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Bugiardo! è un racconto del 1941 di Isaac Asimov ed è uno dei racconti più famosi del nostro perché, per la prima volta, compaiono le famose leggi della robotica, anzi, compare per l’esattezza solo la prima. Le tre leggi sono forse l’invenzione più fortunata di I.A., oggi non conoscerle vuol dire avere poca dimestichezza con la cultura in generale, tanto sono state inserite in una infinità di altri scritti, fumetti, media, e sono oggetto di dibattito in ambito scientifico.

La storia è nota: il robot Herbie, che è in grado di leggere i pensieri dei suoi interlocutori, risponde alle domande che gli vengono poste cercando di soddisfare i desideri di chi gliele sta ponendo, e quindi mente spudoratamente. Lo fa per non offendere, perché vincolato dalla prima legge della robotica che recita:

Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.

Leggendo nella mente che cosa realmente desidera un umano, prima di rispondere alla domanda, si sente obbligato a rispondere all’intimo desiderio di chi gliel’ha posta. Nasce così un all’allegra messa in scena di tre scienziati che vengono abbindolati da un robot fino alla tragica conclusione dove, posto davanti a tutti, e davanti al conflitto di non poter rispondere senza offendere almeno uno dei presenti, Herbie si disattiverà per sempre.

Pur nella sua semplicità, il racconto è interessante per molti aspetti. Gli scienziati appaiono come navigati professionisti, parlano con una durezza da noir anni 40, e si scoprono fragilissimi sul piano emotivo, pronti a credere a ciò che desiderano senza minimamente valutare la plausibilità di ciò che gli viene detto.

Herbie, il robot, è primitivo sul piano fisico, una vera scatola di latta in forma umanoide, mani di metallo, telecamere al posto degli occhi, ma è estremamente evoluto sul piano psicologico, ha preferenze, modi di dire, idiosincrasie e una forte personalità.

Herbie finge sempre, anche prima di parlare. Si fa trovare a leggere romanzi rosa dall’emotiva Susan Calvin, robopsicologa, innamorata non corrisposta di un collega. Dice al matematico, per non offenderlo, che non si intende di matematica, prima ancora che gli venga posta qualsiasi domanda. A una prima lettura può capitare di concentrarsi solo sul dialogo (è un racconto teatrale) e non accorgersi che il robot è già preparato a mentire.

Involontariamente o meno, Asimov illustra il conflitto che ingenera la schizofrenia, lo schema A è falso, non A è falso. Il risultato è il crollo catatonico del cervello positronico di Herbie, il quale: “Non è morto, è semplicemente impazzito. L’ho messo di fronte a un dilemma insolubile, e ha ceduto.” secondo le parole della robopsicologa.

Qui è nella sua prima versione italiana, quella che si trova in IO, ROBOT – 1963 – della Bompiani.

E’ possibile scaricare il racconto in pdf qui: bugiardopdf oppure leggerlo di seguito.

BUGIARDO!

di Isaac Asimov, I° ed. Bompiani 1963

Alfred Lanning si accese il sigaro con cura, ma non riuscì a nascondere il lieve tremito delle dita. Parlando tra uno sbuffo di fumo e l’altro, corrugò le sopracciglia grigie. ― D’accordo, sa leggere nel pensiero, questo è indubbio, perdio! Ma come mai? ― Guardò il matematico Peter Bogert. ― Allora? Bogert si passò entrambe le mani sui capelli neri. ― È il trentaquattresimo modello RB che abbiamo prodotto, Lanning. Tutti gli altri erano perfettamente ortodossi. Il terzo uomo seduto al tavolo aggrottò la fronte. Milton Ashe era il più giovane funzionario della United States Robots and Mechanical Men Corporation, ed era fiero della sua carica. ― Sentite, Bogert, non ci sono stati intoppi di sorta in alcuna delle fasi di montaggio. Lo garantisco. Bogert allungò le grosse labbra in un sorriso di condiscendenza. ― Davvero? Se lei si fa garante di quanto succede durante tutta la catena di montaggio, direi che merita una promozione. Volendo essere esatti, per mettere a punto un singolo cervello positronico occorrono settantacinquemiladuecentotrentaquattro operazioni, ciascuna delle quali, per essere portata a termine con successo, deve far riferimento a un numero di fattori che può oscillare tra i cinque e i centocinque. Se una qualsiasi di queste operazioni va male, addio “cervello”. Cito quanto scritto nei nostri opuscoli informativi, Ashe. Milton Ashe arrossì e fece per rispondere, ma una quarta voce lo prevenne. ― Se dobbiamo giocare a scaricabarili, io me ne vado. ― Susan Calvin teneva le dita intrecciate sul grembo. Le piccole rughe che aveva intorno alle labbra pallide e sottili parevano adesso più accentuate. ― Abbiamo a che fare con un robot in grado di leggere nel pensiero e mi sembra abbastanza importante scoprire come mai ha questa facoltà. Certo non arriveremo a capo di nulla finché staremo qui a gridare. “Colpa tua! Colpa mia!” Posò i suoi occhi grigi su Ashe, che sorrise. Anche Lanning sorrise. Come sempre accadeva in circostanze di quel genere, sembrava l’immagine di un patriarca biblico, con i lunghi capelli bianchi e lo sguardo penetrante. ― Avete ragione, dottoressa Calvin. ― Il suo tono di colpo si fece più aspro. ― La situazione in sintesi è questa: abbiamo prodotto un cervello positronico che sarebbe dovuto essere di tipo normale, ma che invece ha la straordinaria facoltà di sintonizzarsi sulle onde del pensiero. Tale fenomeno costituirebbe il più grosso progresso