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Natale su Ganimede è stato il mio primo incontro con la fantascienza. Ero alle medie, credo, al massimo in prima superiore, avevo 14 anni. Non ricordo i dettagli, ma ricordo la viva impressione che mi fece, fu una rivelazione. Negli anni immediatamente successivi mi appassionai, più che alla fantascienza, a Asimov, lessi tutta la serie dei robot e la serie della fondazione, più i classici imperdibili come Abissi d’acciaio e la fine dell’eternità.

Rileggendolo oggi, mi rendo conto che è un racconto involontariamente, ma pesantemente, razzista, dove un razza di sub umani non molto intelligenti viene candidamente sfruttata come manodopera a basso costo. Ma l’enorme mole di Giove che, a ogni alba, sale l’orizzonte gelato di Ganimede, rimarrà sempre tra le mie visioni più forti.

Oggi lo ripubblico qui. Tecnicamente non ne ho i diritti, ma è dal 1996 che non si pubblica più in Italia e quindi credo sia conveniente per tutti condividere questo testo. In ogni caso, se qualcuno reclama, io sono qui. Il testo riprende la traduzione di Hilia Brinis e Beata Della Frattina del 1973, in Asimov Story n. 3 Urania 629, Arnoldo Mondadori Editore. Una nota finale di I.A. vi è la storia editoriale del racconto.

NATALE SU GANIMEDE – Titolo originale: Christmas on Ganymede

 

Canticchiando con voce nasale, gli occhi azzurri persi in un’espressione sognante, Olaf Johnson contemplava l’imponente abete sistemato in un angolo della biblioteca. Sebbene la biblioteca fosse l’unica stanza ampia della Cupola, Olaf la trovava troppo angusta per la circostanza. Si tuffò con entusiasmo nell’enorme cassa che gli stava a fianco, e ne trasse la prima ghirlanda di carta crespata rossa e verde.

Quale improvviso rigurgito di sentimentalismo avesse ispirato la Ganymedan Products Corporation, S.A. a inviare una collezione completa di decorazioni natalizie alla Cupola, non riguardava Johnson né lo interessava. Olaf era un tipo placido, e si sentiva contento e soddisfatto del suo volontario incarico di capo decoratore natalizio.

D’un tratto si accigliò, imprecando fra i denti. Il segnale luminoso di Adunata Generale si era messo a lampeggiare istericamente. Con aria contrariata, Olaf depose il martello e la ghirlanda di carta crespata, si tolse dai capelli un paio di fili luccicanti, e si avviò al Quartiere-Ufficiali.

Il Comandante Scott Pelham era sprofondato nella sua poltrona a capotavola, quando Olaf arrivò, e tamburellava con le dita tozze sul ripiano di vetro del tavolo. Olaf sostenne senza timore lo sguardo furibondo del Comandante, perché da venti rivoluzioni ganimediane non si erano verificati inconvenienti di sorta nel suo reparto.

Il locale si riempì rapidamente, e gli occhi di Pelham s’indurirono quando ebbe fatto il computo dei presenti con una sola, rapida occhiata.

— Ci siamo tutti. Gente, ci troviamo di fronte a una crisi.

Seguì un mormorio sommesso, e Olaf sospirò di sollievo, gli occhi al soffitto. Di media, alla Cupola si verificava una crisi ogni rivoluzione. Di solito si trattava di dover aumentare la quantità di ossite da raccogliere, o della cattiva qualità dell’ultima infornata di foglie di karen. Ma il sollievo si dileguò non appena il Comandante riprese a parlare.

— Devo fare una domanda, relativamente a questa crisi. — Pelham aveva una profonda voce baritonale che diventava sgradevolmente aspra quando lui era in collera. — Chi è il maledetto imbecille piantagrane che è andato a raccontare favole a quegli stramaledetti Ossi?

Olaf si schiarì nervosamente la gola, il che servì ad attirare immediatamente su di lui l’attenzione generale. Il suo pomo d’Adamo cominciò ad andare su e giù, la fronte s’increspò, e un brivido lo scosse tutto.

— Io… io… — balbettò, e tacque. Spalancò le braccia in un goffo gesto di scusa. — Cioè, volevo dire che ieri sono uscito a dare un’occhiata durante l’ultima raccolta dì foglie di karen perché gli Ossi se la prendevano comoda, e…

— E allora hai raccontato agli Ossi di Babbo Natale, vero? — disse con micidiale dolcezza Pelham, sollevando le labbra in un sorriso che ricordava molto da vicino il ghigno di un lupo. Olaf annuì convulsamente.

— Dunque sei stato tu, eh? Bene. Tu hai parlato agli indigeni di Babbo Natale che arriva dal cielo su una slitta trainata da otto renne. Vero?

— È così, no?

— E hai descritto per bene le renne, in modo che non potessero equivocare. E hai detto che Babbo Natale ha la barba bianca, e il vestito rosso orlato di pelliccia bianca, vero?

— Sì, proprio così — confermò Olaf, perplesso.

