Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Abbiamo già introdotto qui il tema della distopia, delle sue radici e delle prime e delle più note opere del genere. Ma moltissime altre sarebbero da ricordare, tra queste merita una menzione anche “Paria dei cieli” (1947) dello scrittore-simbolo della fantascienza (quella hard, cioè con fondamenti scientifici), il colosso Isaac Asimov, in cui si prefigura una Terra ormai sterile i cui abitanti hanno un tempo di vita limitato dalle istituzioni. Un po’ come nel di molto successivo “La fuga di Logan”, ambientato in un 2116 in cui la sovrappopolazione del pianeta ha richiesto un intervento legislativo che ha imposto che ogni individuo abbia una vita massima prestabilita di 21 anni. Del resto, molti mondi distopici, piuttosto che da governi o autorità oppressivi che spersonalizzano l’individuo e lo sottopongono a torture o gravi sanzioni penali nel caso contravvenga ai princìpi, sono caratterizzati dalla crescita incontrollata della popolazione e/o dall’impoverimento delle risorse. the-population-bomb

Già nel 1968, il biologo Paul R. Ehrlich pubblicò “The Population Bomb”, prevedendo che l’esplosione demografica avrebbe causato fame e carestia per gli anni Settanta e Ottanta, e la letteratura distopica riecheggiò queste paure con lavori che preconizzavano un futuro all’insegna del neo-malthusianesimo (da Thomas Robert Malthus, 1766 – 1834, economista e demografo inglese nonché pastore anglicano), ovvero il controllo delle nascite mediante la diffusione della contraccezione e la ricerca agronomica, con l’aggiunta dell’eugenetica (termine e campo di ricerca, questo, in verità ideato e promosso più tardi, negli anni ’60 dell’Ottocento, da Francis Galton – cugino di Charles Darwin – che teorizzò il miglioramento progressivo della razza e auspicava, a questo fine, un sostegno delle istituzioni attraverso incroci selezionati tra individui). Malthus riteneva che quando il livello di vita sarebbe sceso sotto uno standard di vita accettabile, i poveri avrebbero smesso di fare figli e il salario avrebbe manifestato la tendenza a salire da solo, mentre fino al raggiungimento del salario di sussistenza non ci si dovrebbe sposare né far figli. La sua idea della lotta per la sopravvivenza influenzò sia l’economista John Maynard Keynes che il teorizzatore dell’evoluzionismo, Charles Darwin. D’altronde, la popolazione globalmente continua a crescere, sono in corso rilevanti cambiamenti climatici, si registra una perdita di terreno coltivabile dovuta allo sviluppo abitativo e industriale e una forte crescita della domanda da parte dei consumatori indiani e cinesi, e di certo, senza la cosiddetta Rivoluzione Verde, tra il ’50 e l’84, che sviluppò sistemi di miglioramenti genetici delle piante, e del grano in particolare, che ottennero il risultato di incrementare la produttività agricola in diverse zone del mondo, i livelli di fame e denutrizione sarebbero oggi ancora maggiori di quanto rilevato dalle Nazioni Unite.
morte-dellerba
Morte dell’erba”, del 1956, di John Christopher, è, a proposito, un romanzo, più che distopico, di sopravvivenza post-apocalittica, dove un virus stermina tutte le coltivazioni di graminacee e perfino l’erba determinando una regressione dell’intera civiltà umana ad un nuovo medioevo. Anche il recente blockbusterInterstellar” di Christopher Nolan si evolve a partire da una simile condizione distopica, originata però non da un virus ma dal naturale decremento della fertilità del suolo, che, dopo aver limitato per anni la dieta dei terrestri, infine spinge ciò che resta della NASA a cercare per l’umanità un approdo su un altro pianeta.
interstellar-locandina-con-la-fattoria_smallIn “Più verde del previsto”, invece, di Ward Moore, del 1947, accade il contrario: il protagonista ed anti-eroe, dopo aver testato su un’erbaccia comune del suo giardino una sostanza sintetizzata da una scienziata per cambiare il DNA delle graminacee al fine di renderle più produttive, assiste senza troppi sensi di colpa ad una proliferazione incontrollata di quell’erba, diventata praticamente indistruttibile, che man mano invade interi stati.