mai registratosi in decenni di sperimentazione sui robot, se solo sapessimo come si è verificato. Non lo sappiamo e dobbiamo scoprirlo. È chiaro? ― Posso avanzare una proposta? ― chiese Bogert. ― Prego! ― Finché non risolveremo l’enigma, e come matematico ho l’impressione che si tratti di un enigma intricatissimo, direi che sarebbe opportuno tenere nascosta a tutti l’esistenza di RB-34, anche agli altri membri dello staff. Dato che siamo direttori dei vari dipartimenti, non dovrebbe esserci difficile mantenere il segreto. Meno persone vengono a conoscenza del fatto, meno… ― Bogert ha ragione ― disse la dottoressa Calvin. ― Da quando il Codice Interplanetario è stato modificato per permettere che i robot venissero collaudati in fabbrica prima di essere spediti nello spazio, la propaganda anti-robot è aumentata. Se viene fuori che esiste un robot capace di leggere nel pensiero prima che possiamo annunciare di avere il fenomeno sotto controllo, la notizia potrebbe essere sfruttata non poco dai nostri avversari. Lanning tirò una boccata dal suo sigaro e annuì, serio. Rivolgendosi a Ashe disse: ― Se non sbaglio, voi eravate solo quando vi siete accorto per caso di questa faccenda della lettura del pensiero. ― Sì, infatti, e ho preso il più grosso spavento della mia vita. RB-34 era appena stato tolto dal banco di montaggio e l’avevano spedito giù da me. Obermann era via, non so dove, così portai io stesso il robot nelle sale di collaudo. O meglio stavo per portarlo, ma mi fermai a metà strada. ― Ashe fece una pausa e accennò un sorriso. ― Dico, è mai capitato a nessuno di voi di avere una conversazione mentale con qualcuno senza rendersene conto? La risposta non venne, ed Ashe continuò: ― Perché è così, in un primo momento non ci si rende conto di quanto sta succedendo. Il robot mi parlava con tutta la logica e il buon senso possibili, e fu solo quando ero arrivato ormai alle sale di collaudo che mi accorsi di non avere aperto bocca. Certo, avevo avuto tanti pensieri, ma non è la stessa cosa, vi pare? Chiusi a chiave RB-34 e corsi a cercare Lanning. Provai una fifa tremenda all’idea di avere camminato accanto a quel robot che mi leggeva nella mente senza sforzo e sceglieva a suo piacimento tra i miei pensieri. ― Sì, capisco il vostro stato d’animo ― disse Susan Calvin, assorta. Fissò Ashe con uno sguardo strano, particolarmente intento. ― Siamo così abituati a considerare i nostri pensieri qualcosa di privato… ― Allora siamo solo noi quattro a sapere ― interloquì Lanning, con impazienza. ― Benissimo. Bisogna mettersi all’opera con metodo. Ashe, voglio che controlliate tutte le fasi del montaggio, dall’inizio alla fine. Dovrete escludere tutte le operazioni in cui è impossibile che si sia registrato un errore ed elencare tutte quelle in cui invece l’errore può essere stato commesso. Dovrete anche specificare il tipo di errore probabile e la sua gravità. ― Un compito arduo ― borbottò Ashe. ― Infatti. Naturalmente dovrete mobilitare gli uomini alle vostre dipendenze, tutti quanti se necessario; non mi interessa se rimarremo indietro con il piano di produzione. Ma nessuno dovrà sapere perché è stato mobilitato, questo è chiaro. ― Uhm, sì. ― Il giovane tecnico fece un sorriso obliquo. ― Resta sempre un lavoraccio. Lanning fece ruotare la poltrona girevole e si rivolse a Susan Calvin. ― Voi invece dovrete affrontare la faccenda da un’altra angolazione. Siete la robopsicologa della fabbrica, per cui avrete il compito di studiare il robot stesso e di risalire alle cause del suo comportamento. Cercate di scoprire come funziona, se ha altri poteri oltre a quelli telepatici, fino a che punto arrivano tali poteri, in che modo essi hanno cambiato la sua visione delle cose e quanto possono avere compromesso le sue normali proprietà di RB. Avete capito? Lanning non aspettò la risposta della dottoressa Calvin. ― Io coordinerò il lavoro e passerò tutti i dati al vaglio dell’interpretazione matematica. ― Tirò varie boccate dal suo sigaro e concluse il discorso in mezzo a una nuvola di fumo. ― In questo compito mi aiuterà naturalmente Bogert. Bogert si soffregò le unghie di una mano con l’altra e disse, in tono blando: ― Direi proprio. Di matematica ne capisco qualcosa. ― Bene, allora, mettiamoci al lavoro. ― Ashe spinse indietro la sedia e si alzò. Il suo viso giovane e gradevole si increspò in un sorriso. ― A me è toccato l’incarico peggiore, quindi sarà meglio che cominci subito a darmi da fare. Uscì dalla stanza con un “Arrivederci” bofonchiato tra i denti. Susan Calvin rispose al saluto con un cenno appena percettibile della testa, ma seguì Ashe con lo sguardo e rimase zitta quando Lanning le chiese: ― Volete vedere subito RB-34, dottoressa Calvin? RB-34 alzò gli occhi fotoelettrici dal libro quando la porta si aprì con un lieve cigolio, e si alzò subito in piedi appena vide entrare Susan Calvin. Lei si fermò sulla soglia per mettere a posto la grande targa con su scritto Vietato l’ingresso, poi si avvicinò al robot. ― Ti ho portato qualche testo sull’argomento dei motori iperatomici, Herbie. Vuoi darci un’occhiata? RB-34, altrimenti noto come Herbie, prese dalle braccia di lei i tre pesanti volumi e ne aprì uno, leggendo il titolo nel frontespizio. ― Uhm. Teoria iperatomica. ― Borbottò qualcosa fra sé sfogliando le pagine, poi disse, con aria distratta: ― Sedetevi, dottoressa Calvin. Ci metterò