variamente dal dinamismo serrato di gag comiche, da fumetto e da cartone animato, e che usa gustosamente gli espedienti degli equivoci verbali, del nonsense in alcuni ragguardevoli sproloqui, dell’arguta ironia, fino a irretirci dentro aperture descrittive, umoristiche certo, ma rivelatrici del sostrato umanistico che condiziona la sua scrittura, strampalerie comprese.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Così, una sequenza di surrealismo spassoso e scatenato, evocatrice di certe indimenticabili scene di “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”, si adagia inaspettatamente in una ripresa insospettabile del filo della malinconia, con la splendida chiusa analogica tra un portone e la bocca di chi è ormai insensibilmente ubriaco: “Le più sguaiate manifestazioni di giubilo, tra la troupe, seguirono quell’annuncio: un tecnico immerse la testa in un secchiello pieno di birra e usò il suo ciuffo come pennello su tutte le facce che gli capitavano, un assistente di scena sfondò un megafono urlandoci dentro le tonsille, il massaggiatore si tirò su la maglietta di flanella e si percosse il panzottone facendolo risuonare come un bongo. In capo a tre minuti erano tutti fuori, vomitati allegramente dal portone, come se fosse la bocca d’un dormiente avvinazzato.”

In tutto ciò merita una menzione speciale la sorprendente restituzione esistenziale e psicologica del protagonista, che vive irretita nella sconquassata narrazione. Quello che potrebbe essere soltanto un filiforme personaggio, pezzente e disadattato, semplice pretesto per una sarabanda di effimere comparse, acquisisce nel corso del racconto uno spessore imprevedibile, grazie ad una ironia tenera e insieme amara, che al fondo non è altro che quella dello stesso autore. In ciò viene a galla la grandezza di Foster, grandezza paradossale, che si condensa alla fine in un rivelatorio quanto “spaventoso senso di miseria”, per sé e per gli altri. Eppure, proprio il senso di miseria che riempie la coscienza primaria di Foster insorge come l’unica valida realtà, antistante ad un mondo affastellato sull’inconsistenza.

Stretti ormai a questa ironia attenta al dato sociale ed esistenziale, percorriamo rapidamente il viale che unisce le restanti eccellenti prove della silloge. Da Petunia, dove va in scena una parodia dei meccanismi crudeli atti a conservare le differenze di classe, a T’hanno portata via, ironico monologo sul bislacco decorso di un amore asfittico, per continuare con Femmine di castoro, feroce satira sull’irrimediabile invidia femminile, e fermarci infine su La flemma, il racconto che chiude splendidamente Elucubrazioni a buffo!

Marco Settembre ci guida ora in un contesto metropolitano di periferia e ricrea, con affascinante precisione, il corto circuito umano e psicologico tra un pensionato e alcuni bulletti adolescenti in cerca del malcapitato di turno.

Colpisce tra l’altro l’affresco sociologico, attraverso i pensieri pacati dell’anziano Romualdo, l’incomunicabilità che definisce le sue relazioni con i parenti più stretti e i dialoghi vivacemente espressivi, in perfetta sintonia mimetica con il gergo romanesco dei quattro teppistelli. L’umoristico contraddittorio tra il “nonno” e gli adolescenti di strada, che hanno deciso di divertirsi con lui, si sviluppa all’interno della vecchia auto su cui Romualdo (non troppo involontariamente, per la verità…) è stato caricato per un giro che dovrebbe fargli passare la voglia di parlare troppo. Ma quasi subito trapela, da questo spigoloso confronto, un vissuto comune, quello della solitudine, che definisce la condizione di Romualdo al pari di quella dei quattro ragazzini in cerca di affermazione.

I giovinastri e il vecchio sono entrambi cifre di un’umanità marginale ed emarginata, su cui pesano frustrazioni e incompiutezze. Romualdo, però, sa fare del peso della propria solitudine un ponte e trasformare quel brutale trattamento in un’occasione da valorizzare. Quindi, anziché impaurirsi e tacere, tenta verso i suoi ostici interlocutori la via del commento innocente, della riflessione ragionevole, basata sulla calma che, dal suo punto di vista, deve precedere ogni azione. Con semplicità, senza saccenterie e paternali, prova lentamente ad aprirsi un varco nelle menti preconcette della baby gang e quando la situazione sembra sul punto di precipitare, con Romualdo malmenato e abbandonato in qualche luogo deserto, irrompe il rovesciamento. Nelle parole del vecchio i ragazzini, regredendo al ricordo della loro solitudine e pochezza esistenziale, perdono d’un tratto la maschera guerriera che portavano sul viso e Romualdo, quasi euforico dall’improbabile successo, ne approfitta prontamente, raccontando di una calma che reca con sé una via di salvezza e abita i sogni dell’arte. Ma quale salvezza può venire da una, seppur sublime, menzogna? A questa domanda, sospesa nel vuoto dell’abitacolo in cui si stringono i cinque, Romualdo risponde con una frase di Picasso, rivelando che il sogno operato dall’arte è di natura speciale e paradossale, perché consente l’intuizione della verità.