Quando però l’eugenetica, anziché alle piante o agli animali da allevamento è applicata agli esseri umani direttamente attraverso la manipolazione del DNA, come nel già citato “La fuga di logan”, ci si trova senz’altro in una distopìa, considerate le gravi implicazioni etiche che simili pratiche comporterebbero in caso di imposizione massiva.
gattaca-la-porta-dell_universo
Nel film “Gattaca” di Andrew Niccol, ad esempio, l’essenza naturale della condizione umana, tema tanto decisivo quanto ricorrente nella filosofia e nell’antropologia oltre che nelle religioni, emerge dal contrasto fra sentimenti – specie il coraggio di farcela nonostante tutto – e la fredda tecnologia che privilegia il patrimonio genetico e l’aspetto perfetto degli “adatti”, contrapposti ai “non adatti” in una riedizione ancora più artificiosa della peraltro già non necessaria separazione tra classi socio-economiche.
i-ragazzi-venuti-dal-brasile-libro-e-film
La clonazione, tematica ovviamente affine alla precedente, è al centro di un paio di memorabili film, di epoche diverse: “I ragazzi venuti dal Brasile”, dall’omonimo romanzo del 1976 di Ira Marvin Levin, in cui il medico del Reich Josef Mengele, interpretato da un molto insolito, trasfigurato Gregory Peck, gestisce scientificamente un progetto occulto di clonazione di Hitler, amplificando, per lo spettatore, le voci che vogliono molti ex camerati nazisti rifugiati in Sudamerica, e soprattutto facendoci balenare l’inquietante eventualità che 94 cloni del malvagio dittatore, dati in affidamento e allevati da diverse famiglie atte a ricreare le condizioni di crescita dell’originale, possano un giorno dare vita ad un Quarto Reich; e il più a noi contemporaneo “Oblivion”, in cui con un ribaltamento di prospettiva si rivela che una centrale madre orbitante non è l’astronave-madre di terrestri in fuga da una terra desertificata e senza la Luna, ma bensì la “casa” di un organismo alieno che ha ridotto la Terra in quelle condizioni e per sfruttarne le risorse idriche ha fatto lavorare per sé, oltre a idro-trivelle e droni combattenti, anche migliaia di cloni di due componenti di una spedizione, quella sì davvero terrestre!, che aveva cercato di distruggerla molto tempo prima.
oblivion_01_smallQui la distopia è dominata appunto dall’entità aliena, ma l’esistenza di cloni diversi avrà un risvolto positivo perché il numero 52, una volta che il nemico sarà distrutto, andrà a prendere il posto del numero 49, Jack, eroe autoimmolatosi, nella sua famiglia. Una parvenza di lieto fine hollywoodiano riscatta quindi emozionalmente, per lo spettatore, l’istintiva ripulsa per l’alterità bio-artificiale di uno dei tanti cloni identici, comunemente raffigurati come simulacri senz’anima, oggetti creati per essere una copia a fini strumentali, che fanno regredire l’essere umano a quel rango di oggetto che Platone considerava appunto copia dell’Idea, o pallida ombra, come nel mito della caverna, con la differenza che l’anima non la immaginiamo affatto dotata di ombra.