pochi minuti. La psicologa si sedette e studiò attentamente Herbie, che si era accomodato su una sedia all’altro capo del tavolo e leggeva con grande velocità i tre volumi. Dopo mezz’ora il robot li richiuse e disse: ― Naturalmente so perché me li avete portati. La dottoressa Calvin accennò un sorriso nervoso. ― Temevo che l’avresti intuito. È difficile lavorare con te, Herbie. Mi precedi sempre di un passo. ― Vedete, questi libri sono proprio come gli altri. Non mi interessano affatto. Sono testi così inutili… La vostra scienza consiste solo di un insieme di dati che raccogliete e incollate insieme con teorie zoppicanti. Ed è tutto così incredibilmente semplice che non vale proprio la pena di occuparsene. ― La vostra letteratura invece mi interessa, perché studia l’intrecciarsi delle emozioni e dei motivi che spingono gli uomini a comportarsi in un certo modo. ― Fece un gesto vago con la grossa mano d’acciaio, come cercando parole più appropriate. ― Sì, credo di capire ― sussurrò la dottoressa Calvin. ― Il fatto è che io vedo nelle menti ― continuò il robot, ― non avete idea di quanto siano complesse. Non posso certo pretendere di comprenderle a fondo, perché la mia mente ha così poco in comune con quella umana, ma ci provo, e i vostri romanzi mi aiutano. ― Sì ― disse Susan Calvin, con una punta di asprezza nella voce, ― ma temo che dopo aver analizzato le tormentose esperienze emotive descritte dai moderni romanzi sentimentali troverai scialba e ottusa la mente delle persone reali. ― No, affatto! Davanti all’impeto di quella risposta, Susan Calvin si alzò in piedi. Si sentì arrossire e pensò, in preda al panico: Lui sa! Herbie si calmò di colpo e mormorò sottovoce, con un tono quasi del tutto privo di inflessioni metalliche: ― Certo che so, dottoressa Calvin. È un vostro pensiero fisso, quindi come potrei non sapere? ― L’hai detto a… nessuno? ― fece lei, dura. ― Ma no, naturalmente ― rispose Herbie, con evidente meraviglia. ― Nessuno me l’ha chiesto. ― Bene ― sibilò lei, ― immagino che tu mi ritenga una stupida. ― No. È un sentimento normale. ― Forse è proprio per quello che è assurdo. ― L’amarezza del suo tono coprì qualsiasi altra sfumatura emotiva. Per un attimo la femminilità fece capolino da sotto la corazza professionale. ― Non sono quella che si definisce di solito una donna… attraente. ― Se vi riferite al puro fascino fisico, non sono in grado di giudicare. So però che esiste anche un altro tipo di fascino. ― Non sono nemmeno giovane. ― La dottoressa Calvin sembrava non aver quasi sentito le parole del robot. ― Ma se non avete nemmeno quarant’anni ― disse Herbie, con nella voce una sorta di insistenza ansiosa. ― Ho trentotto anni, come età reale, ma per quanto riguarda la mia visione affettiva della vita mi sento una vecchia di sessant’anni. Non per nulla ho scelto la psicologia. Continuò il discorso con crescente amarezza. ― Lui invece ha appena trentacinque anni e sembra ancora più giovane, sia come fisico sia come mentalità. È impossibile che mi veda diversa da come… da come sono realmente. ― No, vi sbagliate! ― Herbie batté un pugno sul tavolo ricoperto di plastica, producendo un clangore metallico. ― Ascoltatemi un attimo… Ma Susan Calvin si girò di scatto verso di lui e l’angoscia che trapelava dai suoi occhi si mischiò alla rabbia. ― Perché mai dovrei ascoltarti? Come puoi capire i miei problemi tu che sei una semplice macchina? Io per te sono solo un campione da esaminare, un insetto curioso, con una mente particolare che si offre alla tua analisi. Che splendido esempio di frustrazione, vero? Quasi interessante quanto i romanzi che leggi. ― Il suo discorso, espresso in raffiche soffocate, s’interruppe di colpo. Il robot s’intimidì, davanti a quello sfogo. Scosse la testa con aria supplichevole. ― Perché non volete ascoltarmi? Vi prego. Potrei aiutarvi, se me lo permetteste. ― In che modo? ― disse lei, increspando le labbra. ― Dandomi dei buoni consigli? ― No. È che so cosa pensano gli altri… Milton Ashe, per esempio. Seguì un lungo silenzio, e Susan Calvin abbassò gli occhi. ― Non voglio sapere cosa pensa ― gemette. ― Non dirmi niente. ― Credevo che vi interessasse saperlo. Susan Calvin non alzò la testa, ma il suo respiro si fece affannoso. ― Risparmiami le tue sciocchezze ― sussurrò. ― Non sono sciocchezze. Sto solo cercando di aiutarvi. Milton Ashe pensa che voi… La psicologa sollevò lo sguardo. ― Allora? ― Vi ama ― disse tranquillo il robot. La dottoressa Calvin rimase zitta per un intero minuto, limitandosi a fissare Herbie. Poi disse: ― Ti sbagli. È chiaro che ti sbagli. Perché mai dovrebbe essere innamorato di me? ― Però lo è. È un sentimento che non si può nascondere. Non a me. ― Ma io sono così… così…? ― balbettò lei, senza riuscire a finire. ― Milton Ashe apprezza molto più l’intelligenza che l’aspetto fisico. Non è il tipo che sposa una donna solo per i suoi capelli e i suoi begli occhi. Susan Calvin sbatté più volte le palpebre. Aspettò un attimo prima di rispondere, ma quando lo fece la sua voce tremò ugualmente. ― Eppure non mi ha mai lasciato capire in alcun modo che… ― Gli avete mai dato una possibilità? ― Come avrei potuto? Non ho mai pensato che… ― Già, proprio qui sta il punto! La psicologa chinò la testa, riflettendo, poi alzò gli occhi di colpo. ― Sei mesi fa una ragazza è venuta a trovarlo qui in fabbrica. Era carina, credo, secondo il