Tag

, , , , , , , , , ,

In “Understanding media: the extentions of Man”, Marshall McLuhan sosteneva che qualunque tecnologia costituisce un medium nel senso che è un’estensione e un potenziamento delle facoltà umane, con impatti tutti da valutare in termini di “implicazioni sociologiche e psicologiche”. Questo ci offre la possibilità di introdurre l’argomento della distopìa, un filone della fantascienza molto sfruttato e che io, da buon pessimista resiliente, apprezzo particolarmente. Sempre in “Understanding media…”, 1964, tradotto in italiano come “Gli strumenti del comunicare”, McLuhan rilevava anche che “Una volta che abbiamo consegnato i nostri sensi e i nostri sistemi nervosi alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo in affitto i nostri occhi, le orecchie e i nervi, in realtà non abbiamo più diritti. (…) è come dare in monopolio a una società l’atmosfera terrestre”. A conclusioni niente affatto diverse, anzi espresse con maggiore durezza e continuità nella loro opera, pervenivano Theodor Adorno e Max Horkheimer nel celebre saggio “Dialettica dell’Illuminismo” (1947), in cui quest’ultimo era visto come il primo responsabile di una tradizione filosofica borghese – dal soggettivismo di Cartesio al pragmatismo americano – puntata all’oggettivazione della realtà, che si proponeva di dominare tutto il mondo della natura, allo scopo di un suo sfruttamento strumentale.
adorno-e-horkheimer-e-il-loro-saggioI due studiosi della cosiddetta Scuola di Francoforte (emigrati in USA durante la Seconda Guerra Mondiale) ammonivano a guardarsi anche dai prodotti dell’industria culturale, perché connotati come “di massa” e portatori di una ideologia capitalista mirante non più tanto o solo a sfruttare la forza lavoro imponendosi grazie alla detenzione dei mezzi di produzione, bensì ad alimentare in forme sottili e pervasive l’omologazione. Tutto ciò inevitabilmente fa pensare a malaugurate nuove forme di propaganda, controllo del pensiero, censura, indottrinamento. Ovvero il volto mediatico della distopìa, la quale altro non è, come l’etimologia insegna, che il contrario dell’utopìa ma che con essa a volte si confonde, com’è dimostrato dalla realizzazione alla lunga fallimentare dell’ideale comunista sovietico. Vale la pena, come al solito, di citare il notorio romanzo “1984” di George Orwell, che descriveva appunto una società totalitaristica in cui ogni manifestazione dell’individualità, compreso l’amore, veniva negata. La coercizione più diffusa, almeno superficialmente, è quella psicologica, in questo regime, ed è rappresentata dalle onnipresenti telecamere-spia e dagli slogan propagandistici stampati su cartelloni altrettanto incombenti, nel tessuto cittadino.
1984-and-orwellAl di là del beffardo uso che il destino ha voluto venisse fatto della denominazione “Grande Fratello”, passata dall’indicare la fantomatica autorità responsabile del soffocante, perpetuo controllo operato sulla cittadinanza in “1984” a designare uno spettacolo televisivo cui i sorvegliati considerano invece altamente desiderabile partecipare, e in cui, come noto, proprio i più telegenici ed esibizionisti vincono consistenti premi e contratti, il romanzo è probabilmente la più nota raffigurazione di una realtà distopica. Il termine deriva dal greco e costituisce, come detto, il contrario di utopìa; quest’ultimo indica un non luogo (stabilendo che il prefisso sia la negazione οὐ), o il luogo – appunto inesistente, (ancora) fittizio, quindi negativo solo in questo senso – dove tutto è come dovrebbe essere (assumendo che il prefisso sia ευ, buono) mentre la distopìa è il suo rovesciamento: un mondo o un luogo o una società spaventosi dove tutto è decisamente indesiderabile, malgrado forse le intenzioni dei fondatori di quel posto fossero state positive. Il quadro catastrofico tracciato, infatti, è “solo” una denuncia necessaria delle deviazioni dall’idea di progresso, di cui l’autore distopico in genere, e Orwell in particolare, continuano a riconoscere l’importanza. La distopia infatti non è regressiva, anche se può comprendere al suo interno pagine impregnate di nostalgia insopprimibile (basti pensare allo stile di Ray Bradbury o agli interni d’appartamento anni ’30 nell’epocale film “Blade Runner”) né è appiattita sul presente, ma piuttosto si contrappone al dogmatico concetto di progresso borghese. I testi distopici appaiono come opere ammonitrici, il loro contenuto può essere considerato una satira più o meno allegorica che prende spunto da una critica delle condizioni attuali per estrapolarne alcune caratteristiche e proiettarle (in genere) nel futuro drasticamente peggiorate, fino a conclusioni apocalittiche. La commistione, nelle distopìe, di satira ed avventura secondo alcuni determinerebbe una forma letteraria disorganizzata, l’incrocio di generi sarebbe veicolato da un linguaggio composito ed eterogeneo; ebbene, questo, dal punto di vista degli autori e dei cultori del genere, non è un difetto ma anzi un pregio caratterizzante, da cui traspare per l’appunto l’intenzione ribelle, estraniante ed eversiva che muove lo scrittore di distopìe. La distopia rappresenta un diverso modo di reagire di fronte ad un presente reale che non si condivide: mentre con l’utopia ci si tuffa in un futuro più accogliente, in cui tutto procede nel migliore dei modi con strutture socio-politiche ottimali, lo scrittore che crea una distopìa immagina che nel futuro tutto prenderà una piega ancora peggiore, un po’ all’insegna del “Di questo passo dove mai andremo a finire??” E rispetto alla satira, inoltre, che infrange solo momentaneamente le regole alla ricerca di un effetto divertente, la distopìa in quanto genere letterario è una costruzione più organica e di maggior durata e soprattutto con la sua carica trasgressiva persegue lo spaesamento, e amplifica la paura, in particolare, nell’era moderna e contemporanea, facendo leva sugli elementi individuati dal sociologo Zygmunt Bauman nel suo “Paura liquida” (2006).
bauman-e-la-paura-liquidaInoltre, la satira è una creazione che riceve tradizionalmente il consenso di tutta una parte della società, mentre nella fiction distopica, anche se poi il successo di queste narrazioni può essere ampio, è centrale il punto di vista di un individuo solo e isolato in cui il singolo lettore si vede rispecchiato nel suo senso di sconforto verso una realtà – quella vera – che lo delude o lo indigna.
A proposito: oggi siamo tutti conniventi e co-responsabili del piano di monitoraggio globale. Tu! Sì, proprio tu che leggi queste righe!, non disponi almeno di un profilo su qualche social network? Hai rubato qualche identità o ti sei spacciato per l’amico di qualcun altro per carpire informazioni sui suoi orientamenti sessuali? Bravo! E ti vai lamentando di vivere in una distopia? Facebook secondo alcuni è una palude fognaria in cui allignano falsi amici e Twitter addirittura serve ai politici come strumento di sfottò nei nostri confronti, per fare cioè gli ultrademocratici anticipandoci alcune loro prossime decisioni; su Linkedin tu ti sforzi, esibendo il tuo profilo professionale, di dimostrare di aver fatto i compiti a casa collaborando nel corso della vita con le “persone giuste” e infine c’è Google che non si fa incantare dalla tua sudditanza psichica e, non fidandosi, tiene costantemente sotto controllo i tuoi e anche i miei dati di navigazione, orientando le nostre tendenze, gestendo forse, sotto-sotto, l’informazione sulla cartella sanitaria di mia sorella o segnalando i tuoi patetici tentativi di evasione fiscale ai danni dell’AMA, la tassa più oscena. Dove crediamo di andare? Cosa mai possiamo pensare di davvero incontrollabile?

