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D’accordo che qui su questo blog siamo nel dominio degli experiments rischiosi e “arrischiati”, come si dice a Roma, però non mi aspettavo di dover mettere mano a scatole di munizioni creative e interfacciarmi con reticoli di improbabilità galoppante per disinnescare una fitta e inedita trama di attentati meta-psichici alla mia faticosamente costruita organicità intellettiva ed esistenziale. E invece è proprio così. È successo apparentemente in sogno, eppure la minaccia, essendo potenzialmente letteraria, appare serissima: sono costretto quindi a dare una dura “musata” sul noto concetto antropologicamente errato di mappa che coincide con, anzi incarna, il territorio (il rimando è alle note riflessioni di Gregory Bateson). Intendo dire che sono costretto a misurarmi in modo serratissimo con la mappa mentale che l’attentatore si è fatto di me, della mia realtà, che sotto metafora è il territorio. Credo che “lui”, diversamente da quanto accade alle persone nella loro quotidianità, abbia rilevato tutte le innumerevoli differenze presenti nella realtà, però in particolare nella MIA realtà, ma che se ne sia fatto un’idea sbagliata, che però gli piace al punto da volerci costruire non, comunemente, una informazione, ma una contro-informazione a proposito di me. Sono obbligato dunque, in questa situazione, a calarmi in una surrealtà inquietante in cui ciò che mi viene imposto come tendenziosissima teoria su di me, su un piano fantasmatico e opaco, ha la forma di una nuvola di riferimenti concreti che dovrò smontare uno per uno, per aver salva la vita. Mi spiego meglio: c’è qualcuno che, irritato dal mio modo di scrivere masticato e postmoderno, ha deciso di pormi sotto un tiro, anzi sotto una pioggia di terribili ucronìe personali, basate sulla voluta distorsione di microeventi della mia storia di vita. Sarà pure, questa, materia per un romanzo di fantascienza delirante che magari scriverò in tempi migliori, ma non è un modo simpatico, direi, per condurmi a parlare appunto delle ucronìe.

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L’ucronìa, a voler essere onesti, non ha a che fare con le storie individuali o con la psicologia (riprenderò il discorso in seguito), ma è piuttosto un sottogenere della fantascienza che si fonda appunto su un procedimento letterario del tutto peculiare: si immagina e si dipana, a beneficio del lettore più esigente, un mondo parallelo in cui la Storia umana ha intrapreso un corso diverso da quello che conosciamo, e l’esempio più noto ci è offerto da “La svastica sul sole” o, nell’originale, “The man in the high castle” (pubblicato nel 1962 e vincitore del Premio Hugo come miglior romanzo) del grandissimo Philip K. Dick. Nello scenario globale descritto da Dick, le forze dell’Asse malauguratamente hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale, e di conseguenza la Germania nazista ed il Giappone si sono spartiti il territorio americano. Il Terzo Reich, per non smentirsi, gestisce la popolazione ad esso sottomessa con grande rigidità e negando ogni diritto potenzialmente pericoloso per il loro Stato, mentre i giapponesi esercitano un controllo meno brutale ma sottilmente insidioso sugli sconfitti. La formidabile trovata dell’autore però non è tanto questa, quanto quella di aver dato vita ad un personaggio che è anch’egli uno scrittore e che ha pubblicato, nella sua dimensione, un’opera in cui si narra, viceversa, che è stato Hitler a perdere la guerra! Questo testo si configura quindi come un libro nel libro, che svolge una funzione provocatoria speculare a quello di “La svastica sul sole”.

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In generale, però, l’ucronìa (dal greco οὐ, non, e χρόνος, tempo, significa “nessun tempo” ed il termine è evidentemente coniato in analogia con utopia, “nessun luogo”; gli anglofoni usano invece l’espressione più immediata alternate history, tradotta con Storia alternativa o allostoria (ancora dal greco αλλος, diverso), ma la sostanza è che ci si ritrova spesso alle prese con un contesto di fantapolitica (altro sottogenere della fantascienza o suo tema componente) che può essere utopico o più spesso distopico, mentre per chi scrive ucronie ambientate in secoli molto lontani da noi, si pone senz’altro la necessità di documentarsi accuratamente sul periodo trattato, per conferire credibilità ad una narrazione che fatalmente si approssima a quella del romanzo storico. Può essere infatti affascinante ipotizzare cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo o se i sudisti avessero vinto la Guerra di Secessione americana o magari, venendo alle cose di casa nostra, se Umberto Bossi fosse riuscito ad ottenere l’indipendenza della Padania; forse, per fare una cosa originale, avrebbe prosciugato la laguna di Venezia per far pattinare il figlio sul fondo, chissà. In realtà, forse per non pestare i piedi alle nuove destre, in Italia si è pensato di indagare ipotetiche pieghe divergenti prese dalla Storia ai tempi del fascismo; uno scrittore italiano, Giampietro Stocco, ha costruito un romanzo, “Nero italiano” sull’eventualità che, in qualche mondo parallelo, Mussolini avesse scelto di non entrare in guerra. Gli antecedenti di questo sottogenere sono numerosi, ed anche gli esempi più recenti, non solo in letteratura ma nel cinema, nelle serie TV e perfino nei fumetti. Restando alla letteratura fantascientifica, un altro eccellente esempio di ucronìa può essere considerato “La macchina della realtà”, ambientato in un’Era Vittoriana alternativa, con tutto il contorno di scoperte industriali meccaniche che ne fa anche non il primo romanzo steampunk ma quello che ha assicurato la notorietà a quest’altro sottogenere, non fosse altro che per essere stato scritto da William Gibson e Bruce Sterling. In questo lavoro, il noto scienziato proto-informatico Charles Babbage, realmente esistito, è però riuscito, nell’allostoria, a far funzionare il suo prototipo di macchina differenziale (il titolo originale è “The Difference Engine”) e Lord Byron è assurto al potere politico con il suo Radical Industrial Party. Il tutto in un 1855 in cui il Regno Unito è una florida e bene armata potenza coloniale, mentre a Manhattan governa Karl Marx (!) e la Germania è fuorigioco, perché frantumata in staterelli. I servizi segreti britannici indagano sulla sparizione di un supporto in cui era conservato un programma di dubbia natura ma che si sospetta sia di capitale importanza tecnico-scientifica.