A parte l’eugenetica e la clonazione, le calamità precedentemente menzionate trasformano la società, nelle proiezioni distopiche, in qualcosa di diverso da quello che noi conosciamo: uno scenario degradato in cui è imperativo lo spirito di sopravvivenza e in cui sono pochi coloro che cercano di ripristinare una parvenza di ordine anche morale. Quando questo non è dovuto ad un collasso ecologico (inevitabile la menzione di “The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo”, film di genere catastrofico diretto da Roland Emmerich nel 2004, in cui si mostra l’avvento di una nuova era di glaciazione, inaugurato dal distacco di un’immane porzione di banchisa dall’Antartide), o demografico, ci si ritrova nel filone post-apocalittico, nato ovviamente dal timore della distruzione del pianeta a causa di un evento responsabile di una grave discontinuità storica come un’invasione aliena, come in “La guerra dei mondi” di Wells e, nel cinema, “L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel (1956), più noto del romanzo di Jack Finney di due anni precedente da cui è tratto, e che poi è stato rivisitato da Abel Ferrara nel suo “Body snatchers” del 1993, più accentuatamente horror grazie anche agli effetti speciali aggiornati e più realistici, e i più recenti, entrambi del 1996, “Indipendence day” di Roland Emmerich e il farsesco “Mars attacks!”, di Tim Burton, o come un conflitto atomico.

mad-max-2-the-road-warrior-1981

Mad Max 2: the road warrior (1981)

Questo secondo caso potremmo essere esemplificato cinematograficamente con la saga di “Mad Max”, con protagonista un laconico ma dark e cool Mel Gibson nelle vesti dell’ex poliziotto Max Rockatansky che reagisce con feroce determinazione allo sterminio della sua famiglia – ruolo che per primo ha premiato Gibson col successo – ma in generale la distopia post-apocalittica presenta, sparse nella realtà sconfortante di un mondo segnato dal vulnus di un olocausto determinato dalle bombe H, tracce della tecnologia che fu, una natura sofferente e la presenza di esseri mutanti, o perché manipolati geneticamente da qualcuno in tempi antecedenti la catastrofe, oppure perché colpiti in maniera massiccia dalle radiazioni dovute alle esplosioni nucleari, con l’eroe protagonista di turno che cerca con i mezzi a disposizione rimasti, di ripristinare un minimo di ordine nell’imbarbarito e regredito panorama umano, in cui il più forte sopravvive potendo accaparrarsi da sciacallo o da predone le poche risorse disponibili. Alle più recenti visioni distopiche di un futuro devastato appartiene anche, infatti, il tema della crescente ingovernabilità del crimine. Io sono leggenda” (I am legend, 1954) di Richard Matheson, fruttò in particolare tre trasposizioni sul grande schermo: “L’ultimo uomo sulla Terra” (1967), “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra” (1971) – con un grande Charlton Heston – e il più recente “Io sono leggenda”, del 2007, in cui il sopravvissuto è un perfetto Will Smith.
1975-occhi-bianchi-sul-pianeta-terra
In quest’ultimo caso, è stata la guerra tra Cina e Russia ad aver portato l’umanità alla catastrofe chimico-batteriologica e alla conseguente estinzione. Da notare che “la Famiglia” – una setta di psicotici fotofobici sopravvissuti all’olocausto – crede che la propria diversità sia la nuova normalità, e questo spunto di riflessione forse è riconducibile, magari al di là delle intenzioni di Matheson, al clima e alle convinzioni della Controcultura. Per altro verso, va osservato che le poche centinaia di componenti della Famiglia hanno eletto a proprio rifugio il Municipio della città, e anche questo può senz’altro avere un valore simbolico, di segno opposto al precedente. In “1997: Fuga da New York” (Escape from New York, 1981), di John Carpenter la situazione è sintetizzata da uno degli slogan del film: «1997. New York City è una prigione di massima sicurezza. Uscirne è impossibile. Entrarvi è da folli», ma il Presidente degli USA finisce proprio lì, dopo esservi precipitato col suo aereo presidenziale, dirottato da terroristi suicidi che volevano farlo schiantare – terribile premonizione, diremmo adesso! – contro uno dei grattacieli.
1997-fuga-da-new-york
L’antieroe Jena Plissken, un ex eroe di guerra divenuto criminale e condannato alla pena capitale, interpretato da un truce Kurt Russell, è l’unico grimaldello in mano alle forze armate per cavar fuori da quell’inferno il Presidente. Ma quest’ultimo, infine, si rivelerà tanto ipocritamente infame da far supporre che uno Stato che l’abbia eletto sia comunque una distopia al pari della parte della Grande Mela adibita a penitenziario. “Blade Runner” (1982), di Ridley Scott, liberamente tratto dal romanzo “Il cacciatore di androidi” (“Do Androids Dream of Electric Sheep?” ) del formidabile e prolifico Philip K. Dick, è un cult tanto universale (la contraddizione in termini è voluta) da non necessitare di altre spiegazioni se non quelle che gli ha riservato il sociologo David Harvey in un apposito capitolo del suo saggio “Crisi della Modernità”, dove analizza in senso post-marxista la divisione tra androidi e uomini, già da sola sufficiente a minare la struttura sociale.
terminator1984movieposter
Anche “Terminator” (1984), con un iconico Arnold Schwarzenegger nei panni di un killer androide proveniente da un futuro in cui le macchine hanno dichiarato guerra all’umanità, squaderna un mondo distopico e lo scaraventa in un presente – lo stesso 1984 in cui peraltro è stato fatto uscire il film nella realtà – in cui tale futuro mette radici e che quindi entrambe le parti in lotta cercano di cambiare prima che sia troppo tardi, con l’opera che quindi sviluppa anche il tema dei viaggi nel tempo, e quindi con il “vero” 1984 che improvvisamente sembrava diventare potenzialmente pericoloso e disforico malgrado la nostra voglia di andare al cinema. Cameron ebbe successivamente a dichiarare che durante la stesura della sceneggiatura fu influenzato sia dai classici film di fantascienza anni ’50 e dai telefilm della serie “The Outer Limits”, sia da un film contemporaneo come “Interceptor – Il guerriero della strada”, il secondo della serie “Mad Max” già citata.