— E ha un sacco pieno di regali per i bambini e le bambine, e scende dal camino a mettere i regali nelle calze?

— Sicuro!

— E non hai mancato di dire che arriverà fra poco, vero? Ci verrà a trovare fra una rivoluzione.

— Sí Comandante — confermò Olaf con un debole sorriso. — Anzi, ve ne volevo parlare. Sto preparando l’albero, e…

— Silenzio! — Si Comandante respirava forte, quasi fischiava. — E sai che bella pensata hanno avuto gli Ossi?

— No, Comandante.

— Vogliono che Babbo Natale li vada a trovare!

Qualcuno cominciò a ridere, affrettandosi poi a mascherare le risate con violenti colpi di tosse sotto le occhiate furibonde del Comandante.

— E se Babbo Natale non va a trovarli, loro smettono di lavorare. Smettono di lavorare — ripeté. — Scioperano!

Stavolta nessuno rise né tossì, e Olaf espresse il pensiero comune: — E le quote di produzione?

— Le quote. Proprio qui ti volevo! Devo cantartelo in musica? La Ganymedan Products deve produrre cento tonnellate di wolframite, ottanta di foglie di karen, e cinquanta di ossite all’anno, se non vuoi perdere l’appalto. Immagino che questo sia noto e stranoto a tutti voi. Si dà il caso che l’anno terminerà fra due rivoluzioni ganimediane, e siamo già in ritardo del cinque per cento sulla produzione!

Tutti erano troppo allibiti per fare commenti.

— E adesso, gli Ossi fanno i capricci e dicono che se Babbo Natale non va da loro, scioperano. Niente lavoro, niente appalto, niente quote di produzione… siete tutti a spasso! Mettetevelo bene in testa, imbecilli. Se la società perde l’appalto noi perdiamo il lavoro meglio retribuito di tutto il Sistema. Possiamo dirgli addio… a meno che… Il Comandante s’interruppe fissando Olaf, e aggiunse: — A meno che, prima della prossima rivoluzione, non si trovino una slitta, otto renne e un Babbo Natale. E, per ogni granellino di polvere cosmica degli anelli di Saturno, dovremo trovarli! Specialmente Babbo Natale.

Dieci facce impallidirono paurosamente.

— Avete qualche idea, Comandante? — domandò uno che, più che parlare, gracchiava.

— Si, in effetti ne ho una.

Sprofondò maggiormente nella poltrona, e Olaf Johnson cominciò a sudare vedendosi puntare addosso l’indice.

— Ma, Comandante… — balbettò.

L’indice non si mosse.

Pelham entrò nell’atrio, si tolse la maschera a ossigeno e le bombole che vi erano collegate, sfilò uno per uno i pesanti indumenti di lana che aveva indossato per uscire, e da ultimo si liberò con un sospiro dei pesanti stivali spaziali alti fino al ginocchio.

Sim Pierce interruppe il controllo dell’ultima infornata di foglie di karen, e lo guardò con aria speranzosa al di sopra degli occhiali.

— Allora? — chiese.

— Gli ho promesso che avranno il loro Babbo Natale, — rispose Pelham. — Che altro potevo fare?

— Ho anche raddoppiato le razioni di zucchero, e così, per il momento almeno, sono tornati al lavoro.

— Cioè, finché scopriranno che il Babbo Natale promesso non arriva.

— Pierce si alzò, e agitando una lunga foglia di karen per sottolineare quello che diceva, proseguì: — È la cosa più idiota che abbia mai sentito. È irrealizzabile. Babbo Natale non esiste.

— Prova a spiegarlo agli Ossi. — Pelham si buttò su una sedia. — Cosa fa Benson?

— A proposito della slitta volante che secondo lui si potrebbe fare?

— Pierce sollevò una foglia e la mise controluce per esaminarla meglio. — Per me, è matto. È sceso stamattina nel sotto-livello e non è ancora risalito. Tutto quello che so è che ha fatto a pezzi l’elettro-dissociatore di ricambio. Se l’altro si guasta, restiamo senza ossigeno. Roba da niente.

Pelham si alzò pesantemente. — Quasi mi auguro che si muoia asfissiati — disse. — Sarebbe senz’altro più semplice che uscire da questo maledetto imbroglio. Scendo a dare un’occhiata.

Arrivato nel sotto-livello, si guardò intorno smarrito perché il locale era letteralmente zeppo di lucide parti meccaniche d’acciaio al cromo. Gli ci volle un bel po’ prima di riconoscere in quella confusione i resti di ciò che fino al giorno prima era un elettro-dissociatore dalla sagoma tozza e compatta. Al centro della stanza, in anacronistico contrasto, spiccava una polverosa slitta di legno coi pattini arrugginiti. Di sotto la slitta veniva un martellare insistente.

— Ehi, Benson! — chiamò Pelham.

Una faccia sudicia e striata di sudore sbucò da sotto la slitta e un getto di sugo di tabacco volò verso l’onnipresente sputacchiera di Benson.

— Che modo di strillare! — protestò. — Sto facendo un lavoro delicato.

