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Tempo fa ho scritto un articolo su “Bivi nel tempo” di Murray Leinster, un romanzo divertente e pieno di Sense of Wonder.

Oggi vorrei tornare su questo autore per fare un lavoro diverso, ovvero “smontare” un suo romanzo per scoprire come funziona il meccanismo narrativo che lo anima e mettere in luce punti di forza e debolezze della trama, come in una lezione di scrittura creativa.

Molti sono convinti che per scrivere fantascienza sia sufficiente avere fantasia, e che non sia necessaria la plausibilità, ma le cose non stanno affatto così. Ogni storia ben scritta, fantastica o meno, deve avere una forte coerenza interna. L’autore si impegna a rispettare le regole da lui stesso stabilite, e questo consente al lettore di immergersi nel mondo immaginario del romanzo o del film accettando anche situazioni incredibili. Si chiama “sospensione dell’incredulità”.

Ma se le note stonate diventano troppe l’illusione può svanire, mostrando in modo impietoso il mago nascosto dietro la tenda, intento a manovrare il macchinario.

A una lettura superficiale “L’asteroide abbandonato” (The Wailing Asteroid), pubblicato in USA nel 1960 e in Italia nel 1962, appare un solido romanzo di fantascienza d’annata, ma basta approfondire un po’ l’analisi per avvertire distintamente le dissonanze.

Ho scelto il romanzo di Leinster perché se da adolescente ne avevo apprezzato il ritmo sostenuto e gli enigmi che proponeva a getto continuo, tanto da finirlo in poche ore, da adulto ho avuto modo di vederne i limiti, evidenti come insegne al neon. Da qui l’idea di analizzarne gli elementi per capire cosa non funzioni nel testo.

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Quella che segue è la quarta di copertina che all’epoca il direttore di Urania scelse per presentare il romanzo al pubblico italiano:

“Da un enigma all’altro, in questo romanzo dalle cento invenzioni. Prima di tutto i segnali. Da dove vengono? Cosa significano, così insistenti e disperati? Poi l’enorme “scheggia” che ruota nello spazio. Perché quel labirinto di gallerie deserte, quelle armi incomprensibili, le migliaia di cubi luminescenti? Infine, il sospetto che l’asteroide non sia capitato “per caso” nel sistema solare, e che abbia un suo misterioso e urgente messaggio da comunicare agli uomini. Ma quale, e da parte di chi?”

Com’è giusto che sia, nella quarta viene messo in evidenza il maggior punto di forza del romanzo, ovvero la capacità di suscitare curiosità grazie ai molti misteri proposti. Ma basta questo per rendere riuscito un romanzo? 

A mio parere non è sufficiente.

La storia è piuttosto semplice, nello stile di Leinster, e ripropone una situazione già vista in “Bivi nel tempo”: un avvenimento di portata mondiale sconvolge la vita degli abitanti della Terra, ma solo uno di questi sa, o pensa di sapere, cosa stia veramente accadendo.

Nel caso di “Bivi nel tempo” era un’anomalia astronomica che causava una distorsione dimensionale, ne “L’asteroide abbandonato” è un messaggio misterioso che arriva dallo spazio e che nessuno sembra in grado di decifrare. Neanche Burke, il protagonista, ne conosce il significato, ma quei suoni inviati dallo spazio gli risultano familiari perché li ha già sentiti in un sogno che fa ossessivamente da oltre vent’anni.

Sogno che ha influenzato tutta la sua vita e che in una certa misura ha compromesso i suoi rapporti sociali, perché la misteriosa figura femminile che ne è protagonista, pur non mostrandosi mai, è diventata per Burke talmente importante da rendergli quasi impossibile avere una relazione normale. Scopriamo questo dettaglio mentre Burke sta per chiedere alla sua segretaria Sandy di sposarlo, con enorme difficoltà proprio a causa di questo blocco psicologico. Ma la proposta non si concretizza perché, proprio in quel momento, la radio interrompe le trasmissioni per dare notizia dell’arrivo del messaggio extraterrestre.  

Iniziamo da qui la nostra analisi. Come spiega Leinster il particolare del sogno?

