In cielo

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Com’era quella storia? Quanti anni avevo? Mi ricordo il libro giallo, ‘Il mio primo libro dello spazio’. Avevo tutta la serie. Quello dello spazio mi incantò. È iniziato tutto da lì. Com’era quella storia?

– Capitano, un uomo in cielo!
– Da che parte?
– Dalla parte della coda, signore!

Avevo 7 anni, credo di essere nata quel giorno come persona. Capitano, un uomo in cielo. Hanno detto che si rivede tutta la vita quando si muore, a me non sembra di ricordare che pochi episodi. Sono calma adesso. Mi aveva preso il panico. Non penso di aver mai conosciuto il panico, prima di oggi, ero totalmente fuori controllo, non ricordo niente. Mi vedo urlare di paura, vedo io che mentre gridavo mi vedevo gridare e non potevo trattenermi. Poi il pianto, un pianto disperato, da bambina. Quanto avrò pianto? Tutte le lacrime che avevo dentro. E ora invece sono qui, e sono calma.

– Capitano, un uomo in cielo!
– Da che parte?
– Dalla parte della coda, signore!

Come continuava la storia? Non me lo ricordo, forse non sono più andata avanti a leggere quel giorno. La mia mente si era aperta, ora esisteva un posto dove gli uomini erano in cielo. È stato quel giorno che ho capito che anch’io sarei finita in cielo.  In cielo a fare che? A morire. Che strana sensazione che provo, come posso chiamarla? Non è tristezza, mi sento così calma. È una profonda pietà per me stessa. Non ho mai capito questa parola fino a oggi, mi sembrava troppo religiosa, inerente a una sfera non mia. Provavo compartecipazione al dolore altrui, empatia, ma non credevo si potesse provare per se stessi. Non fino a questo punto. Oggi provo pietà per me stessa, per la mia sfortuna. Mi sono sempre vergognata della debolezza verso me stessa, ho sempre preteso molto. Ora so che quel molto è stato troppo. Davanti alla mia morte, finalmente, non ho più vergogna di me stessa. Che ne sarebbe stato della mia vita se avessi conosciuto questa pietà per me stessa molto tempo fa? Avrei fatto le stesse scelte? Non lo saprò mai, oramai è finita, e io sono così calma.

Quando mai mi sono sentita così? Nell’amore sono stata calma. Non sempre, a volte. All’università Francesco mi moriva dietro. Era goffo Francesco, a me non piaceva. Mi stava simpatica la sua goffaggine. Eravamo in camera mia e mangiavamo la nostra povera e allegra cena degli studenti. Riso in bianco con una scatoletta di tonno. Ecco che sorrido. Si può sorridere mentre si muore? Francesco parlava in continuazione, parlava per non rimanere zitto con me, nella mia camera. Io non lo ascoltavo proprio. Nel mio ricordo, l’ho guardato e gli ho sorriso. Poi qualcosa che non è riuscito a controllare l’ha spinto verso di me. Non provavo desiderio e nemmeno ne ero infastidita, osservavo. Lui che mi si buttava contro e io che finivo con la schiena sul letto. Lui che prendeva questo mio non reagire come accettazione, io che ero divertita di me stessa che lasciavo fare e che non provavo nulla. Francesco era a un passo dal panico, sudava, con impaccio cercava di alzarmi la maglietta, con mani troppo goffe pretendeva di slacciarmi i jeans, era agitato, e parlava. Diceva cose prive di senso. Ti amo, sei bellissima. A me veniva da ridere: trovavo comicamente fuori luogo ogni sua parola, ogni suo gesto, tutta la sua agitazione. Ma le mie mani già lo abbracciavano.

Ora ho la stessa sensazione con in più l’enorme pietà di me stessa. Il non poter più vivere, non aver più possibilità, essere in balia del nulla. Qui c’è solo silenzio. La Terra sembra così vicina. Galleggia nel nulla la Terra, come me. È lei la nostra astronave. Precipita verso il Sole, ma sarà il Sole che la raggiungerà prima. Dove saremo noi a quel tempo? Ci è difficile immaginare un tempo senza di noi. Io invece ho il tempo per vedermi morire. È buffo pensare che mezz’ora di ossigeno siano tutto il tempo. E che questo tempo sia più lungo dei millenni. Nei film l’eroe si salva sempre, ma la realtà non è fatta dei nostri desideri. Una volta avevo cercato di trovare una definizione. La realtà è uno spazio quadrimensionale dove non accade ciò che speriamo che accada, dove le cose non avvengono come le avevamo immaginate, dove noi stessi scopriamo di non essere ciò che volevamo.

