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Esiste una fantascienza italiana? certo che esiste, forse non si prende molto sul serio, ma ha antiche origini e ha il più delle volte un percorso underground, un pubblico di nicchia e molti risvolti sociali. Non è hollywoodiana e risente di atmosfere neorealiste, ed è spesso ironica come nel bel racconto di Gianni Papa dove l’invasione di un solo “marziano” è il pretesto per raccontare la realtà di Centurano, frazione di Caserta ben conosciuta dal nostro. Con la sua solita penna acida, Papa tratteggia in pochi tratti un carattere, un atteggiamento, un’abitudine del quartiere e della sua gente, alle prese con un’invasione alliena non compresa e impossibile da fermare. La metafora è chiara, l’alieno è la morte con la sua fame insaziabile, gli uomini persi nelle loro meschinità, non si accorgono o si accorgono quando è troppo tardi. Solo il commissario Martino capisce cosa sta succedendo, ma è ugualmente impotente, ma anche questa è una metafora.

 

Il commissario Martino e la palla di Ik

 

 

1

 

Ik si ritrovò con la navicella rotta al centro di un luogo circolare, con dell’erba sotto di lui.

La prima cosa che fece fu assaggiare l’erba. Non era molto buona: era stata condita con elementi fossili bruciati.

Strano, quel pianeta.

Di fronte a lui, un beccuccio metallico lasciava uscire acqua mescolata a minerali. Si avvicinò e bevve. Poi diede un morso al beccuccio metallico: ne staccò un pezzo, lo masticò un pochino e lo deglutì piano.

Aveva un sapore d’antico. Come se il beccuccio si trovasse lì da tanti, tanti anni.

Strano, quel pianeta. 

Diede un’occhiata alla navicella, che si era frantumata in mezzo all’erba e aveva preso una forma che Ik non conosceva.

Provò a metterla in moto: la navicella diede qualche piccolo colpo di tosse, ma poi smise.

Ik mangiò il manubrio in pochi bocconi, quasi senza masticare. Mangiò la carlinga, i pistoni e le rotule. La navicella – ormai – non serviva più a niente. Se non come cibo. La finì in pochi minuti e ruttò soddisfatto.

Adesso era intrappolato su quel pianeta. Doveva assolutamente trovare un altro veicolo per ripartire. Aveva bisogno di farina.

Non era un esperto di navicelle, ma una volta era stato in un’officina e aveva visto che sono fatte con la farina. Alla farina si mescola un lievito particolare, detto “miglioratore”. Il miglioratore fa crescere ed indurire la pasta. Un trapano buca la pasta cresciuta e scava l’abitacolo. Un altro trapano buca dall’altro lato e scava il vano motore.

 

2

 

Antonio aveva un piccolo forno e stava per chiudere. In quella frazioncina non c’era mai nessuno. A quell’ora la strada era praticamente deserta.

“Che ore sono?” disse a sua moglie Maria Concetta.

“Le otto e mezza” rispose lei.

“E’ tardi. Chiudiamo?”

“Abbiamo ancora sei pezzi di pane” disse Maria Concetta “Io aspetterei di venderli”

“Ma non c’è più nessuno in giro” fece Antonio “Magari li rifiliamo domattina a qualcuno meno attento”

“Lo sai che non mi piacciono queste cose. Poi la gente va a dire in giro che vendiamo il pane del giorno prima. Io voglio avere una buona repu…”

Non finì la frase. Un essere immondo stava scendendo le scale del piccolo forno.

Maria Concetta gridò immediatamente, appena lo vide. Era come una formica enorme che avesse dimenticato di andare dal barbiere.

Fu un attimo: la donna si sentì mancare l’equilibrio e svenne. Il marito ebbe appena il tempo di vedere il mostro che le staccava la testa, prima che staccasse anche la sua e smettesse di percepire.

 

 

3

 

Ik non credeva ai suoi occhi. Quanta farina che c’era! Avrebbe potuto facilmente costruire una nuova macchina!

Prima di raggiungere il materiale, dovette mangiare due oggetti che si muovevano. Uno dei due oggetti faceva un rumore particolarmente sgradevole.

Ik scese fino in fondo al cubicolo, dopo aver mangiato i due oggetti molli e lordi, tutti ripieni di una strana sostanza rossa che andò a finire ovunque. Cominciò a mettere insieme la farina.

Non era tantissima. Alcuni pezzi erano già stati assemblati, come se qualcuno avesse tentato di costruire macchine molto piccole.