— Cos’è questa mostruosità? — domandò Pelham.

— Una slitta volante. L’ho progettata io. — Negli occhi acquosi di Benson brillò una luce entusiasta, e il bolo di tabacco passò da una guancia all’altra. — La slitta è arrivata qui nei primi tempi, quando si credeva che anche Ganimede fosse coperto di neve come le altre lune gioviane. Basta fissare al fondo qualche repulsore gravitazionale di quelli che ho tolto al dissociatore, e così, innestata la corrente, la slitta non avrà peso. I reattori ad aria compressa faranno il resto.

Il Comandante si mordicchiò un labbro, poco persuaso.

— Ma funzionerà?

— Certo. Molti hanno pensato di adoperare i repulsori per viaggiare nell’aria, ma si sono rivelati inutili nei forti campi gravitazionali. Qui su Ganimede, con un campo gravitazionale di un terzo di g e l’atmosfera rarefatta, potrebbe guidarla anche un bambino. Ne sarebbe capace perfino Johnson, per quanto non credo che piangerei se cascasse e si rompesse il collo.

— Bene, allora stai a sentire. Abbiamo a disposizione tutto il legno-porpora locale che ci può servire. Di’ a Charlie Finn che ti costruisca una piattaforma su cui appoggiare la slitta. Dovrà sporgere di cinque o sei metri nella parte anteriore, che andrà chiusa da una ringhiera.

Benson sputò e si grattò la testa stoppacciosa.

— Non afferro l’idea, Comandante.

La risata di Pelham somigliava più a un latrato. — Quegli Ossi si aspettano di vedere anche le renne, e non resteranno delusi. Gli animali dovranno pure stare appoggiati sopra qualcosa, no?

— Sì… ma, aspettate, qui non ci sono renne!

Gli occhi di Pelham assunsero quell’espressione micidiale, caratteristica di quando pensava a Olaf Johnson. — Olaf è uscito per catturare otto lischetti. Hanno quattro zampe, la testa da una parte e la coda da quell’altra, e mi pare che per gli Ossi possano andare benissimo come renne.

Il vecchio tecnico masticò l’informazione con un sorriso maligno. — Benone! Spero che Olaf si diverta! Molto!

— Lo spero anch’io.

Pelham uscì, e Benson tornò a infilarsi sotto la slitta continuando a ghignare.

La descrizione dei lischetti fatta dal Comandante, per quanto esatta anche se concisa, aveva però trascurato alcuni importanti particolari. Tanto per cominciare, il lischetto ha un ghigno lungo, mobile, due grosse orecchie che si agitano delicatamente avanti e indietro, e due occhi violacei che fanno tenerezza. I maschi possiedono una fila di lische pieghevoli, color rosso vivo, che corre lungo la spina dorsale e che, a quanto pare, fa la delizia delle femmine della razza. Aggiungete a tutto questo una coda robusta e coperta di squame, e un cervello che al massimo può essere definito mediocre, e avrete un lischetto. Cioè, lo avrete se sarete capaci di catturarlo.

Questo era appunto ciò che stava pensando Olaf Johnson quando, sbucando furtivo da dietro una sporgenza rocciosa, avanzò verso una mandria di venticinque lischetti intenti a brucare l’ispida e scarsa vegetazione. I più vicini si voltarono a guardare incuriositi lo strano essere coperto di pellicce, che la maschera a ossigeno rendeva ancora più grottesco. Ma siccome i lischetti non hanno nemici naturali, dopo una languida occhiata di disgusto, tornarono al loro pasto, frugale ma nutriente.

Le nozioni di Olaf circa la cattura di animali selvatici di grossa taglia erano alquanto schematiche e lacunose. Si frugò in tasca alla ricerca di una zolletta di zucchero, e la porse dicendo:

— Vieni, micio, micio, micio!

Le orecchie del lischetto più vicino si agitarono infastidite. Olaf avanzò di qualche passo porgendo lo zucchero.

— Su, bello! Su, bello!

Il lischetto vide lo zucchero e ruotò gli occhi in quella direzione. Torse il ghigno sputando l’ultimo boccone, e trotterellò verso la leccornia. L’annusò tendendo il collo, poi, con mossa rapida ed esperta, arraffò la zolletta e l’inghiottì. L’altra mano di Olaf calò rapida… sul vuoto.

Con aria offesa, Olaf tirò fuori un’altra zolletta.

— Qua, Bobi! Qua, Fido!

Il lischetto mandò un gorgoglio tremulo per dimostrare la propria gioia. Evidentemente quello strano mostro che gli stava davanti, colto da improvvisa follia, s’era messo in testa d’ingozzarlo con quella buona roba. Afferrò la seconda zolletta, e si ritrasse rapido come la prima volta. Ma siccome Olaf non aveva sottratto la mano in tempo, mancò poco che gli mordesse via mezzo dito.

L’urlo di Olaf fu forse un po’ esagerato, ma un morso che si sente attraverso un pesante guantone imbottito, è un signor morso!