ballard

James Graham Ballard (1930 – 2009)

A proposito di tutto questo “appetite for destruction”, è il caso di mettere in luce che la fantascienza, la letteratura popolare del XX secolo, intrattiene un rapporto diretto con l’inconscio, diceva James Graham Ballard, autore notissimo e geniale cesellatore di uno stile elegante, sottile ed esemplarmente postmoderno (si pensi al suo eccezionale “La mostra delle atrocità” e al “Crash” portato poi sul grande schermo dal visionario ed artisticamente morboso David Cronenberg. Per Ballard il sogno della distruzione del pianeta alimenta la fantasia dell’uomo fin dai tempi del mito di Gilgamesh, e la Storia non ha fatto altro che fornire nuovi mezzi di distruzione alla fantasia letteraria, ed è inevitabile ripensare anche a “Godzilla”, il film di Ishiro Honda del 1954, la cui creatura mostruosa, divenuta poi simbolo della Guerra Fredda, coagulava sullo schermo tutte le tensioni politiche degli anni Cinquanta spadroneggiando selvaggiamente sulla città come fosse il suo giocattolo.
godzilla-1954In molti casi infatti, le distruzioni evocano traumi collettivi (quelli della guerra) e la fantasia normalizza o esorcizza ciò che altrimenti dal punto di vista psicologico sarebbe insopportabile. In alcuni casi, la distopia, se in certa misura prevedibile, aggiorna l’archetipico schema narrativo dell’eroe in lotta contro il male, come afferma Susan Sontag in “La imaginación del desatre”, contenuto nella raccolta di saggi di autori vari “El cine de ciencia ficción. Explorando mundos”, Valdemar, Madrid, 2008. E molti spettatori possono giungere ad abbandonarsi con un piacere profondo alla narrazione apocalittica, perché questa gli mostra una realtà rispetto alla quale l’eventuale problematicità del loro quotidiano appare decisamente sopportabile.

il7 – Marco Settembre

Annunci