La farina – comunque – era abbastanza per costruire un cerchio cresciuto. Col cerchio cresciuto avrebbe potuto – per lo meno – ripartire e tentare di arrivare fino a casa.

Si mise pazientemente a raccogliere i cocci e la farina. Formò la palla.

Ma non aveva il miglioratore.

Sacramentò ed uscì dal negozietto. Risalì per dove era arrivato.

 

4

 

Il commissario Martino, quando vide quello spettacolo disgustoso, dovette chiedere un antiemetico. Sembrava un commissario da fumetto: dovette risalire di corsa nel cortile e mettersi a vomitare in un angolo.

Era un tipo semplice, il commissario. Si era fatto trasferire a Caserta, ciscoscrizione di Centurano-San Clemente, perchè non succede mai nulla.

Cioè, ogni tanto c’è da confrontarsi con la piccola malavita locale. Però (non avendo Caserta, nè tantomeno la circoscrizione Centurano-San Clemente, grandi risorse economico-finanziarie) anche la Camorra è di piccolo calibro, vecchio stampo, ed è facile mettersi d’accordo, trovare un compromesso.

Il commissario Martino e il suo barbone grigio erano abilissimi nel trovare compromessi. Ma in quel caso… Quali compromessi poteva mai trovare? Con chi?

C’era farina sparsa ovunque, senza soluzione di continuità.

E c’erano pezzi di sangue. E denti.

Un agente gli mostrò un canino molto lungo e tutto cariato. Fu una delle cause che gli riaccese la voglia di vomitare.

 

5

 

Ik era salito per la collina che porta alla chiesa di Santa Lucia. Aveva evitato – non per sua volontà ma perchè portato dall’istinto – l’abitatissimo parco Cesarole (una fortuna sfacciata per gli abitanti di tale popolosissimo quartiere di Caserta!) e si era diretto verso l’alto, in una zona piuttosto incolta e disabitata. Verso la chiesa di Santa Lucia e le cave di cemento.

La chiesa di Santa Lucia forse è un santuario, ma non ne sono sicuro. Non sono sicuro nemmeno che tra chiesa e santuario vi sia differenza. Forse sono la stessa cosa.

Mi ricordo che alla chiesa di Santa Lucia fanno un pellegrinaggio a piedi, in un determinato giorno dell’anno che sinceramente non ricordo.

D’altra parte, ad Ik non interessava nulla. Lui non aveva nè santi nè chiese, nella sua testa.

A lui interessava soltanto trovare il miglioratore, quella sostanza particolare che può trasformare un pane fragrante e pieno di mollica in una navicella spaziale.

Arrancò lungo la salita, quasi strisciando. Gli alieni come Ik vivono in pianura. Al massimo camminano in diagonale: mai verso l’alto e verso il basso.

Allora perchè non era andato verso parco Cerasole? Perchè non era stato attratto dalla trasversalità e dalla diagonalità del becero quartiere casertano?

Forse perchè lì, sulla collina, aveva sentito odore di miglioratore?

 

6

 

Il commissario Martino non sapeva che pesci prendere. Fino a quel momento era stato un solerte funzionario, ma più una specie di impiegato della Telecom che un poliziotto stile L.A. Police Department.

Si era fatto trasferire nella zona San Clemente – Centurano proprio per stare tranquillo e farsi i fatti suoi. Si rammaricò che l’omicidio non fosse avvenuto in zona Parco Cerasole, perchè sarebbe stata già sotto la giurisdizione di un altro commissariato.

Cercò di fare mente locale. Dai brandelli di pelle e di vestiti e dal sangue, la polizia scientifica aveva appurato che i morti erano i due coniugi proprietari del forno: Antonio e Maria Concetta Falardo. Il fatto però che fossero stati letteralmente sminuzzati lasciava pensare all’utilizzo – da parte dell’assassino – di strumenti particolarmente effetati come trapano, martello pneumatico o qualcosa del genere.

Non era tutto: delle parti mancavano completamente. Nel forno era rimasto il sangue, erano rimasti dei pezzettini (molto piccoli) ma non c’era quasi più traccia dei Falardo.

Lesse il verbale con l’interrogatorio del figlio dei Falardo: Giuseppe, scritto e sottoscritto dall’ispettore Pollastro. Era un interrogatorio molto approfondito ma non giungeva a niente.

Il figlio non c’era. Non aveva avuto sentore di niente. Non credeva che i suoi genitori avessero dei nemici. Non sapeva che i suoi genitori pagavano il pizzo.

I Falardo pagavano il pizzo, certo. Come tutti. Il commissario Martino lo sapeva bene.