La nascita della distopìa è legata in particolare ad un complesso di paure ben preciso: quelle che si accompagnarono alla rivoluzione industriale. “Tempi difficili” (1854) di Charles Dickens, romanzo considerato tra le sue opere più importanti e vibranti, ambientato a Coketown (letteralmente “Città del carbone”), un’immaginaria città industriale, dietro cui si nasconde la dura realtà degli operai di Preston, vicino Manchester, che Dickens visitò restando allibito, credo possa essere considerato un punto fermo nella narrativa di critica sociale, animato da una “generosa rabbia”, come scrisse Orwell, e su di esso in qualche modo poggia “Il tallone di ferro” (The Iron Heel, 1908) di Jack London, per alcuni “la prima delle distopie moderne”, che prefigura una potente oligarchia plutocratica al potere negli Stati Uniti e lo scontro tra un sottoproletariato urbano nella Comune di Chicago ed una borghesia detentrice non solo dei mezzi di produzione ma anche della conoscenza. D’altronde anche il conio stesso del termine distopia risale all’Ottocento ed è dovuto al filosofo-sociologo britannico John Stuart Mill, (interprete dell’utilitarismo in una chiave più liberale che consequenzalista – cioè avulsa quest’ultima dalla considerazione di valori morali a priori – e con molto riguardo verso i diritti civili, tanto da essere considerato il fondatore del liberalsocialismo, come riconosciuto anche in tempi recenti da Norberto Bobbio). Fondatore del romanzo scientifico insieme a Jules Verne, Herbert George Wells aveva tra le sue motivazioni anche quelle didattiche e di critica sociale, ma nel suo basilare “La macchina del Tempo”, da cui il celebre omonimo film diretto da George Pal (in italiano “L’uomo che visse nel futuro”), 1960, mischia un po’ le carte, per così dire, alludendo alla divisione in classi: nell’opera il protagonista sbarca in un futuro lontanissimo, l’anno 802.701, che si rivela distopico perché in esso si ritrovano a convivere, anche se apparentemente separate, due distinte razze, più che comunità, di cui una rozza, mostruosa e aggressiva che vive nel sottosuolo e pare si cibi dell’altra, pacifica, fragile, ma vuota di valori e inconsapevole.
the-time-machine-morlocchi-ed-eloiIn questa raffigurazione un po’ cerchiobottista, dunque, la créme de la créme dei dirigenti, o meglio i loro lontanissimi discendenti,  viene così selezionata per essere carne da macello per gli eredi degli operai arrabbiati. Una fantasia di cui neanche i vertici della Fiom sarebbero mai stati capaci.