Furibondo, avanzò deciso verso l’animale. Ci sono cose che rimescolavano il sangue di Johnson risvegliando in lui l’antico spirito dei Vichinghi. E il morso a un dito, specie se a farlo è stato un animale extraterrestre, è una di quelle.

Il lischetto arretrò con aria perplessa. Chissà perché il mostro non gli offriva più cubetti dolci. Chissà cosa voleva fare. L’incertezza in cui si dibatteva ebbe termine in modo brusco e inaspettato, quando due grosse mani guantate gli afferrarono le orecchie, torcendole. Allora si lasciò sfuggire un grido acuto, e partì alla carica.

Il lischetto ha un suo senso della dignità. Non gli piace che gli si tirino le orecchie, specialmente quando altri lischetti, fra cui molte femmine, hanno fatto cerchio intorno e stanno guardando.

Il terrestre cadde supino, e rimase in quella posizione mentre il lischetto si allontanava di qualche passo per concedergli cavallerescamente il tempo di rialzarsi.

Il vecchio sangue vichingo ribolliva più che mai. Dopo essersi massaggiato il punto dolente su cui era atterrato, sopra la bombola di ossigeno, Olaf si buttò in avanti, completamente dimentico della forza di gravità di Ganimede, e sorvolò a un metro e mezzo di quota la schiena del lischetto.

L’animale lo guardò con rispetto, perché quello di Olaf era stato davvero un bel salto. Però rimase anche un po’ perplesso, in quanto non riusciva a capire lo scopo di quella manovra.

Olaf atterrò di nuovo sulla schiena, sempre sulla bombola, e facendosi male sempre nello stesso posto.

Cominciava a sentirsi un po’ imbarazzato. Il commento proveniente dal circolo degli spettatori aveva un inequivocabile tono di derisione.

— Ridete pure — borbottò con amarezza. — Ma non ho ancora finito!

Si avvicinò a passi lenti e cauti al lischetto, girandogli intorno in attesa dell’occasione propizia. Altrettanto faceva l’animale. Olaf avanzava, e il lischetto arretrava. Il lischetto avanzava e Olaf arretrava.

Nel contempo, Olaf snocciolava un rosario di oscenità, e il “prr-rr-rr” un po’ velato che usciva dalla gola del lischetto mancava completamente di quello spirito fraterno che di solito si associa al Natale.

Poi si udì un sibilo, come una frustata, e qualcosa colpì Olaf dietro l’orecchio. Il terrestre cadde battendo, tanto per cambiare, la testa. Dagli spettatori si levò un coro di evviva, e il lischetto agitò trionfante la coda.

Olaf si alzò barcollando, con l’impressione di fluttuare nello spazio.

— Ehi, tu — borbottò. — I colpi di coda sono proibiti!

Fece un balzo indietro accorgendosi che l’altro non aveva capito, poi si gettò a tuffo rasoterra afferrando il lischetto per le zampe. L’animale gli cadde sulla schiena con uno strillo d’indignazione.

Adesso la lotta era ristretta fra i muscoli terrestri e quelli ganimediani, e Olaf aveva la forza di un bruto.

Dopo una breve lotta, il lischetto si trovò a cavalcioni delle spalle del terrestre, con le zampe immobilizzate. Le sue violente proteste furono inutili, e altrettanto lo furono i colpi di coda, perché, in quella posizione, riusciva solo a frustare l’aria sopra la testa di Olaf.

Gli altri guardavano con espressione triste. Evidentemente erano tutti amici del lischetto catturato, e la sua sconfitta li addolorava. Tornarono con filosofica rassegnazione al loro pasto, convinti che così aveva voluto il destino.

Poche ore dopo, quando ebbe catturato i suoi otto lischetti, Olaf possedeva ormai la tecnica che deriva da una lunga pratica. Avrebbe potuto dare dei buoni consigli a un cowboy terrestre, nonché insegnare qualche pittoresca imprecazione a uno scaricatore.

Era la sera della vigilia, e nella Cupola regnavano chiasso e confusione. Cinque uomini stavano sostenendo una lotta accanita con un lischetto intorno alla slitta arrugginita montata su una mastodontica piattaforma di legno-porpora.

Il lischetto aveva dei punti di vista ben definiti su molte cose, e la sua opinione più radicata era che mai lui sarebbe andato dove non aveva voglia di andare. Per dimostrarlo, agitò una testa, una coda, una fila di lische e quattro zampe in tutte le direzioni possibili, e con tutte le forze possibili.

Ma i terrestri insistevano, e non certo con le buone. Nonostante i suoi lunghi e disperati strilli, il lischetto fu issato sulla piattaforma, sistemato al posto che gli competeva e immobilizzato coi finimenti.

— Okay! — commentò Peter Benson. — Passatemi la bottiglia.

Tenendo fermo il muso del lischetto con una mano, Benson gli agitò davanti l’altra che stringeva la bottiglia. Il lischetto si dimenò tutto mandando un grido tremulo. Benson gli versò in gola parte del liquido, e le conseguenze furono un gorgoglio e un mugolio di piacere. Il lischetto tese il collo per avere ancora da bere.