Tutti i commercianti della zona erano tenuti a versare una cifra intorno al cinque per cento degli utili al capocamorra: Giacinto Papa.

Giacinto Papa abitava in una villetta in via Montagna e se ne stava tutto il giorno in panciolle. Al massimo faceva il baby sitter alla nipotina.

Avevano rapporti fitti, il commissario e Papa. Papa diceva al commissario di cosa non doveva occuparsi e lo ricompensava ogni tanto con soffiate esclusive. Faceva comodo sia al capocamorra che al commissario.

 

7

 

Ik giunse piano piano al termine della salita. Aveva sì incrociato dei camion pieni di massi, ma si era finto morto e non era stato notato.

Girò a destra e penetrò nel sagrato della chiesa di Santa Lucia. La chiesa di Santa Lucia era chiusa. Cioè era chiuso il portone dell’edificio, ed era chiusa anche la porta della casetta adiacente, dove una volta c’erano i vecchi e dove ora si era impiantato il prete.

Ik aveva mangiato un pezzo d’asfalto, lungo la strada, ma non gli era piaciuto. Provò il bronzo del portone della chiesa. Andava mooolto meglio. Gustoso e con la giusta componente salina.

Non sapeva che si trattasse di bronzo e non sapeva che stava entrando in una chiesa. Sul pianeta di Ik non esistono le chiese e uno come Ik non poteva avere nessun rispetto per le immagini dei santi o per l’altare. Se anche qualcuno gliel’avesse spiegato, non sarebbe mai riuscito a comprendere.

Sul pianeta di Ik cose come l’Oltretomba, la Religione, il Paradiso, l’Inferno non sono contemplate.

Non stupitevi dunque, e non inorridite. Ik prese una statua di padre Pio da Pietralcina. Di San Padre Pio da Pietrelcina. La assaggiò con una leccata. La trovò di suo gradimento.

Diede un gran morso alla statua e staccò la testa. Poi divorò il collo, le braccia benedicenti e le gambe.

Era particolarmente gustoso, per Ik, padre Pio da Pietrelcina.

 

8

 

Il commissario Martino si era messo le mani nei capelli. Ne aveva tanti, foltissimi. E portava una barba bianca piuttosto incolta.

Era arrivato sulla chiesa di Santa Lucia in seguito a una segnalazione. Qualcuno aveva guardato in alto e aveva visto che mancava la chiesa.

Sembrava una battuta, una presa in giro, ma era verissimo. Mancava la chiesa.

Com’era possibile?

Non restava nemmeno un frammento minuscolo, della chiesa. Ne’ dell’interno nè dell’esterno.

Era come se l’edificio, compreso il pavimento e parte delle fondamenta, fosse stato divorato da una bestia feroce.

Ma non esistono mangiatori di chiese.

Se ne stava lì, davanti al buco lasciato dalla chiesa e dall’ex ospizio. E pensava.

Pensava che una volta lì c’erano i vecchi, e che i vecchi erano stati trasferiti, un bel giorno, alla fondazione Battiloro di San Nicola la Strada.

Era stato Don Giacinto Papa a farli trasferire. Aveva detto al sindaco: “Falli trasferire” e il sindaco aveva eseguito.

“Forse sono stati i vecchi” pensò.

Ma gli sembrava troppo assurdo.

 

9

 

Giacinto Papa, nella sua casa di via Montagna 2, beveva il caffè e telefonava.

“Antonio Falardo era amico mio! Ed è successo nella zona mia! Antonio Falardo mi faceva sempre portare il pane a casa, e io non gli ho mai dato un centesimo! Antonio Falardo mi ha sempre fatto gli auguri, il giorno del mio compleanno e a san Giacinto…”

Un silenzio, e poi…

“Non ci sono ma che tengano: se sto ad aspettare il commissario, sto fresco. Se aspetto Martino, i corpi non saranno mai più ritrovati. Devo fare io. Devo fare a modo mio. Devo indagare io”

Un altro silenzio, e poi…

“Mandate qualcuno sulla collina. Verso le cave. Andate a vedere cosa è successo. Mi ha telefonato un poliziotto amico mio e ha detto che non c’è più la chiesa. Com’è possibile che non ci sia più la chiesa? Andate a vedere!”

Un ennesimo silenzio, e poi…

“Sì sì, lo so che non c’entra la chiesa con Falardo, ma anche quella è zona mia. MIA!!! COMANDO IO!!! A CENTURANO E SAN CLEMENTE COMANDO IO!!!”

Aveva strillato talmente forte che il telefono stava per decidere di andare in pensione. Ancora un secondo e sarebbe esplosa la cornetta.