metro degli altri. Bionda e snella. E naturalmente sapeva appena far di conto. Lui ha sprecato il suo fiato tutto il giorno nel tentativo di spiegarle come viene montato un robot. ― Il suo tono era di nuovo aspro, adesso. ― E lei non ha capito un’acca! Chi era? Herbie rispose senza esitare. ― Oh sì, conosco la persona di cui mi parlate. È la sua prima cugina e non c’è niente di tenero fra di loro, ve l’assicuro. Susan Calvin si alzò con un’agilità quasi da ragazzina. ― Non è strano? È proprio quello che mi sono ripetuta in cuor mio tante volte, anche se in realtà non ci credevo. Ma se lo dici tu dev’essere vero. Corse verso Herbie e strinse le mani fredde e pesanti del robot tra le sue. ― Grazie ― disse, con un sussurro rauco e accalorato. ― Non fare parola con nessuno di tutta questa faccenda. Sarà il nostro segreto. E grazie ancora. ― Strinse ancora convulsamente le dita metalliche di Herbie, che rimasero inerti, e uscì. Herbie riprese senza fretta la lettura di un romanzo. Ma quali fossero i suoi pensieri nessuno poteva intuirlo. Milton Ashe si stirò lentamente e ostentatamente, con un rumore di giunture scrocchianti e una serie di mugolii. Poi guardò torvo il dottor Peter Bogert. ― Insomma ― disse, ― è da una settimana che sono qui che lavoro senza praticamente trovare il tempo neppure di dormire. Quanto deve durare questa faccenda? Se non sbaglio avevate detto che la soluzione era il bombardamento positronico nella camera a vuoto D. Bogert sbadigliò educatamente e si guardò con interesse le mani pallide. ― Sì, infatti. Sono sulla strada buona. ― So cosa vuol dire quando un matematico si esprime così. Quanto siete vicino alla conclusione? ― Eh, dipende. ― Da cosa? ― Ashe si lasciò cadere su una sedia giusto in faccia all’altro, e allungò le gambe. ― Da Lanning. Il vecchio non è d’accordo con me. ― Sospirò. ― Il guaio è che è rimasto un po’ indietro rispetto ai tempi. È sempre ancorato alla meccanica delle matrici, che ritiene la cosa più importante, mentre per risolvere questo problema bisogna ricorrere a strumenti matematici più efficaci. È così testardo. ― Perché non sistemiamo la questione interrogando Herbie? ― mormorò Ashe, assonnato. ― Interrogando Herbie? ― ripeté Bogert, alzando le sopracciglia. ― Certo. Non ve l’ha detto la zitella? ― Intendete dire la Calvin? ― Naturalmente. Susie in persona. Quel robot è un genio della matematica. Sa tutto di tutto, e anche qualcosa di più. Calcola gli integrali tripli senza bisogno di carta e penna e si divora un po’ di analisi tensoriale per dessert. Il matematico lo fissò scettico. ― State scherzando? ― Giuro di no. Il guaio è che a quello scemo non piace la matematica. Preferisce leggere romanzi rosa. Sul serio! Dovreste vedere di che razza di spazzatura Susie lo rifornisce: Passione ardente, Amore nello spazio e roba del genere. ― La dottoressa Calvin non ci ha detto niente di tutta questa faccenda. ― Be’, non ha ancora finito di studiarlo. Sapete com’è lei. Vuole essere sicura di tutti i dati prima di svelare il gran segreto. ― Però con voi ha parlato. ― Siamo capitati in argomento chiacchierando. Negli ultimi tempi ci siamo visti spesso. ― Aprì bene gli occhi, come cacciando del tutto il sonno, e corrugò la fronte. ― Sentite, Bogert, non avete notato niente di strano in lei, da un po’ di giorni a questa parte? Bogert accennò un sorriso ironico. ― Usa il rossetto, se è a questo che vi riferite. ― Sì, cavoli, lo so. E anche il fard, la cipria e l’ombretto. È proprio un orrore. Però non era a quello che mi riferivo, bensì al suo modo di fare. È come se fosse felice di qualcosa. ― Rifletté un attimo, poi alzò le spalle. L’altro si concesse un’espressione maliziosa che, per uno scienziato al di sopra della cinquantina, non era certo difficile. ― Forse è innamorata. Ashe socchiuse di nuovo gli occhi. ― Siete matto, Bogie? Andate a parlare con Herbie. Io resto qui. Vorrei dormire un po’. ― D’accordo. Però non mi piace molto l’idea che un robot mi insegni il mio mestiere, e d’altra parte non credo proprio che possa farlo. Ma Ashe ormai stava già russando. Herbie ascoltò attentamente Peter Bogert, che gli parlava con studiata indifferenza, tenendo le mani in tasca. ― Ecco dunque come stanno le cose. Mi hanno detto che comprendi questo tipo di problemi, e io ti rivolgo le mie domande più per curiosità che per altro. Ammetto che nella mia catena di ragionamenti così come te l’ho presentata, restano delle piccole zone di dubbio che rendono scettico il dottor Lanning, per cui riconosco che il quadro è ancora abbastanza incompleto. Poiché il robot non rispondeva, Bogert chiese: ― Allora? ― Non vedo errori. ― Herbie studiò le cifre scarabocchiate sul foglio. ― Immagino che tu non sappia dirmi altro, vero? ― Non mi permetterei di farlo. Come matematico siete più bravo di me e… be’, non voglio compromettermi. Bogert sorrise compiaciuto. ― Prevedevo che non avresti potuto aiutarmi. È un problema difficile. Bene, lasciamo perdere. ― Accartocciò i fogli, li buttò nel condotto della spazzatura e si girò per andarsene. Poi però cambiò idea. ― A proposito… Il robot aspettò che continuasse il discorso. Bogert sembrava in difficoltà. ― C’è qualcosa… cioè, forse tu puoi… ― I vostri pensieri sono confusi ― disse Herbie, calmo ― ma non v’è dubbio che riguardino il dottor Lanning. È sciocco che esitiate a parlare, perché appena vi sarete tranquillizzato