Ci racconta che quando Burke era un ragazzo, e viveva con gli zii dopo la morte dei genitori, ricevette in regalo dallo zio un cubo di grafite trovato in un sito di sepoltura Cro Magnon, risalente a circa 20.000 anni prima. Da allora erano iniziati i sogni, che non si erano interrotti neanche quando sua zia aveva gettato via il cubo, poco tempo dopo.

Mettiamo da parte questo particolare, per il momento. Lo riprenderemo più avanti.

Tornato a casa senza aver chiesto la mano di Sandy, Burke fa di nuovo il sogno. Si tratta di una sequenza di 3-4 minuti in cui, armato di una strana pistola, attende l’arrivo della misteriosa ragazza. L’ambiente che lo circonda è alieno, un pianeta con due lune e strani alberi con le foglie a nastro che non sembrano appartenere al nostro pianeta.

Al risveglio Burke, che è una specie di progettista, comincia a lavorare come un forsennato per costruire una sorta di “magnete non magnete” dalle misteriose proprietà, di cui non conosce i principi di funzionamento.

Ma perché un sogno di tre minuti dovrebbe aver trasmesso al protagonista nozioni di ingegneria aliena? E perché proprio in quel momento dopo oltre vent’anni?

Potrebbe essere l’ennesimo mistero messo in campo dall’autore, se non fosse per il fatto che questi interrogativi non verranno chiariti in nessun punto del romanzo. 

Nel frattempo alcuni scienziati decidono di inviare a loro volta un segnale, e in seguito alla ricezione di quest’ultimo il messaggio originale si modifica. Come in “Bivi nel tempo”, Leinster interrompe la sequenza principale del racconto per farci vedere con rapidi stacchi cosa succede nel mondo. In pochissimi giorni vengono approvate dal congresso prima una legge a favore dell’esplorazione spaziale e subito dopo una di senso opposto, quando gli americani terrorizzati cominciano a guardare con sospetto chiunque tenti di mettersi in contatto con i misteriosi alieni.

Anche nella finzione letteraria, pochi giorni non sono sufficienti per una tale serie di capovolgimenti di fronte, anche in considerazione del fatto che, segnale a parte, non è ancora accaduto nulla di preoccupante. In assenza di novità rilevanti sarebbe molto più plausibile una perdita di interesse da parte dell’opinione pubblica ma, nel tentativo di tenere alta la tensione e spingere la storia nella direzione voluta, Leinster forza parecchio gli avvenimenti.

Nel frattempo Burke, aiutato da Sandy, dalla sorella di lei, Pam, da un fabbricante di yacht di nome Holmes e da Keller, un tecnico elettronico di pochissime parole, dando fondo ai suoi risparmi comincia ad assemblare un’astronave nel giardino di casa sua, procedendo a braccio, praticamente senza nessun progetto. Basandosi sulle informazioni ricavate dal sogno mette a punto un meccanismo propulsivo che, durante il primo tentativo di collaudo, con un impiego minimo di energia proietta un palo metallico di 5 metri di lunghezza a 50 km di distanza, sfondando una parete di casa. Burke recupera il dispositivo dicendo che è caduto da un aereo, senza che nessuno gli chieda ulteriori spiegazioni. L’avvenimento viene liquidato in poche righe di testo.

Mentre Burke lavora, come in un romanzo Harmony le due donne si innamorano dei costruttori e li servono come mogli devote, mentre Keller, personaggio bidimensionale se mai ne è esistito uno, risulta interessato solo ai suoi apparecchi elettronici (gli sono concesse appena 4 o 5 battute in tutto il romanzo). A dire il vero nessuno dei protagonisti è particolarmente ben delineato: tutti e cinque sono molto stereotipati e funzionali al racconto, tanto che risulta quasi impossibile empatizzare con loro. 

Intanto, mentre Burke lavora fino allo sfinimento, i cittadini americani, in preda al panico, cominciano a guardare con sospetto il suo lavoro, e non sono i soli farlo. Anche un paio di giovani poliziotti in borghese cominciano a interessarsi all’astronave fai da te del quintetto, e invitano a cena le ragazze per estorcere loro informazioni.