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Ecco, appunto: è giustificabile questa fioritura di mondi paralleli? Potremmo davvero assistere, magari mettendo un piede in fallo e cadendo in qualche altra dimensione, ad una versione differente di ciò che attraverso il Tempo s’è evoluto in modo da prendere la forma apparentemente immodificabile che conosciamo? La risposta probabilmente la conoscete già: da quando Einstein ci ha stravolto la vita parlando di curvatura dello Spazio-Tempo e del principio di relatività, chi ha il vizio di tenersi informato su queste cosucce sa che può aspettarsi quasi di tutto. E dico “quasi” soprattutto perché la letteratura fantascientifica deve continuare ad osservare certe regole, mica per altro. Perché se dovessimo dipendere dal grado di certezza che la fisica ci offre sulle parvenze del reale, ci verrebbe da dubitare anche delle possibili scaturigini dello spremiagrumi elettrico, dato che nell’esperimento paradossale immaginato da Schroedinger la stranezza del mondo quantistico non è detto che scompaia, nei sistemi macroscopici, anzi purtroppo è capace di minacciare anche il misero gatto legato al nome dello scienziato testè menzionato. Il gatto, nonostante sia da noi amato come “sistema aperto e complesso”, come lo definirono gli studiosi che discussero il caso ipotetico, può sempre ritrovarsi, nel corso della sua vita, intrecciato in uno stato di correlazione quantistica con una particella, anche se fosse solo a causa di una “miscela statistica”. Io, come molti altri, so di non sapere, su questi argomenti, ma anche la nostra abitudine di raccontare o leggere storie subisce le conseguenze metafisiche di questa incertezza, accidentaccio! Non si può pretendere, voglio dire, che gli scrittori affascinati dal futuro scrivano solo hard science fiction.

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Anzi, guardate cos’è successo a me (e torniamo al discorso iniziale): il principio dell’ucronìa o della Storia alternativa è talmente suggestivo che uno psicopatico si è preso il disturbo di annunciarmi, in sogno (ma è meglio tenere gli occhi aperti anche di notte, allora), che avrebbe deviato il percorso di innumerevoli mie schegge di vita portandole tutte a tradursi in danni a me e ai miei familiari, a meno che io non giocassi al suo perverso gioco munendomi di una o più griglie esistenziali e andando ad inquadrare e rimettere pazientemente a posto tutti questi episodi da lui trasformati in morbosi, riuscendo forse in questo modo ad appagare quella che per questo balordo dev’essere una drammatica sete di ordine. Un’ordine che compulsivamente egli devasta nelle vite degli altri grazie a poteri che magari lui stesso detesta ma che sa utilizzare con estrema abilità, creando queste costellazioni di incubi, di situazioni abnormi di estrema esplosività emotiva. Ripeto: credo ce l’abbia con me per il mio stile di scrittura, ma non c’è dubbio che stia speculando sordidamente su molte cose che sa di me. C’è un lato oscuro quasi in ogni storia e lui sa come amplificare i miei. Se ne verrò a capo, sarà solo per la mia maniacalità, il mio senso razionale di giustizia e la disciplina nell’indisciplina. Per il momento, per non soccombere, devo guardarmi dentro e disinnescare una ad una tutte le bombe di profondità che il mio nemico mi sgocciola addosso durante la nostra sospensione: nuclei di solitudine armata; insulti brucianti che avrei ricevuto da gente importante ma strana; femmine malate e seminude in posizione da ragno; la circostanza che il mio editore mi avrebbe sempre chiesto, per ogni pubblicazione, il pagamento di tre milioni esentasse; una sacca di sangue coagulato che si assesta impercettibilmente prima di calare a ghermirmi. Tutte menzogne, ma molto puntuali, aoristiche, che devo impegnarmi strenuamente a respingere. D’altronde, quando qualcuno vuole diffamarti, manipola non la Storia ma la TUA storia personale, producendo contro-informazione, contro-narrazioni, ucronìe nel senso etimologico, e sventolando tutte le tue sliding doors dimenticate. Ognuna di queste costruzioni può incastrare il gatto di Schroedinger o farti sprofondare la vita in un tombino, e perciò vanno smontate sollecitamente rivelando il pregiudizio discriminante che c’è alla base, ma quanto a voi scrittori/lettori, mi raccomando, pensateci prima, non calatevi in ucronìe troppo apocalittiche che non siano letterarie e non date confidenza ai lestofanti!
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