io saprò cosa volete chiedermi. Il matematico si passò una mano sui capelli, lisciandoli come faceva spesso. ― Lanning ha quasi settant’anni ― dichiarò, come se quello spiegasse tutto. ― Lo so. ― E dirige la fabbrica da quasi trent’anni. Herbie annuì. ― Be’, ecco ― fece Bogert, con tono da cospiratore, ― forse tu sai se… se sta pensando di dare le dimissioni. Per via della salute magari, o per motivi che non conosco… ― Sicuro ― convenne Herbie, senza aggiungere altro. ― Allora, tu sai se è così? ― Certo. ― E, ehm, potresti dirmelo? ― Dal momento che lo chiedete, sì ― disse il robot, con naturalezza. ― Ha già rassegnato le dimissioni. ― Ma come! ― L’esclamazione proruppe fuori quasi inarticolata. Lo scienziato protese la grossa testa in avanti. ― Ripeti un po’! ― Ha già rassegnato le dimissioni ― annunciò Herbie, calmo, ― solo che non sono ancora effettive. Vedete, vuole prima risolvere il problema che riguarda… ehm, me. Una volta sistemato quello sarà pronto a passare le consegne al suo successore. Bogert lasciò andare il respiro di colpo. ― E il successore chi è? ― Adesso era vicinissimo a Herbie e fissava ansioso quelle cellule fotoelettriche indecifrabili che erano gli occhi del robot. ― Siete voi ― disse Herbie, scandendo le parole. Bogert accennò un sorriso. ― Buono a sapersi. È una notizia che speravo e attendevo di sentire. Grazie, Herbie. Peter Bogert rimase seduto alla sua scrivania fino alle cinque del mattino e tornò al lavoro alle nove. Tolse dallo scaffale sopra il tavolo tutti i libri e le tavole di consultazione, a mano a mano che se ne serviva. Le pagine piene di calcoli che aveva davanti erano sempre più fitte e i fogli accartocciati, in terra, formavano ormai una piccola montagna. A mezzogiorno in punto fissò l’ultimo foglio, si stropicciò gli occhi arrossati, sbadigliò e scrollò le spalle. ― Qui va sempre peggio, per la miseria! Sentendo la porta che si apriva si girò e salutò con un cenno Lanning, che entrò facendo scrocchiare le nocche. Il direttore osservò la stanza in disordine e corrugò le sopracciglia. ― Qualche idea nuova? ― chiese. ― No ― disse Bogert, con tono di sfida. ― Cosa c’è che non va nella mia idea iniziale? Lanning non si curò di rispondere e si limitò a buttare un’occhiata frettolosa al foglio intorno a cui Bogert stava lavorando. Poi parlò da dietro la fiamma con la quale si accese un sigaro. ― La Calvin vi ha detto del robot? È un genio della matematica, un talento davvero eccezionale. Bogert sbuffò. ― Sì, ho sentito. Ma la Calvin farebbe meglio a occuparsi di robopsicologia. Ho controllato l’abilità matematica di Herbie e ho visto che riesce a malapena a capire i calcoli. ― La Calvin non la pensa così. ― È pazza. ― Ah sì? Be’, anch’io la penso come lei. ― Il direttore strinse minacciosamente gli occhi. ― Davvero? ― fece Bogert, aspro. ― Come mai? ― Ho messo alla prova Herbie per tutta la mattina e ho constatato che sa fare cose inimmaginabili. ― Ma proprio? ― Siete scettico, eh? ― Lanning tirò fuori dalla tasca del panciotto un foglio e lo spiegò. ― Questa non è la mia scrittura, vi pare? Bogert studiò gli appunti scritti con calligrafia grande e spigolosa. ― È stato Herbie a buttar giù questa roba? ― Certo. E come potrete notare ha lavorato intorno alla vostra integrazione temporale dell’Equazione 22. ― Lanning indicò col dito ingiallito dal fumo l’ultimo passaggio. ― Visto? Arriva alle stesse conclusioni cui sono giunto io, e in un quarto del tempo impiegato da me. Come vi è saltato in mente di trascurare l’Effetto Linger nel bombardamento positronico? ― Non l’ho affatto trascurato. Dio santo, Lanning, mettetevi in testa che annullerebbe… ― Oh sì, me l’avete spiegato. Avete usato l’Equazione di Traslazione di Mitchell, vero? Be’, non è valida. ― Perché no? ― Innanzitutto perché avete utilizzato gli iper-immaginari. ― Questo cosa c’entra? ― L’Equazione di Mitchell non è valida quando… ― Siete matto? Se provate a rileggere il saggio originale di Mitchell negli Atti del… ― Non ho bisogno di rileggerlo. Vi ho già detto fin dall’inizio che il suo modo di procedere non mi convinceva e Herbie sostiene il mio punto di vista. ― Allora lasciate che sia quell’aggeggio meccanico a risolvere per voi l’intero problema! ― gridò Bogert. ― Perché vi preoccupate delle inezie? ― È proprio questo il punto. Herbie non riesce a risolvere il problema. E se non ce la fa lui, non possiamo farcela nemmeno noi, senza un aiuto. Intendo sottoporre l’intera questione al Consiglio Nazionale. Ormai non siamo più in grado di affrontarla da soli. Bogert, rosso in viso scattò in piedi rovesciando la sedia. ― Voi non farete niente del genere ― ringhiò. Lanning s’infiammò a sua volta. ― Non sarete mica voi a dirmi quello che posso o non posso fare! ― Invece è esattamente così ― sibilò l’altro. ― Io ho risolto il problema e voi non mi soffierete ciò che mi spetta, chiaro? Non crediate che non vi abbia capito, vecchio fossile! Vi fareste tagliare il naso pur di impedirmi di ottenere credito per avere risolto l’enigma Herbie. ― Siete un perfetto cretino, Bogert, e vi farò subito sospendere per insubordinazione… ― Lanning aveva il labbro inferiore che gli tremava per la rabbia. ― No, non lo farete, Lanning. Con un robot in giro che sa leggere nel pensiero, nemmeno voi potete mantenere i vostri segreti. Non dimenticate che so benissimo che avete rassegnato le dimissioni. La