Con Maria ero stata io a muovermi. Non la mia volontà, non volevo, non pensavo. Anche questa volta era lei che veniva dietro a me. Innamorata persa. A me la cosa, ancora una volta, faceva sorridere. Era compagna di un’amica che sapevo lesbica. Io mi sforzavo di non avere pregiudizi con le lesbiche. Sapevo che certi uomini hanno paura dei gay, una paura irrazionale; prendevo per buona l’idea che gli omofobi fossero gay che non accettavano la loro diversità. Pensavo fosse un problema che riguardava i maschi. La mia amica lesbica dichiarata, che aveva modi da lesbica e che faceva di tutto per essere riconosciuta come lesbica, non suscitava in me nessuna apprensione. Ma per la sua compagna, Maria, vedermi e amarmi fu tutt’uno. Questo mi metteva a disagio, l’ho capito dopo. Ma a quel tempo non permettevo a me stessa di provare disagio per una cosa così stupida. Prendevo la cosa sul ridere, con il sottile fuoco dell’imbarazzo dentro di me.

Ricordo la sera. C’era un qualche ricevimento in giardino. Si sposava un amico, ero tra gli invitati. Maria mi guardava, io sentivo crescere il fastidio, anche perché era insieme alla mia amica che non si accorgeva di nulla. Non ricordo tutti i passaggi, però Maria trovò il tempo di avvicinarsi a me mentre riempivo il piatto al buffet e mi disse: “Ti devo parlare”, ricordo la mia agitazione. Poi ci trovammo in giardino, in un luogo lontano dalle luci. A me spazientiva che fosse riuscita a restare da sola con me in un luogo appartato. Sempre fingendo che fosse del tutto normale, le chiesi che cosa volesse dirmi e lei prese a balbettare; era veramente impacciata, uno spettacolo penoso. Non ricordo cosa disse, so solo che a un certo punto smisi di esseri lì, vedevo lei che si agitava e cercava di trovare le parole. Parole che non udivo. Mi avvicinai, le presi la testa fra le mani e la baciai.

Non è bella Maria, è alta e magra, non ha quasi seno. Ha un naso un po’ gobbo, ma i suoi occhi mi incantano. Io li chiamo ‘occhi a fetta di anguria rovesciata’, non sono mai riuscita a trovare una definizione migliore. Sono occhi da bambina su un corpo di ragazzo. Ricordo che la guardavo mentre prendevamo un drink sul molo di un piccolo ristorante. Davanti a noi c’era il lago sul quale si specchiava il sole gigantesco del tramonto estivo. Io cercavo di capire cosa in lei mi piacesse, di fermare nella mia mente i lineamenti del suo viso. Quando facevamo all’amore, rimanevo sorpresa di me stessa, di come non provassi repulsione, di come il mio corpo trovasse naturale la cosa mentre io ero allibita. Allibita anche di essere allibita. Lei si identificava nel suo essere lesbica, io no, per me era una continua scoperta. Al liceo mi avevano detto che un francese aveva scritto dei saggi su se stesso. La cosa al momento mi era parsa folle, ora mi pare che se anch’io mi fossi messa lì a scrivere di me stessa, cercando di dare una spiegazione razionale di come sono, avrei scritto un trattato.

Mi sono data alla scienza, a studi scientifici, ero brava in matematica. Mi dava sicurezza. Ho fatto ingegneria aerospaziale perché per me la matematica doveva avere un fine pratico, e lo spazio era il mio sogno. Ora so che era il mio destino. Questa cosa mi sconcerta. Come ho fatto a non capire per tempo che non erano i miei desideri che andavo realizzando, ma solo il mio destino? Forse i miei desideri andavano da tutt’altra parte. Ora tutto combacia. Pretendere molto da me stessa, non piegarmi alle debolezze, chiamare carattere questa rigidità, evitare fin dove possibile di esplorare le mie paure. E tutto a tal punto di considerare lo spazio vuoto, nella situazione più innaturale e pericolosa che possa esistere, come un posto dove essere più felice che sulla Terra. Pochi centimetri di tuta spaziale mi dividono dal vuoto; batterie che si stanno esaurendo mi separano da temperature estreme, inabitabili; l’indicatore di ossigeno segna rosso da più di un’ora. La mia cara tuta spaziale da 12 milioni di dollari!