Perché gli agenti si comportano come 007 sotto copertura invece di intervenire direttamente, come sarebbe logico?

Perché Leinster vuole mostrare la gelosia di Holmes nei confronti di Pam, e l’apparente mancanza dello stesso sentimento da parte di Burke per Sandy, anche se in questo modo mina ulteriormente la plausibilità della storia.

Burke finisce di stringere l’ultima vite proprio mentre Pam e Sandy salgono a bordo per vedere l’astronave dall’interno, portando la notizia che la polizia li ha circondati (ecco a cosa serviva la paura della gente, fatta propria dal governo: a forzare la mano ai cinque). Quindi, senza un test del motore, senza una prova di tenuta dello scafo, senza niente di niente, l’astronave viene fatta decollare e tutto fila liscio come l’olio. Il ricambio d’aria a bordo è garantito da una parete idroponica verticale che, guarda caso, Burke ha realizzato pochi giorni prima per un cliente, e se dovesse essere necessaria un po’ di Attività Extra Veicolare, c’è a disposizione una tuta da palombaro, che come tutti sanno può essere usata senza problemi nello spazio a una temperatura di -270º C circa (ma siamo nel 1960, all’alba dell’era spaziale, quindi forse questa ingenuità è perdonabile).

Nel giro di qualche minuto il veicolo spaziale diventa il bersaglio di aerei da caccia e missili terra-aria, che Burke evita con manovre spericolate prima di abbandonare l’orbita terrestre. Dopo qualche tempo, a seguito di una chiacchierata via radio con le autorità, durante la quale Burke trasmette in cifra i progetti della nave spaziale, i cinque astronauti passano da pericolosi sovversivi a eroi nazionali americani.

L’astronave accelera fino a raggiungere i 600 km/s, ma quando arriva all’asteroide, senza che si capisca bene come, d’un tratto è ferma a 6000 metri dalla superficie. Probabilmente l’autore ha tagliato corto per aumentare il ritmo dell’azione, creando però una fastidiosa incongruenza.

Con l’arrivo sull’asteroide termina la prima parte del romanzo. L’esplorazione della base spaziale risulta agevole perché l’interno è dotato di atmosfera, respirabile anche se un po’ stantia in quanto immagazzinata da millenni, e di gravità pari a quella terrestre. Tutto sembra a misura d’uomo, ma nessuno viene loro incontro. Le stanze e gli immensi corridoi appaiono deserti.

Qui Leinster gioca sapientemente con la curiosità del lettore, stabilendo le regole del gioco nel momento in cui, citando Churchill, fa pensare a Burke: Si tratta di un mistero avvolto in un enigma”.

Come già accennato, il vero punto di forza del romanzo è proprio questo, il mistero, che spinge il lettore ad andare avanti senza far troppo caso alle incongruenze seminate a piene mani.

Una di queste, troppo grossa per passare inosservata, riguarda la totale assenza di testi scritti nella stazione spaziale. Targhe, etichette, libri: non c’è nulla di tutto questo. La scelta di Leinster appare abbastanza insensata perché non è funzionale alla storia. La presenza di una forma di scrittura ignota non avrebbe ridotto la suspense, rendendo però più credibile la narrazione.

Come può una civiltà avanzata fare a meno della scrittura?

Secondo l’autore è possibile perché tutte le informazioni importanti sono contenute in cubi del tutto simili a quello che ha dato inizio all’avventura di Burke. I cinque ne trovano migliaia immagazzinati in una delle stanze della base spaziale. Basta metterli in un apposito lettore (ce ne sono solo due in un asteroide che ospitava una guarnigione di migliaia di soldati), e si vive l’esperienza completa di tutto il corredo sensoriale. Se ci si addormenta con accanto un cubo è comunque possibile sperimentarne il contenuto, ma in modo meno realistico, come Burke ha scoperto anni prima a sue spese.

Grazie ai cubi, i protagonisti apprendono che gli antichi occupanti della base erano esseri umani e che per parecchie centinaia di migliaia d’anni avevano combattuto contro un misterioso nemico.

È ormai ovvio che il cubo di Burke sia venuto da lì, ma cosa rappresentava?