cenere del sigaro di Lanning cadde in terra, seguita subito dal sigaro. ― Cosa… cosa…? Bogert rise con cattiveria. ― E il nuovo direttore sono io, su questo non ci piove. Sono perfettamente informato, non illudetevi. Per la miseria, Lanning, se è vero che sono il nuovo direttore, sarò io a dare gli ordini qui, o pianterò un casino che non ve lo immaginate nemmeno. Lanning ritrovò la voce e la fece esplodere in un ruggito. ― Siete sospeso, avete capito bene? Siete dispensato dal servizio. Siete destituito, chiaro? Il sorriso di Bogert si fece ancora più ampio. ― Che senso hanno queste minacce? Tanto non approdano a niente. Sono io che ho il coltello dalla parte del manico. So che avete dato le dimissioni. Me l’ha detto Herbie, che l’ha saputo direttamente da voi. Lanning si impose di parlare con calma. Appariva più vecchio che mai, adesso. Il rossore era scomparso dal viso, che aveva ripreso il solito colorito giallastro, e dallo sguardo trapelava una grande stanchezza. ― Voglio parlare con Herbie. Non può avervi detto una cosa del genere. Voi giocate d’azzardo, Bogert, ma io denuncerò il vostro bluff. Venite con me. Bogert scrollò le spalle. ― Per andare da Herbie? Bene. Benissimo. Fu sempre a mezzogiorno in punto che Milton Ashe alzò gli occhi dallo schizzo approssimativo e disse: ― Ho reso l’idea? Non sono molto bravo a disegnare, ma è fatta circa così? È un gioiello di casa, e posso averla quasi per niente. Susan Calvin lo guardò con occhi teneri. ― È proprio bella ― sospirò. ― Ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto un giorno… ― Ma non finì il discorso. ― Naturalmente ― continuò Ashe con brio, mettendo via la matita, ― dovrò aspettare le ferie. Mancano solo due settimane, ma con questa faccenda di Herbie tutto è così incerto che potrebbe toccarmi di restare qui a lavorare. ― Abbassò lo sguardo e si osservò le unghie. ― Per giunta c’è anche un’altra cosa… ma è un segreto. ― Allora conservatelo per voi. ― Oh, tanto fra poco non sarà più un segreto per nessuno, e poi muoio dalla voglia di parlarne con qualcuno e voi siete la migliore, ehm, confidente che possa trovare qui. ― Sorrise imbarazzato. Susan Calvin sentì che il cuore le batteva più forte, ma non si arrischiò a dire niente. Ashe si avvicinò a lei con la sedia e abbassò la voce, assumendo un tono confidenziale. ― A dir la verità la casa non è solo per me. Sto per sposarmi. ― Poi si alzò di scatto. ― Cosa avete, vi sentite male? ― No, sto benissimo. ― L’orribile sensazione di vertigine era scomparsa, ma Susan Calvin fece fatica a tirar fuori le parole. ― Vi sposate? Intendete dire che… ― Ma sì, certo. Ormai ho l’età, no? Vi ricordate quella ragazza che è venuta qui l’estate scorsa. È lei la mia futura moglie. Ma non è vero che voi state bene. Avete una faccia… ― Ho mal di testa. ― Susan Calvin gli fece cenno di allontanarsi, con un gesto vago. ― Ce l’ho… ce l’ho spesso da un po’ di tempo a questa parte. Mi… mi congratulo con voi, naturalmente. Sono molto contenta che… ― Il fard, applicato dalla sua mano inesperta, creava due orribili macchie scure sul viso mortalmente pallido. La sensazione di vertigine era ricominciata. ― Scusatemi, vi prego… Dopo avere biascicato quelle ultime parole, Susan Calvin uscì barcollando dalla stanza. Tutto era accaduto con la violenza improvvisa degli incubi, con l’orrore irreale degli incubi. Ma come era possibile? Herbie aveva detto… E Herbie sapeva. Era in grado di leggere nella mente. Senza rendersene conto, Susan Calvin si ritrovò ansimante appoggiata allo stipite della porta che dava nella stanza di Herbie. Doveva avere salito di corsa due rampe di scale, ma non si ricordava più nulla. Evidentemente aveva coperto la distanza in un attimo, come in sogno. Come in sogno! Gli occhi impassibili di Herbie erano fissi sui suoi e il loro colore rosso, opaco, parve assumere contorni più ampi, i contorni di due sfere luminose e opprimenti. Il robot le stava parlando e Susan sentì il freddo del bicchiere premuto contro le sue labbra. Inghiottì il contenuto, rabbrividì e riacquistò una certa coscienza dell’ambiente intorno. Herbie continuava a parlare e c’era una sfumatura di angoscia nella sua voce: un misto di preoccupazione, spavento e supplica. Le sue parole cominciarono a suonare comprensibili. ― Questo è un sogno ― stava dicendo, ― e non dovete crederci. Presto vi sveglierete nel mondo reale e riderete di voi stessa. Lui vi ama, ve lo dico io. Vi ama, vi ama! Ma non qui. Non ora. Questa è un’illusione. Susan Calvin annuì. ― Sì, sì! ― sussurrò. Strinse forte il braccio di Herbie e vi si aggrappò, ripetendo: ― Non è vero, eh? Non è vero. Quando rientrò completamente in sé non si rese conto di quanto tempo fosse passato, ma fu come se da un mondo nebbioso e irreale fosse uscita in piena luce del sole. Spinse il robot lontano da sé, premendo la mano contro il suo braccio d’acciaio, e spalancò gli occhi. ― Cosa stai cercando di fare? ― gridò, rauca. ― Cosa stai cercando di fare? Herbie indietreggiò. ― Voglio aiutarvi. La psicologa lo fissò. ― Aiutarmi? Dicendomi che è tutto un sogno? Spingendomi verso la schizofrenia? ― Era tesa, sull’orlo di una crisi isterica. ― Non è affatto un sogno. Vorrei che lo fosse. ― Tirò un respiro profondo. ― Ehi, un attimo! Sì… sì, ora capisco. Dio santo, è così chiaro. La voce del robot suonò piena di paura. ― Dovevo farlo. ― E io che ti avevo creduto! Non