— Ed è anche il nostro miglior brandy — sospirò Benson.

Porse la bottiglia, e la ritirò mezza vuota. Il lischetto, con gli occhi che ruotavano velocemente nelle orbite, tentò qualche passo di giga, ma desistette subito perché l’alcool produce un effetto quasi immediato sul metabolismo dei ganimediani. L’ebbrezza gli irrigidì i muscoli e con un singulto l’animale perse i sensi rimanendo in piedi.

— Qua un altro — urlò Benson.

Nel giro di un’ora gli otto lischetti si trasformarono in altrettante statue in catalessi. Perché la testa non ciondolasse, erano stati appositamente preparati dei pali con un’ estremità biforcuta, che servirono da sostegni. L’effetto era un po’ rozzo e approssimativo, ma poteva andare.

Benson stava aprendo la bocca per chiedere dove diavolo si fosse cacciato Olaf Johnson, quando il colpevole di tanto scompiglio arrivò, trascinato a forza da tre colleghi e disposto a collaborare quanto lo erano stati i lischetti.

— Io non vado in nessun posto con questa roba addosso, capito? — ruggì cercando di cavare un occhio a quello che gli stava più vicino.

In fondo; non aveva tutti i torti. Anche nei suoi momenti migliori, Olaf Johnson non era mai stato bello, ma in quel momento pareva un incrocio tra l’incubo di un lischetto e un santone disegnato da un ateo.

Indossava il costume convenzionale di Babbo Natale. Gli abiti erano rossi quanto può esserlo la carta crespata rossa cucita su una tuta spaziale. L’ermellino pareva bambagia, e difatti lo era. Altrettanto dicasi della barba, che, incollata su una base di stoffa, gli pendeva floscia dalle orecchie. Con la barba sotto, e la maschera a ossigeno sopra, costituiva uno spettacolo che neppure il più coraggioso degli uomini sarebbe riuscito a guardare senza rabbrividire.

Olaf non si era mai visto allo specchio, ma fra quello che riusciva a vedere e quello che gli suggeriva l’immaginazione, avrebbe accolto con gioia l’arrivo di un fulmine.

A pugni e spintoni fu issato sulla slitta, e con altrettante buone maniere fu ridotto alla calma.

— Basta! — mormorò alla fine, disfatto. — Ve ne approfittate perché siete in tanti, ma provatevi a venire uno alla volta, provatevi!

Con un ultimo guizzo, cercò di liberarsi, ma troppe mani lo stringevano, e non riuscì a muovere un dito.

— Sta’ buono e mettiti alla guida! — gridò Benson.

— Vai all’inferno! — rispose Olaf. — Non ho nessuna intenzione di suicidarmi, e la tua slitta guidatela tu, brutto…

— Ascoltalo interruppe Benson. — Il Comandante Pelham ti sta aspettando all’arrivo, e ti leverà la pelle se non ti farai vedere entro mezz’ora.

— Il Comandante Pelham può prendere lui la slitta, e…

— E allora pensa all’impiego! Pensa ai centocinquanta che guadagni alla settimana. Pensa a Hilda che ti aspetta sulla Terra e che non ti sposerà se resti disoccupato. Pensaci!

Johnson ci pensò, imprecò, tornò a pensarci, poi sistemò il sacco e accese i repulsori gravitazionali. Infine, con un’ultima bestemmia, mise in funzione il reattore di coda.

La slitta partì a razzo, e lui si ritrovò spinto all’indietro con violenza, e per un pelo non volò fuori dalla slitta. Fu pronto ad afferrarsi saldamente alla ringhiera, e si ritrovò a guardare le colline circostanti che si alzavano e si abbassavano a ogni sobbalzo della slitta.

Come si levò il vento, i sobbalzi divennero più marcati, e quando poi spuntò Giove, la sua luce dorata mise in evidenza ogni minima asperità del terreno, accentuando l’impressione che la slitta fosse diretta ora contro una roccia, ora contro l’altra. Allorché infine il gigantesco pianeta fu salito completamente sopra l’orizzonte, la paralisi etilica, che svanisce dagli organismi ganimediani con la stessa celerità con cui li colpisce, cominciò a ritrarsi dai lischetti.

Il primo a esserne liberato fu l’ultimo della fila di destra. Accortosi del pessimo sapore che aveva in bocca, rabbrividì, e maledisse l’alcool. Dopo aver giurato che mai più ne avrebbe bevuto un goccio, si guardò intorno con occhi languidi. Sulle prime, quello che vide non lo colpì in modo particolare, ma, poco alla volta, s’impose alla sua coscienza il fatto che il terreno su cui posavano le zampe non era il solito, solido suolo di Ganimede. Continuava a ondeggiare e a sobbalzare, e questo gli parve alquanto strano.

