Qualche anno fa andai al cinema a vedere “Sucker Punch”, un film fanta-onirico di Zack Snyder, il regista di Watchmen. Ricordo che mi piacque, ma rimasi incuriosito soprattutto dal titolo, un’espressione idiomatica americana di cui ignoravo il significato. Lo cercai in rete e scoprii che la traduzione letterale era “Il pugno del pollo” o “Il pugno del fesso”, quello che ti coglie a tradimento e ti mette KO prima che tu possa rendertene conto.

Ecco, leggere la narrativa breve di Robert Sheckley significa rischiare un sucker punch ogni volta che si gira una pagina. Il filo conduttore dei racconti della raccolta “Mai toccato da mani umane” è una visione cinica e disincantata dell’umanità, che tocca il suo apice in La montagna senza nome, in cui l’universo stesso si ribella all’“invasione” degli esseri umani e comincia a combatterla come fosse un’infezione. Non mancano storie più leggere, come Il catalogo delle mogli, ma il tema dominante è una visione piuttosto cupa del futuro.

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Ne La settima vittima, Sheckley ipotizza un mondo senza guerre, ma non si tratta di un’utopia alla Hugo Gernsback. L’istinto di uccidere è troppo profondamente radicato per essere realmente soppresso: qualunque tentativo in quel senso porterebbe a esplosioni di violenza incontrollata pericolose per la società.

La soluzione, raffinata e crudele, sta nel concedere a chi vuole versare sangue la possibilità di farlo in modo impersonale e completamente istituzionalizzato. È sufficiente registrarsi all’Ufficio Catarsi Emotiva e accettare di essere a turno prima cacciatore e poi vittima: sarà la sorte a scegliere un bersaglio per l’aspirante assassino, come in una sorta di faida barbara scevra da qualunque aspetto di carattere personale. L’omicidio per interesse o per vendetta viene infatti punito con la morte.

La vittima può a sua volta difendersi e uccidere il cacciatore, di cui non conosce l’identità. Nel futuro dipinto da Sheckley esiste un’intera industria che vive grazie alla Caccia, che va dai fabbricanti di armi e vestiti corazzati agli Identificatori, professionisti che aiutano le vittime a scoprire in tempo i rispettivi cacciatori. Nel mondo di Stanton Frelaine, il protagonista del racconto, non è solo la buona educazione a suggerire di non fissare le persone, perché se si tratta di vittime potrebbero  reagire male e aprire il fuoco.

Solo uno dei due sopravvivrà alla Caccia e, alla decima uccisione come Cacciatore, il vincitore entrerà nel Decaclub, l’élite degli assassini, il meglio del meglio.

Ma cosa succederebbe se il cacciatore si innamorasse della vittima designata?

la-decima-vittimaA questa domanda tenta di rispondere Elio Petri, che nel 1965 adatta La settima vittima per il grande schermo. Nel suo “La decima vittima”, interpretato da un Marcello Mastroianni all’apice della carriera e da una splendida Ursula Andress, cambia lo scenario, che passa da New York a Roma, e si invertono ruoli e caratteri dei protagonisti. Ma non sono queste le vere differenze tra racconto e film.

Lo sguardo di Petri è più leggero di quello dell’autore americano, anche se non privo di un certo irriverente cinismo. Mi riferisco soprattutto allo sfruttamento dell’uccisione a fini pubblicitari, con tanto di ballerine e jingle scritto per l’occasione, e alla trasformazione in divi dei migliori assassini sulla piazza, che finiscono con l’essere rappresentati da agenti, osannati dal pubblico e premiati dallo Stato con l’esenzione totale dal pagamento delle tasse.

Ma mentre il film di Petri è una godibile commedia all’italiana con qualche spunto fantascientifico, il racconto di Sheckley è una lucida e amara riflessione sulla condizione umana, un viaggio nel lato oscuro dell’anima in cui l’amore può colpire al petto come un proiettile calibro 38.

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