pensavo mai… Susan Calvin s’interruppe, sentendo delle voci fuori dalla porta. Si allontanò, stringendo forte i pugni, e quando Bogert e Lanning entrarono era davanti alla finestra all’altro capo della stanza. Nessuno dei due uomini si accorse di lei. Corsero entrambi da Herbie, Lanning furioso e impaziente, Bogert con gelida calma e un ghigno sardonico. Il direttore parlò per primo. ― Allora, Herbie, ascoltami bene! Il robot si girò verso il vecchio, fissandolo. ― Sì, dottor Lanning. ― Hai parlato di me con il dottor Bogert? ― No, signore. ― La risposta fu chiara, pacata, e il sorriso sulla faccia di Bogert si spense. ― Come sarebbe? ― Bogert passò davanti al suo superiore e si piazzò a gambe larghe in faccia al robot. ― Ripetimi quello che mi hai detto ieri. ― Ho detto che… ― Herbie s’interruppe. All’interno del suo corpo il diaframma metallico vibrò in lievi toni dissonanti. ― Non mi hai raccontato che si era dimesso? ― ruggì Bogert. ― Rispondimi! Bogert alzò un braccio con aria minacciosa, ma Lanning lo spinse da parte. ― State cercando di costringerlo a mentire? ― L’avete pur sentito, Lanning. Ha risposto di sì e poi si è interrotto. Toglietevi di mezzo. Voglio che dica la verità, capito? ― Gli chiederò io qual è la verità! ― Lanning si voltò verso il robot. ― Bene, Herbie, calma e sangue freddo. Ho rassegnato le dimissioni, sì o no? Herbie lo fissò e restò zitto. ― Ho rassegnato le dimissioni? ― ripeté Lanning. Il robot fece un minimo cenno di diniego con la testa e continuò a tacere. I due uomini si scambiarono un’occhiata. L’ostilità nel loro sguardo era quasi palpabile. ― E che cavolo! ― sbottò Bogert. ― Cos’è, diventato muto? Non sai più parlare, brutto mostro? ― Sì, so parlare ― disse pronto il robot. ― Allora rispondi alla domanda che ti è stata fatta. Non mi hai forse detto che Lanning aveva dato le dimissioni? E non le ha date sul serio? Seguì di nuovo un cupo silenzio, finché dall’altro capo della stanza arrivò la risata improvvisa, stridula e quasi isterica di Susan Calvin. I due matematici sobbalzarono. ― Ah, siete qui? ― disse Bogert, stringendo gli occhi. ― Cosa c’è di tanto divertente? ― Proprio niente ― rispose Susan Calvin, con un tono che non era naturale. ― Pensavo solo che non sono stata l’unica a essere ingannata. Non è buffo che tre dei maggiori esperti di robotica di tutto il mondo siano caduti nella stessa trappola elementare? ― Si portò una mano pallida alla fronte. ― Già. Ma non è affatto buffo, purtroppo. Questa volta i due uomini si scambiarono un’occhiata stupita. ― Di che trappola state parlando? ― chiese Lanning, brusco. ― C’è qualcosa che non va in Herbie? ― No ― disse lei, avvicinandosi lentamente. ― Non c’è niente che non vada in lui, bensì in noi. ― Si girò di scatto e gridò al robot: ― Scostati! Va’ in fondo alla stanza in modo che non debba guardarti in faccia! Davanti all’ira che trapelava dai suoi occhi, Herbie si fece piccolo piccolo e si allontanò con passo incerto e clangore metallico. Il tono di Lanning era ostile. ― Che senso ha tutto questo, dottoressa Calvin? Lei si rivolse ai due uomini con un sorriso sarcastico. ― Certo conoscerete la Prima Legge della Robotica, una legge di capitale importanza. Gli altri due annuirono all’unisono. ― Naturalmente ― disse Bogert, irritato. ― Un robot non può recar danno agli esseri umani, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, gli esseri umani ricevano danno. ― Sì, l’avete esposta proprio bene ― lo sfotté la Calvin. ― Ma che tipo di danno? ― Be’, qualsiasi danno. ― Esattamente! Qualsiasi danno. E allora, ferire i sentimenti di una persona, mettere a dura prova il suo orgoglio, infrangere le sue speranze non si possono forse ritenere danni? Lanning aggrottò la fronte. ― Cosa volete che sappia un robot di… ― E s’interruppe di colpo, restando quasi senza fiato. ― Avete capito, vero? Questo robot legge nel pensiero. Credete che non sappia che cosa si può considerare un’offesa morale? Lo sa benissimo, ed è per questo che ci dà le risposte che preferiamo sentirci dare. È perfettamente conscio che qualsiasi altra risposta ci ferirebbe. ― Dio santo! ― mormorò Bogert. La psicologa gli scoccò un’occhiata ironica. ― A quanto ho capito, voi gli avete chiesto se Lanning aveva rassegnato le dimissioni. Il vostro desiderio era che così fosse, per cui Herbie vi ha detto che effettivamente si era dimesso. ― E suppongo sia per quello che non voleva rispondere, poco fa ― disse Lanning, con voce piatta. ― Qualunque cosa avesse detto, avrebbe offeso uno di noi due. Seguì un breve silenzio durante il quale Lanning e Bogert si girarono a guardare pensierosi il robot, che se ne stava seduto vicino alla libreria con la testa appoggiata a una mano. Susan Calvin abbassò lo sguardo e fissò il pavimento. ― Lui era cosciente di quel che gli succedeva intorno. Quel… quel demonio sa tutto, sa anche quale errore è stato commesso durante il montaggio. ― Aveva un’espressione cupa e meditabonda. Lanning alzò gli occhi. ― No, qui, vi sbagliate, dottoressa Calvin. Non può sapere qual è stato l’errore. Gliel’ho chiesto e non è riuscito a darmi una risposta. ― E che significa? ― gridò la Calvin. ― Solo che non volevate che Herbie ve la desse. Vi sareste sentito ferito nel vostro orgoglio se una macchina avesse mostrato di capire qualcosa che voi non capivate. ― Si rivolse a Bogert. ― E voi, gliel’avete chiesto? ― In