 

10

 

Finalmente Ik l’aveva trovato! Il miglioratore! Quintali, tonnellate di miglioratore!

C’erano camion al lavoro, ruspe, gru, macchine di tutti i tipi.

La cava Moccia è un tormento per tutti quelli che abitano nella zona di Centurano-Parco Cerasole.

Ik non lo sapeva, ma stava per mangiarla. Stava per distruggerla in pochi bottoni.

Aveva bisogno di mangiare il miglioratore e ruminarlo nello stomaco insieme alla farina, per poi sputarla in forma di bolla.

Mangiò due uomini senza capelli, un uomo con la barba e uno con i baffi, due biondi e tre bruni, sei giovani e 2 vecchi.

Mangiò 6 camion, un bel po’ di calce viva e ancora cemento, e ancora metallo.

Tutti strillavano, si dimenavano, cercavano di scappare, ma Ik era troppo veloce per chiunque. Quelli come Ik vivono ad un ritmo accelerato.

Cominciò ad addentare la collina e a nutrirsi di miglioratore.

Le colline intorno Caserta sono famigerate. Sembrano colline mangiate da bestie fameliche.

Invece sono state le cave.

Spesso le associazioni ambientaliste hanno cercato di battersi.

“Via le cave da Caserta! Vogliamo una città pulita!”

Ik stava facendo molto di più. Stava divorando la collina intera. Per lui la collina era il miglioratore. Solo con il miglioratore sarebbe riuscito a ripartire.

Digerì velocemente e sputò la palla bianca. Poi si sdraiò al sole ad aspettare, aspettando che crescesse.

 

11

 

Giacinto Papa aveva ricevuto una telefonata assurda, incredibile.

Un suo affiliato: Silvio Leotta, si era messo a gridare e a spaccargli i timpani senza riuscire a spiegarsi.

“E’ sparita! Non c’è più! E’ la fine del mondo!”

“Ma cosa?”

“Non c’è più! E’ sparita! Non la vedo più!”

“Ma cosa?”

“La parte di parco Cerasole che era in ombra adesso è al sole. Non c’è mai stato il sole qui. E’ sparita la collina!”

 

12

 

Mentre era ancora alla chiesa di Santa Lucia, il commissario Martino aveva visto una cosa strana. Stava sparendo la collina. Tutta la parte di collina sopra di lui.

Il fenomeno era strano, stranissimo. Era all’ombra. E poi l’ombra era sparita.

Ma non era girato il sole. Non ne aveva avuto il tempo. Era semplicemente sparito l’ostacolo tra lui e il sole. Un ostacolo fatto di rocce e di terra e di piante e di radici e di costruzioni abusive e di uomini.

“Commissario, che facciamo?” gli chiese l’agente semplice Dario Bucci.

Dario Bucci aveva la tipica faccia da agente semplice. Non sarebbe mai riuscito a diventare commissario, anche se sicuramente lo sognava e lo desiderava. Non sarebbe mai diventato nemmeno semplice ispettore.

Il commissario, risoluto, guardò verso l’altro.

“E’ successo qualcosa. Alla cava, forse. Avranno messo troppa dinamite”

“Ma io non ho sentito nessuna esplosione” disse Dario Bucci.

“Andiamo a vedere” disse il commissario Martino.

 

13

 

Quando Giacinto Papa salì sulla collina dimezzata, vide le macchine della polizia ferme vicino alla chiesa che non c’era più. Notò la chioma brizzolata di Martino e pensò:

“Lo costringerò a dimettersi. Farò venire un altro commissario, a Centurano”.

Ma i suoi pensieri dovettero frenare bruscamente, insieme alla strada, che a un certo punto finiva nel nulla, come se mezza collina e tutto quello che conteneva fosse sparita nel nulla.

Non sapeva, Giacinto Papa, che quella massa scura lì accanto era Ik. Ik dormiente e innocuo.

In quel momento avrebbe facilmente potuto sparare sull’alieno, se l’avesse riconosciuto come tale e se avesse anche solo sospettato l’esistenza degli alieni.

“E’ la fine del mondo” pensò il capocamorra.

Una palla bianca vicino alla massa scura, fino a quel momento immobile e inespressiva, cominciò a tirar fuori vapore e a gonfiarsi a vista d’occhio.

“Che succede?” pensò Giacinto Papa.

I due camorristi di piccolo calibro che gli avevano fatto da autisti, Mattia Menditto e Ciro Scialli, spalancarono gli occhi atterriti.