Non è un caso che il libro si concluda proprio con una professione di fiducia sul ruolo conoscitivo e sul riscatto che può scaturire da una vita fondata sull’atto artistico, insinuando in noi l’ipotesi che l’opera de il7 non sia altro che una sbruffoneria che celebra nell’arte, in qualunque sua espressione, un atto fondativo, un potenziale costruttivo di conoscenza e di civiltà. I suoi infingimenti, le sue scorribande nei regni della follia, sono lame che aprono squarci impietosi sulla verità, dolente, dell’esistenza più di quanto facciano tante argomentazioni o descrizioni conformisticamente sentimentali o raziocinanti.

E se l’arte apre squarci, intuizioni sulla verità, resta pur sempre domanda estrema di verità, perché tende, si pro-tende senza contenere mai pienamente il suo oggetto, che è rivelato ma non trattenuto, drammaticamente visibile sempre solo su una soglia. Tensione irrisolvibile che la fa grande e preziosa, nell’affermazione di una nascita che resta tale perché non esce mai dal cerchio dei suoi infiniti inizi.

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Foto de il7 – Marco Settembre

Con questa evocazione di fiducia si fermano le nostre incursioni nel fantastico cosmo di Elucubrazioni a buffo, opera che ci lascia con il sospetto di una promessa nei confronti di una durabilità, di una proiettività non effimera. Un sospetto sotterraneamente sussurrato anche da una singolare, stupefacente corrispondenza, quella tra le qualità riconoscibili nella scrittura di Marco Settembre e le cinque profezie stilistiche che Calvino ha augurato all’arte di questo nuovo millennio, magistralmente evidenziate nelle sue Lezioni americane: la leggerezza, la rapidità, l’esattezza, la visibilità, la molteplicità.

In fondo al tempo che ci aspetta sapremo quali opere d’arte occuperanno solo un posto destinato dalla loro determinazione storica e quali saranno anche portatrici di un valore che le rende interessanti e gustabili attraverso la successione di contesti storici di là da venire.

E’ il presagio e l’augurio che resta al termine di questa lettura.

Carla Cenci

 

Carla Cenci nasce a Roma e consegue la laurea in Filosofia cum laude con una tesi in Estetica, relatore Mario Perniola, sulla poetica della “cosa” nell’opera di Rainer Maria Rilke. Tra la fine del XX secolo e il principio del nuovo millennio partecipa attivamente alla vita culturale romana: è capo redattore del periodico universitario “Poliedro”, frequenta la comunità letteraria che si riunisce attorno alla rivista “Poiesis” di Giorgio Linguaglossa, svolge attività redazionale per il foglio sperimentale “Non c’è verso”, collabora con il trimestrale “La Scrittura”. Sono di questo periodo articoli di contenuto vario, recensioni e saggi di critica letteraria. Partecipa a due premi letterari e si classifica al primo posto, sezione poesia inedita: Premio Letterario Roma e Lazio In Limine, Roma 1998 (ex aequo); Premio Letterario Nazionale Giuseppe Piccoli, Verona 2002. Pubblica nel 2011 la silloge di poesie Lo scombinio di un giorno molto verde (Ed. Il filo, Roma). Nel 2014 le è stato conferito un incarico di docenza, per il corso di studi in Scienze del Turismo dell’Università di Roma “Tor Vergata”, sulle tecniche di comunicazione visuale nelle opere d’arte pittoriche e scultoree. Ha pubblicato il testo Immagine e visione. Educazione all’immagine d’arte nel turismo culturale, Universitalia, Roma, 2014. Lavora nel comparto amministrativo universitario in un dipartimento di Ingegneria, occupandosi di alta formazione e comunicazione, stoicamente resistendo come anima umanistica.

 

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