Abbiate ancora un po’ di pazienza e il mistero sarà svelato. Intanto però sorgono spontanee due domande relative ai cubi:

  1. Com’è possibile capire cosa contengano senza un’etichetta esterna, visto che ce ne sono migliaia?
  2. Se l’esposizione a un solo cubo ha causato a Burke decine di anni di sogni sempre uguali, che sono proseguiti anche una volta lontano dal manufatto, come potrebbero gli antichi occupanti della base averne visionati decine o centinaia senza impazzire?

A entrambe queste domande non verrà data risposta.

Mentre esplorano la base, i cinque trovano un dispositivo che, grazie alle informazioni apprese, capiscono essere un segnalatore di campi gravitazionali. Adesso ne indica dieci enormi in arrivo, talmente massicci da spazzare via il sistema solare. Non si tratta di un fenomeno naturale, ma dell’ennesimo attacco dei Nemici che avviene 20-25.000 anni dopo l’ultimo. È questo avvenimento, si rendono conto, che ha fatto partire il segnale diretto verso la Terra con lo scopo di richiamare a bordo la guarnigione. E perché proprio verso la Terra?

Perché è lì che sono andati gli antichi occupanti umani della fortezza, ventimila anni prima. Sono i nostri antenati, ci dice Leinster, i Cro Magnon, regrediti allo stato selvaggio.

Ora, l’idea è anche interessante, ma:

  1. È credibile che migliaia di persone civilizzate, pur se analfabete (sic), regrediscano allo stato selvaggio avendo a disposizione una struttura ultratecnologica come quella?
  2. E perché poi quella civiltà così avanzata si sarebbe estinta?   Ecco la teoria che Leinster fa esporre a  Sandy:     “Secondo me — disse Sandy in tono confidenziale. — è stato come per la Grecia e per Roma. Sono diventati troppo civili e si sono corrotti. Hanno costruito delle fortezze anziché delle flotte da guerra. Hanno smesso di pensare alle conquiste, si sono dedicati alle difese, a cose come il Vallo di Adriano, la Grande Muraglia cinese, e così via. Quando un popolo costruisce fortificazioni e non navi da guerra, è un segno di decadenza.”

Infatti, come tutti sanno, greci,  romani e cinesi si sono completamente estinti senza lasciare dietro di sé la minima traccia della loro cultura. Torniamo adesso al cubo di Burke. Cosa conteneva?  

  • La spiegazione è ancora di Sandy: “Burke levò lo sguardo con un sussulto mentre Sandy diceva: — Ho pensato a una cosa, Joe! Ricordi quel tuo sogno! Adesso so cos’era!
  • — Cosa?
  • — Veniva da uno di quei cubi — disse Sandy. — Un cubo che qualcuno portò dalla fortezza sulla Terra. E che cubi avrebbero portato via? Non certo quello con le istruzioni per l’uso delle armi o dei globi o che so altro. Sai cos’era?
  •  Burke scosse la testa.
  • — Racconti — disse Sandy. — Storie fantastiche. Racconti di avventure. Roba per le lunghe sere d’inverno, o vicino ai falò di un campo. Erano soldati, Joe, i nostri antenati. La scienza non li interessava. Preferivano le belle storie d’amore o di mistero, i “western” di ventimila anni fa. Era una storia d’amore, la tua, Joe.”

Non un manuale tecnico, quindi, ma una storia d’evasione, l’equivalente di un film, da cui Burke sarebbe stato condizionato per quasi tutta la vita, e dal quale avrebbe tratto informazioni così accurate da costruire un’astronave: più o meno come imparare a fare un intervento neurochirurgico guardando 5 minuti di un episodio del dottor House.

  1. Come corollario, è plausibile che decidano di portarsi dietro solo cubi “ricreativi” come quello ritrovato dallo zio di Burke, lasciando sulla base tutti i manuali tecnici?
  2. È credibile che il misterioso Nemico, di cui nulla viene detto, attacchi con l’equivalente alieno di una batteria di missili balistici e poi si ritiri a “leccarsi le ferite” per 20-30.000 (!) anni nel caso in cui i difensori riescano a eliminare la minaccia?
  3. E ancora, può una civiltà con 4-500.000 anni di storia alle spalle tornare alla barbarie in relativamente pochi decenni in assenza di un evento catastrofico, riducendosi a usare frecce con punte di selce?