Tuttavia avrebbe anche potuto attribuire quella sensazione alla recente sbornia, se non fosse stato tanto incauto da guardare oltre la ringhiera a cui era ancorato. Che si sappia, nessun lischetto è mai morto di mal di cuore, tuttavia, dopo aver dato un’occhiata in basso, quello ci andò molto vicino.

Il suo lungo disperato urlo di terrore fece tornare di colpo in sé tutti gli altri lischetti. Per un po’ ci fu una gran confusione di borbottii, mentre gli animali si sforzavano di liberare la testa dalla sensazione di malessere per farvi entrare la realtà dei fatti. A risultato ottenuto, si misero a scalpitare all’unisono. Non era un granché, come scalpitio, in quanto erano ancorati troppo saldamente per avere eccessiva libertà di movimenti, però, salvo il fatto di non arrivare da nessuna parte, riuscirono a ottenere gli stessi effetti di un bel galoppo serrato. La slitta, allora, impazzì del tutto.

Olaf riuscì ad afferrare la barba un attimo prima che gli si staccasse dalle orecchie.

— Ehi! — gridò.

Ma fu come se avesse detto: “Buono, da bravo!” a un ciclone.

La slitta s’impennò, ripartì a razzo, e si concesse qualche passo di tango. Poi, come se il suo cervello di legno avesse maturato propositi suicidi, si gettò in picchiata contro l’accidentata crosta di Ganimede. Intanto Johnson pregava, bestemmiava, piangeva e riaccendeva i reattori ad aria compressa.

Ganimede roteò e Giove si trasformò in una macchia sfuocata. Forse fu lo spettacolo di Giove che ballava lo shimmy a calmare i lischetti. O forse fu perché non avevano più fiato. Comunque fosse, finirono di galoppare a vuoto, dissero addio ai parenti e agli amici, confessarono i propri peccati e attesero la morte.

La slitta si stabilizzò, e Olaf tornò a respirare… per smettere subito non appena si fu accorto che terreno e colline gli passavano sopra, mentre di sotto sfilava il cielo nero in cui troneggiava l’enorme mole di Giove.

Fu allora che, messosi l’animo in pace, rimase in attesa della fine.

“Ossi” è il diminutivo di “ostrich” (struzzo), in quanto gli indigeni ganimediani somigliano effettivamente agli struzzi, salvo che hanno il collo più corto, la testa più grossa, e le penne sistemate in modo che sembrano sempre lì lì per cadere. A tutto questo bisogna aggiungere un paio di braccine scarne coperte di piume e dotate ciascuna di tre dita grosse e tozze. Riescono a parlare inglese, ma, dopo averli sentiti, viene fatto di pensare che sarebbe meglio se non ne fossero capaci.

Nel basso capannone di legno-porpora che era la loro “sala comune” ce n’erano in quel momento cinquanta. Sul mucchio di spazzatura sistemato nella parte anteriore del locale, illuminato a malapena dalle fumose e puzzolenti torce di legno-porpora, stava seduto il Comandante Pelham insieme a cinque dei suoi uomini. Davanti a loro se ne stava impettito il più sporco e puzzolente degli Ossi, che gonfiava il petto con suoni ritmici e rimbombanti.

— Guardare! — strillò con la sua voce aspra. — Camino. Noi fare. Batanale venire giù.

Pelham approvò con un grugnito. L’Ossi gracchiò felice. Poi indicò i sacchetti di erbe intrecciate che pendevano dai muri.

— Guardare! Calze. Batanale mette regali.

— Già — confermò Pelham con scarso entusiasmo. — Camino e calze. Molto bello — e a bassa voce a Sim Pierce che gli sedeva vicino: — Ancora mezz’ora di questa schifezza e muoio. Quando arriva quel matto?

Pierce si agitò nervosamente.

— Sentite — disse — ho fatto tutti i calcoli. Ci mancano solo quattro tonnellate di foglie di karen e poi il carico è completo. Se riusciamo a sbrigare entro un’ora questa buffonata, possiamo iniziare subito un turno di lavoro, e mettendo gli Ossi sotto pressione ce la faremo. Sì — aggiunse con fermezza — sono convinto che riusciremo a farcela.

— Per un pelo — disse il Comandante — e posto che Johnson arrivi senza combinarne un’altra delle sue.

L’Ossi aveva ripreso a parlare, perché gli Ossi sono tipi loquaci. — Tutti anni Tanale venire. Tanale bello, tutti buoni. Ossi piace Tanale. Tu piace?

— Sì, bello — rispose educatamente Pelham. — Pace a Ganimede e buona volontà agli uomini… specie a Johnson. Ma dove diavolo è quell’idiota?

Sprofondò in cupe meditazioni, mentre l’Ossi prendeva a saltellare avanti e indietro probabilmente per tenersi in esercizio. Non conosceva molti passi di danza, ma li provò tutti, ripetutamente, con mirabile costanza. Pelham cominciò a stringere nervosamente i pugni, e solo un agitato ciangottio proveniente dal buco nel muro, elevato a dignità di finestra, riuscì a evitare un ossicidio.

Tutti gli Ossi si accalcarono davanti al buco, e i sei uomini li seguirono.