Elemento determinante ai fini dello sviluppo del genere distopico fu l’affermazione dei regimi fascisti e totalitari negli anni Trenta e, in maniera peculiare, come già accennato, la crisi dell’utopia socialista, con l’instaurazione dello stalinismo in URSS. Era qualcosa di più di fantapolitica, infatti, quella che la fa da padrona – è proprio il caso di dirlo – in “Noi” (1921), di Evgenij Ivanovič Zamjatin, che appunto mise in crisi il concetto base dell’utopia (anche in Letteratura), cioè il raggiungimento della felicità collettiva, cercando di dimostrare drammaturgicamente che quella ricerca sarebbe passata per la soppressione di ogni forma di individualità e che avrebbe portato al totalitarismo. Lo scrittore, che fu bolscevico nella Russia zarista ma che restò deluso dalla forma effettiva assunta dal socialismo dopo la Rivoluzione d’Ottobre (alla quale non aveva partecipato perché era in Inghilterra), irride la cieca fede dei suoi contemporanei nel razionalismo progressista. Le caratteristiche dell’Unione Sovietica del primo Novecento venivano estremizzate nell’opera, tracciando l’affresco di un governo che nega per i cittadini il libero arbitrio, in quanto supposta causa di infelicità, e che propende per un controllo scientifico della popolazione – composta anche da moltitudini di automi che conducono una “non-vita” rigidamente pianificata – attuato in base a criteri industriali simili a quelli del taylorismo, di cui l’autore aveva preso conoscenza proprio durante il suo soggiorno in Inghilterra. Il modello organizzativo del lavoro propugnato da Frederick W. Taylor promuoveva la standardizzazione dei prodotti e dei processi produttivi e la specializzazione dei macchinari, a fronte di una dequalificazione della manodopera, decisamente sottopagata e chiamata a svolgere compiti semplici e ripetitivi che determinavano quel senso diffuso di alienazione che enunciò magistralmente Karl Marx, calando per primo (congiuntamente a Friedrich Hengels) il concetto nell’economia politica.