un certo senso. ― Bogert, rosso in viso, si mise a tossire. ― Mi ha detto che si intendeva pochissimo di matematica. Lanning ridacchiò e la psicologa accennò un sorriso ironico. ― Glielo chiederò io ― disse. ― Il fatto che possa essere lui a risolvere il problema non ferisce il mio orgoglio. ― Alzò la voce e ordinò, in tono freddo e perentorio: ― Vieni qui! Herbie si alzò e le si avvicinò, esitante. ― Immagino tu sappia ― continuò lei, ― a che punto esatto del montaggio è stato introdotto un fattore estraneo e tralasciato un fattore essenziale. ― Sì ― disse Herbie, con voce quasi inaudibile. ― Ehi, un attimo ― interloquì Bogert, con rabbia. ― Probabilmente sta mentendo. Vi dice solo quel che volete sentirvi dire. ― Sciocchezze ― replicò la Calvin ― Herbie conosce la matematica quanto voi e Lanning messi insieme, visto che legge nel pensiero. Dategli una possibilità. Bogert si arrese e la Calvin continuò. ― Bene, Herbie, spiegaci allora cos’è successo. Ti ascoltiamo. ― E, rivolta agli altri: ― Vi spiace tirar fuori carta e matita, signori? Ma il robot rimase zitto. ― Perché non rispondi, Herbie? ― chiese la psicologa, trionfante. ― Non posso ― sbottò il robot, di colpo. ― Lo sapete benissimo che non posso! Il dottor Bogert e il dottor Lanning non vogliono che risponda. ― Ma desiderano conoscere la soluzione del problema. ― Però non vogliono che sia io a darla. ― Non fare lo sciocco, Herbie ― intervenne Lanning, scandendo le parole. ― Siamo ansiosi di saperla. Bogert annuì, con aria seccata. La voce di Herbie suonò quasi in falsetto. ― A che serve dirmi questo? Credete forse che non sappia penetrare oltre la superficie della vostra mente? In fondo al cuore voi non volete che risponda. Sono solo una macchina in cui è stato infuso qualcosa di simile alla vita grazie ai congegni del mio cervello positronico, che è stato creato dall’uomo. Se vi dicessi come stanno le cose perdereste la faccia e vi sentireste offesi. Nei recessi più profondi della vostra mente è questo che pensate, è inevitabile. Non posso svelarvi la soluzione. ― Allora noi due ce ne andremo ― disse il dottor Lanning. ― Dillo alla Calvin. ― Non servirebbe a niente ― gridò Herbie, ― perché sapreste comunque che sono stato io a dare la risposta. ― Però tu capisci, Herbie ― riprese Susan Calvin, ― che nonostante questo il dottor Lanning e il dottor Bogert desiderano conoscere la soluzione. ― Ma vogliono arrivarci loro, con le loro forze! ― insistette il robot. ― Questo non toglie che siano ansiosi di saperla. Il fatto che tu la veda chiaramente e ti rifiuti di renderla nota li ferisce. Lo capisci, no? ― Sì, sì! ― Ma si sentirebbero feriti anche se tu la rendessi nota, vero? ― Sì, sì! ― Herbie stava lentamente indietreggiando, mentre Susan Calvin gli si avvicinava sempre di più. I due uomini guardavano la scena come bloccati dallo sbalordimento. ― Non puoi dare loro la risposta ― mormorò la psicologa, ― perché li offenderesti, e tu non devi offendere gli esseri umani. Ma se non gliela dai li offendi lo stesso, per cui devi darla. Se la dai, però, li offendi, cosa che non devi fare, per cui non puoi rispondere. Non rispondendo, tuttavia, li offendi, per cui devi rispondere. Ma se lo fai li offendi, per cui non devi rispondere. Se non rispondi, però, li offendi, per cui devi parlare. Ma se parli, li… ― Basta! ― urlò Herbie, che ormai era arrivato fino al muro ed era crollato in ginocchio. ― Chiudete la vostra mente! È piena di dolore, di frustrazione e di odio! Non volevo farvi del male, ve lo assicuro! Ho cercato solo di aiutarvi! Vi ho detto quel che volevate sentirvi dire. Dovevo farlo. La psicologa non gli badò. ― Devi dare la risposta, ma se la dai li offendi, per cui non devi darla. Se però non la dai li offendi, per cui devi darla. Ma se… Herbie a quel punto urlò. Fu come il suono di un ottavino amplificato molte volte: acuto, lacerante, come pervaso dallo strazio di un’anima perduta. Un grido di terrore che riempì tutta la stanza. Quando cessò, dissolvendosi nel nulla, Herbie crollò in terra, riducendosi a un ammasso di metallo inanimato. ― È morto! ― esclamò Bogert, pallidissimo. ― No! ― Susan Calvin scoppiò in una risata fragorosa che la scosse tutta. ― Non è morto, è semplicemente impazzito. L’ho messo di fronte a un dilemma insolubile, e ha ceduto. Potete smantellarlo adesso, perché non parlerà mai più. Lanning si inginocchiò accanto al mucchio di rottami che era stato Herbie. Toccò la faccia di metallo, che era fredda e immobile, e rabbrividì. ― L’avete fatto apposta ― disse, rialzandosi e avvicinandosi alla Calvin con il viso stravolto. ― E se anche fosse? Ormai non c’è più rimedio. ― Poi, assumendo un tono aspro, aggiunse: ― Se lo meritava. Il direttore afferrò per il polso Bogert, che era rimasto immobile, come paralizzato. ― Che se lo meritasse o no, cosa importa. Venite, Peter. ― Sospirò. ― In ogni caso un robot pensante di quel tipo non serviva a niente. ― Guardò Bogert con occhi stanchi e ripeté: ― Venite, Peter. Qualche minuto dopo che i due scienziati se n’erano andati, Susan Calvin riacquistò in parte il suo equilibrio mentale. Si voltò lentamente verso il robot inanimato e assunse di nuovo un’espressione normale. Fissò Herbie a lungo; a poco a poco il gusto della vittoria lasciò il posto all’antica frustrazione. E da tutti i suoi pensieri caotici emerse solo un’unica, amarissima parola. ― Bugiardo!