Sullo sfondo giallo e luminoso di Giove si stagliava netto il profilo di una slitta volante completa di renne. Era ancora piccola e lontana, ma non c’erano dubbi: Babbo Natale stava arrivando.

Nel quadretto c’era un solo particolare stridente: slitta, renne e tutto il resto viaggiavano capovolti.

Gli Ossi diedero la stura a un’assordante cacofonia.

— Batanale! Batanale! Batanale!

Si precipitarono fuori dalla finestra come strofinacci della polvere improvvisamente animati, e impazziti. Pelham e i suoi uomini si servirono della porticina.

La slitta ingrandiva a mano a mano che andava avvicinandosi, e beccheggiava come una trottola scarica. La minuscola figura aggrappata alla ringhiera a testa in giù era Olaf Johnson.

Pelham urlò parole senza senso finché si sentì soffocare nell’atmosfera rarefatta, essendosi dimenticato che doveva respirare col naso e non con la bocca. Allora si limitò a guardare inorridito. La slitta, ormai metà della grandezza naturale, stava scendendo in picchiata. Se fosse stata una freccia scoccata da Guglielmo Teli non avrebbe potuto mirare con più precisione alla testa di Pelham.

— Tutti a terra! — urlò il Comandante, dando l’esempio.

Lo spostamento d’aria provocato dal passaggio della slitta gli spazzò la faccia e gli fischiò nelle orecchie. Riuscì anche a sentire per un attimo la voce di Olaf, ma non capì che cosa stesse urlando. L’aria compressa sputacchiata dagli ugelli lasciò una scia di vapore condensato.

Pelham giaceva tremante, aggrappato alla crosta gelata di Ganimede. Poi, con le ginocchia che gli ballonzolavano come quelle di una danzatrice hawaiana di hula, si rialzò lentamente. Gli Ossi, che si erano sparpagliati all’approssimarsi del veicolo in picchiata, rifecero crocchio. In lontananza, si vide la slitta che stava virando.

Pelham la guardò ondeggiare, sobbalzare, sfiorare la Cupola, sempre capovolta, compiere una stretta virata e tornare indietro a velocità folle.

A bordo della slitta, Olaf si dava un da fare da matti. Messosi a gambe larghe, cercava di bilanciare il peso ora da una parte ora dall’altra nel tentativo di raddrizzare la slitta. Sudando e imprecando, e soprattutto facendo sforzi enormi per non guardare in giù, dove c’era Giove, riuscì a imprimere dei dondolii sempre più marcati alla slitta. Ormai oscillava a un angolo di 180°, e lo stomaco di Olaf protestava vivacemente.

Trattenendo il respiro, impresse una forte spinta col piede destro, e sentì che la slitta seguiva la pressione. All’estremità dell’oscillazione, spense i repulsori gravitazionali e, a causa della scarsa forza di gravità di Ganimede, la slitta precipitò di scatto. Naturalmente, poiché aveva il fondo pesante a causa dei repulsori di metallo applicati al di sotto, mentre cadeva si raddrizzò.

Ma questo fu di scarsa consolazione per il Comandante Pelham che si trovava di nuovo nella traiettoria della slitta.

— Giù! — urlò, buttandosi a terra.

La slitta pas-s-s-sòssssibilando sulla sua testa, andò a urtare con un “crac” contro un macigno, rimbalzò d’una decina di metri per aria e ricadde con un “bang”. Olaf fu scaraventato al di là della ringhiera.

Babbo Natale era arrivato.

Con un profondo e tremulo sospiro di sollievo, Olaf si caricò il sacco in spalla, si riassestò la barba, e diede una pacca affettuosa sulla testa di un lischetto. Aveva visto la morte negli occhi, ma la dignità era salva.

Nella baracca, dentro cui gli Ossi erano nuovamente sciamati, un “bum” annunciò l’arrivo del sacco dei regali sul tetto, e un altro, più profondo, l’arrivo di Babbo Natale in persona. Una faccia spettrale apparve attraverso il buco del tetto.

— Buon Natale! — augurò, e rotolò giù.

Come al solito, Olaf atterrò sulla bombola, e, come al solito, si fece male nello stesso posto.

Gli Ossi saltellavano come palle di gomma col singhiozzo.

Zoppicando vistosamente, Olaf si diresse verso la prima calza e ci infilò la sfera dai colori sgargianti che aveva estratto dal sacco e che, in origine, avrebbe dovuto servire ad adornare l’albero di Natale.

Dopo che ebbe infilato una palla colorata in ciascuna calza, si lasciò cadere esausto per terra, e restando sempre in quella posizione, osservò con espressivo sguardo da pesce le scene che si svolsero in seguito.

Finché Olaf non ebbe depositato l’ultima palla, gli Ossi rimasero seduti in reverente silenzio, ma a operazione ultimata, l’aria fu scossa e lacerata da un bailamme di strilli discordanti. Dopo mezzo secondo, tutti gli Ossi avevano in mano una palla.