Come se i buchi narrativi incontrati finora non fossero sufficienti, accidentalmente Pam finisce in un “trasportatore di materia” che la catapulta sul famoso pianeta con due lune e alberi con foglie a nastro. Ovviamente non è la sola a finirci, perché anche Sandy pensa bene di attraversare il portale e di perdersi sul pianeta alieno. Al che Burke, dopo aver sostituito la batteria di una delle pistole trovate sulla base, anche se non si capisce bene con che cosa, la segue e pieno di angoscia si ritrova dentro il suo sogno, ai piedi della collina, sotto le due lune, con un’arma aliena in mano. Scorge un’ombra e…

Dai cespugli esce Sandy, perché sì, è proprio lei la donna del suo sogno, quella cui era destinato da sempre, e che adesso gli corre incontro.

“- Può darsi! — mormorò lui — ma se anche dovessi sognare nuovamente, adesso so chi c’è dietro questi rami ondeggianti: tu.”

Qui Leinster, con l’idea di coronare la storia d’amore dei protagonisti, incappa in un errore logico clamoroso. Com’è possibile che il cubo  che Burke possedeva da ragazzino riportasse la realtà odierna se si trattava di una fiction di 20.000 anni prima?

Non ha alcun senso, ma a questo punto sono parecchie le cose che non ne hanno. La presenza del trasportatore di materia innesca infatti altri cortocircuiti logici:

  1. Perché una parte degli antichi occupanti dell’asteroide è fuggita con le navette sulla Terra se poteva tornare tranquillamente su un mondo civilizzato facendo due passi?
  2. Perché non hanno predisposto un collegamento istantaneo con la Terra invece di essere costretti a viaggiare per giorni su navette?

In realtà l’autore prova a dare una spiegazione, ma è talmente poco plausibile che confonde le cose molto più di quanto non le chiarisca. Il romanzo si chiude con la vittoria dei cinque astronauti che, modificando in un paio d’ore circa 300 armi super tecnologiche in dotazione alla fortezza (mentre le ragazze si occupano del pranzo), riescono a distruggere i campi gravitazionali supermassicci e a salvare il sistema solare.

Ma pur avendo salvato il mondo, diffondendo l’allarme Burke si è comunque attirato il biasimo dell’intera popolazione terrestre perché ha procurato loro un terrore ingiustificato.

Come si vede, analizzando il testo con un po’ d’attenzione sono venute fuori parecchie incongruenze. Eppure, a una lettura non troppo attenta, anche questi azzardati salti logici potrebbero passare inosservati perché si tratta di un romanzo divertente e dal ritmo incalzante, che è ciò che di solito si chiede alla letteratura d’evasione. Ma io sono dell’opinione che i dettagli siano importanti e che vadano curati in modo quasi ossessivo.

I problemi del romanzo sono risolvibili?

Sì, a patto di impegnarsi in un imponente lavoro di riscrittura. Andrebbe completamente ripensata la storia del cubo di Burke, per esempio, che è essenziale per far progredire il racconto. Il cubo potrebbe diventare una sorta di ricevitore-trasmettitore attivato da un segnale remoto come quello trasmesso dalla base, e a questo punto avrebbero senso le informazioni tecniche acquisite da Burke (a patto ovviamente che lo abbia conservato).

Certo, in quel caso occorrerebbe rendere credibile una tecnologia i cui prodotti possano rimanere efficienti per decine di migliaia d’anni, ma non si tratta di un grosso problema. Andrebbe anche cassata la storia del sogno che si realizza nel finale, perché non sta in piedi e tutto sommato non è così importante.

Insomma, bisognerebbe lavorarci su seriamente perché, come lessi tanti anni fa nella prefazione di un romanzo di William Gibson, la differenza tra un grande scrittore e uno semplicemente bravo sono i dettagli.

La mancanza di coerenza, soprattutto in uno scrittore di fantascienza, può diventare un peccato mortale.

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