Altro colpo all’utopia si può dire che sia stato sferrato da “Il mondo nuovo” (Brave new world, 1932) di Aldous Huxley; il romanzo è ambientato nell’anno Ford 632, corrispondente all’anno 2540, in cui una società tecnologicamente avanzata, basandosi sul controllo mentale e sulla programmazione genetica, soffoca ogni individualità umana condizionando anche il sonno e la riproduzione.
il-mondo-nuovo-citazione-aldous-huxleyIl romanzo è ambientato a Londra ma è ispirato, oltre che dalla critica alle nuove tendenze scientifiche, dal primo viaggio negli USA di Huxley, durante il quale rimase colpito da come la popolazione potesse essere palesemente soggiogata dalla pubblicità e dal consumismo. Ma l’allusione più pesante è a ciò che ancor oggi è chiamato il fordismo, cioè all’evoluzione, voluta da Henry Ford, del taylorismo, in una versione aggiornata e più concreta grazie all’invenzione della catena di montaggio. In questo caso, al contrario di “1984”, che fa leva su profonde paure, la dittatura appare tanto benevola da servirsi di un narcotico, il soma, per rendere apprezzabile alla popolazione la propria sottomissione ed i condizionamenti, così come oggi troviamo sopportabile la fila alle Poste pensando che, tornati a casa, potremo sfogarci con un videogioco stile “sparatutto” con cui potremo allegramente sterminare plotoni di gente che ci dà impiccio.

Nel celebre “Fahrenheit 451” (1953) di Ray Bradbury, che ha beneficiato, ai fini della sua popolarità, della eccellente trasposizione cinematografica omonima del grande e sensibilissimo regista Francois Truffaut, è centrale, nel progetto disumanizzante della società futura, l’indottrinamento veicolato dalla televisione e soprattutto la censura preventiva operata attraverso il divieto della lettura e il rogo di tutti i libri (!), in una rappresentazione che pare fu influenzata dai simili criminali roghi di opere d’arte (considerate “degenerate” perché potenzialmente sovversive nei confronti di un regime quello sì davvero odioso) operati a suo tempo dal Terzo Reich.
fahrenheit-451-e-ray-bradburyCome accennato, è il tipico personaggio isolato a decidere di ribellarsi allo staus quo – in questo caso dopo averne fatto parte attiva proprio come “pompiere” – in realtà piromane legalizzato, e l’inversione semantica è una brillante intuizione dell’autore che probabilmente allude allo “spegnimento” delle velleità di pensiero libero di quegli individui che ancora leggono, di nascosto.
L’indice accusatore, contrariamente alle diffuse paranoie americane dell’epoca, non era puntato verso il nemico esterno, l’URSS, ma verso il proprio stesso governo ed il sottile controllo del pensiero che cerca di esercitare. La società di massa, omologata e conformista, non è che una versione più sottile dei regimi degli anni ’20 e ’30, che – avendo eliminato la violenza più evidente e macroscopica, ritiene di essere un’utopia realizzata, che non ha necessità di alcun cambiamento o miglioramento, e pensiamo sia ad antiche tendenze autoritarie – già l’“Utopia” (1516) di Thomas More, latinizzato in Thomas Morus e poi italianizzato in Tommaso Moro presentava delle avvisaglie in tal senso: nell’isola ideale, sede del sogno realizzato, in cui la cultura regolava la vita deglii uomini (satira sferzante verso l’Inghilterra del Cinquecento), la circolazione non era del tutto libera, e l’intimità ridotta al minimo – ma soprattutto alle società neo-liberiste di oggi, che infarciscono ogni messaggio politico e pubblicitario del termine “libertà”, illudendo le popolazioni che il poter scegliere l’offerta speciale al supermarket o poter cambiare canale televisivo sia sufficiente a sentirsi realizzati, felici e non piuttosto schiavizzati dal capufficio schizoide o dai contratti-capestro.
n5448_13-4-13-19-47-30
Facendo un passo indietro, in questo senso è importante ricordare alcuni dei motti propagandistici diffusi con schermi e cartellonistica dal Grande Fratello di Orwell: “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”, o il più celebre “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza”, i quali, oltre a manifestare la capacità d’analisi di Orwell sulla società post-bellica, fanno anche riflettere su chi, a più riprese, ha cercato di riscrivere la storia giungendo perfino a negare l’Olocausto.

il7 – Marco Settembre

Annunci