“Don Giacì” disse Menditto “Fujmmecenne

Ma don Giacinto era come incantato dalla palla bianca. Una palla bianca che sulle prime non aveva quasi notato. Sembrava un anonimo ammasso di materiali da costruzione. Archeologia urbana. Parte del paesaggio.

Adesso però la palla cresceva. E i due piccoli camorristi – Menditto e Scialli – tremavano come foglie.

“Andate a vedere che sta succedendo” disse Giacinto papa “Ciro, vai a toccare la palla”

“Don Giacì” disse Scialli “Io tengo paura”

Don Giacinto sbuffò e gli fece cenno di obbedire, guardandolo con occhi infuocati.

Non l’avesse mai fatto! La massa anonima e informe si ridestò e mise in mostra tutti i denti.

“Gesù, e chi li aveva visti tutti questi denti?” ebbe appena il tempo di pensare don Giacinto, prima di finire divorato in tre morsi, insieme ai suoi luogotenenti e all’automobile.

 

14

 

Sulla sommità della collina era cambiato tutto. La collina non c’era più. Era rimasta solo fino alla chiesa di Santa Lucia. Dalle cave in sù, era sparito tutto.

Le due auto della polizia si fermarono più o meno all’altezza dello strapiombo, ma nessuno ebbe il coraggio di uscire dall’auto.

Se ne stettero immobili a fissare la palla bianca che non doveva essere lì e che pure c’era. Nessuno ebbe il coraggio di dire una parola. Nessuno accennò alla palla bianca.

Il commissario Martino sentì che qualcuno gli metteva paternamente una mano sulla scapola destra. Era l’agente Bucci.

L’agente Bucci stava molto simpatico al commissario Martino. L’agente Bucci aveva adesso negli occhi un terrore assoluto.

Il commissario Martino pensò che stavano vivendo una scena di un film giallo.

Un altro agente strillò, all’improvviso.

“Guardate!!!”

Il commissario Martino sobbalzò e un po’ si dispiacque che il silenzio fosse stato rotto.

L’agente stava indicando, un po’ più in là della palla bianca, appoggiata a una massa scura indefinita, una targa d’automobile.

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“Non è la targa di…” fece per dire Dario Bucci.

Il commissario gli toccò la mano che gli teneva sulla scapola. L’agente Bucci tacque.

La palla bianca cresceva a dismisura. Era diventata alta almeno…

“Sei metri” pensò il commissario.

“Commissà” fece l’agente Bucci “Io andrei”

Il commissario Martino non parlò. Pensò soltanto che lui non si intendeva di quelle cose. Non si intendeva di polizia, di omicidi, di violenza. Tantomeno di colline dimezzate. Lui era specializzato a combattere l’associazione a delinquere di stampo mafioso. Anzi: lui era sulla busta paga dell’associazione a delinquere di stampo mafioso, ed era in pace con la coscienza perchè era convinto che lì, nella circoscrizione di Centurano-San Clemente, l’assenza dello stato non solo consentisse, ma addirittura pretendesse, la presenza della Camorra.

Il commissario non parlò. Vide che la palla era cresciuta ancora. Mosse la testa e guardò negli occhi l’agente Bucci.

Erano occhi imploranti di animale smarrito.

“Andiamo” disse ancora l’agente Bucci.

L’altro agente, quello che aveva visto la targa, comunicò all’altra macchina che bisognava rientrare in commissariato. Le due automobili si mossero prima lentamente, poi sempre più veloci, e quando sfiorarono lo spiazzo vuoto bucato dove prima c’era stata la chiesa di Santa Lucia superavano i 120 all’ora, in una strada stretta, in discesa e in curva.

 

15

 

Ik si ridestò. Aveva fame. Doveva mangiare ad ogni costo.

L’astronave era ormai pronta. Ne divorò gli interni così da scolpire la cabina di pilotaggio.

Aveva fame. Stava morendo di fame. Doveva mangiare assolutamente.

Pensò al suo pianeta. Alle fontane di farina e miglioratore. Alle montagne vive di metallo che ricrescevano subito dopo essere state divorate.

Entrò nella navicella e si spalmò al posto di comando. Mise in moto.

La farina e il miglioratore tossirono, come se faticassero ad avviarsi.

Poi si avviarono, dopo alcuni tentativi.

Chi avesse guardato verso l’alto, da quella zona di parco Cerasole che prima era all’ombra, avrebbe visto una palla bianca librarsi veloce nell’aria.

Come una mongolfiera a reazione. Come una di quelle punizioni legnose e potenti calciate verso l’alto, molto più in alto della porta, da un calciatore di serie Z.

 

 

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