Chiacchieravano fitto fìtto tra loro, ammirando i doni, maneggiandoli con estrema cura e stringendoli al seno. Li confrontavano, affollandosi intorno a quelli che avevano le sfere più belle.

Poi, il più sudicio e puzzolente, andò a tirare la manica a Pelham. — Batanale buono — gracchiò. — Guardare. Fare uova. — Fissò con reverenza la palla. — Più bello di uovo di Ossi. È uovo di Batanale, uh?

E cacciò un dito nello stomaco di Pelham.

— No! — urlò il malcapitato con quanta voce aveva. — Diavolo, guardati bene dal farlo un’altra volta!

Ma l’Ossi non gli dava retta. S’infilò la palla colorata fra le piume e disse: — Belli colori. Quando viene fuori piccoli Batanali? Cosa mangiare piccoli Batanali? Noi avere cura. Noi insegnare piccoli Batanali. Diventare intelligenti come Ossi.

Pierce afferrò Pelham per un braccio. — Non state a discutere con loro — gli bisbigliò. — Cosa importa se credono che siano le uova di Babbo Natale? Andiamo. Lavorando da matti riusciremo a raggiungere la quota.

— Hai ragione — disse Pelham. E all’Ossi: — Bisogna lavorare, adesso. Al lavoro! — gridò più forte. — Capito? Tutti al lavoro. Svelti, svelti!

E li incitò coi gesti. Ma l’Ossi più sudicio non si mosse. _

— Noi lavorare. Ma Johnson dire Tanale venire tutti anni.

— Perché, un Natale non ti basta? — ansimò Pelham.

— No! — stridette l’Ossi. — Volere Batanale anno prossimo. Lui portare più uova. E anno prossimo più uova. E anno prossimo. E anno prossimo. Più uova. Più piccoli Batanali. Se Batanale non venire noi non lavorare.

— Ci manca un sacco di tempo — commentò Pelham. — Ne riparleremo quando sarà il momento. Per allora, o io sarò completamente impazzito, o voi ve ne sarete dimenticati.

Pierce aprì la bocca, la chiuse, tornò ad aprirla, la richiuse, e finalmente riuscì a parlare.

— Comandante, vogliono che venga tutti gli anni.

— Lo so. Ma l’anno venturo non se lo ricorderanno.

— Non avete capito. Per loro, un anno è una rivoluzione di Ganimede intorno a Giove. Calcolando con il tempo terrestre, sono sette giorni e tre ore. Vogliono che Babbo Natale venga tutte le settimane!

— Tutte le settimane! — esclamò Pelham con voce strozzata. — Johnson gli ha detto…

Per un momento gli parve che tutto si fosse trasformato in una girandola di colori abbaglianti. Gli parve di soffocare, e gli cadde l’occhio su Olaf.

Questi si sentì raggelare fino al midollo, si alzò con aria apprensiva, e prese a scivolare verso la porta. Poi si fermò, perché gli venne in mente che mancava un particolare alla tradizione. Con la barba per traverso, gracchiò: — Buon Natale a tutti, e a tutti buonanotte!

Si avviò verso la slitta come se avesse alle calcagna tutti i diavoli dell’inferno. I diavoli non c’erano, ma il Comandante Scott Pelham sì.

 

Nota

 

Nel gennaio 1941 (il mese in cui diventai maggiorenne) intrapresi qualcosa di nuovo: una collaborazione.

Fred Pohl, alla fin fine, non era soltanto un direttore di rivista. Era anche uno scrittore in erba. In seguito, è diventato un vero gigante del campo, ma in quei primi tempi si arrabattava a tirare avanti, con un successo scarso, suppergiù come il mio. Da solo, e in collaborazione con altri futuriani, sfornava racconti sotto una varietà di pseudonimi. Quello che usava più frequentemente era James MacCreigh.

Tra le altre cose, aveva scritto, con quello pseudonimo, una piccola fantasia intitolata “The Little Man on the Subway” (L’omino della metropolitana) per la quale evidentemente nutriva speranze, ma senza poterle realizzare. Mi chiese se fossi disposto a riscrivergliela, e la richiesta mi lusingò. Inoltre, stavo sempre tentando di arrivare a “Unknown” e, visto che non c’ero riuscito per conto mio, forse avrei potuto farcela attraverso una collaborazione. Non ero un tipo orgoglioso, io… almeno per quanto riguardava i lavori di fantasia.

Accettai l’incarico, e, praticamente, sbrigai il lavoro tutto d’un fiato. Ma l’esserci riuscito senza difficoltà non bastò a migliorare le cose. Il 27 gennaio del ’41 portai il racconto a Campbell perché lo leggesse, e lui lo rifiutò. Mi toccò restituirlo a Pohl.

Pohl, però, evidentemente dotato della vocazione dell’agente, non si diede per vinto, e nel 1950, quando ormai da un pezzo io avevo dimenticato tutta la faccenda, riuscì a collocare il racconto, vendendolo a una piccola rivista che si chiamava “Fantasy Book”.

 

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