Non sono pentita. Ho voluto, ho lottato. Dio sa quanta fatica mi è costata essere qui. Morirò, anzi sono già morta. Respiro e sono cosciente, ma noi scienziati sappiamo bene che quando non c’è nessuna speranza di sopravvivenza, si è perduti. Una volta c’erano le famose pasticche al cianuro. Farebbero comodo? Non credo, anticipare la morte non ha senso. Il torpore mi prenderà, mi addormenterò. Oh, Dio, perché? Perché ho questa paura folle di morire? Io sono la schiuma dell’evoluzione, la cresta dell’onda. Sono il punto più lontano raggiunto dall’umanità. Sapevo che poteva andare male. So che l’evoluzione cammina su un sentiero di morti. Io mi fermo qui, altri dopo di me verranno e faranno un passo in più. Mentre ero in EVA, dei detriti hanno colpito la grossa batteria che stavamo sostituendo, il cavo che mi teneva unito alla Stazione Spaziale si è spezzato e sono stata lanciata via. Ho perso conoscenza per non so quanto tempo. Mi sono risvegliata per ritrovarmi sola a galleggiare nello spazio. Ho gridato più che potevo, ho gridato finché ho avuto fiato. Dio mio, no, ti prego, no! Non così, non adesso, non da sola. Della Stazione nessuna traccia, potrebbe avere subito danni. Nessuno può venirmi a prendere, anche volendo non ne avrebbe il tempo. Sono un detrito spaziale. Dio, perché ti prego se so che non esisti?

Ho fame. Faccio un breve calcolo. Lavoravamo a un’altezza orbitale di 408 chilometri, quindi quella è la distanza tra me e qualcosa di commestibile. Tutt’intorno il deserto siderale, per chissà quanti anni luce. Da qualche parte ci sarà un pianeta oltre il sistema solare con sopra qualcosa da mangiare. Il problema è raggiungerlo. In linea teorica non è possibile, ma come possiamo arrenderci all’evidenza? Quando si dice che la Terra è un puntolino nello spazio non se ne dà un’idea efficace. Il vero atomo nello spazio è la nostra vita, emergiamo dal nulla e ci ritorniamo in un lasso di tempo così breve che bisogna essere dei pazzi solo a pensare di mettere piede su un altro pianeta. Solo Marte se ne sta a 145 volte la distanza Terra – Luna. Ci siamo arrivati in quattro giorni sulla Luna, ma a ben vedere ci abbiamo messo 10.000 anni da che siamo usciti dalla preistoria. Si procede per tentativi, sappiamo di essere vivi perché sbagliamo. E intanto ho fame. Se anche avessi un sandwich nella tasca della tuta non potrei prenderlo, non potrei portarlo alla bocca. Potrei aprire il casco della EMU, così da perdere conoscenza in 15 secondi. Non esploderei e nemmeno mi congelerei, ma i polmoni si svuoterebbero istantaneamente da tutta l’aria che contengono. Anzi, non aria, ossigeno puro a 0,3 atmosfere per evitare emboli di azoto. È inutile che il mio cervello mi ricordi le colazioni della mia infanzia nella casa dei nonni coi biscotti fatti al forno, non morirò di fame.

E infine Pëtr. Avrà già ricevuto la notizia; che cosa dirà? Che cosa farà? C’è stato un problema, Anna è lassù, dispersa nello spazio. Mi dispiace dargli questa pena. Vorrei dirgli: “Non ti preoccupare, io sto bene, sono stata bene con te, io ti amo.” Sono in emergenza, mi rimangono 15 minuti di vita. Mi addormenterò pensando a te, tu non stare male, ho fatto la vita che volevo. Sono arrivata in cielo. Non impazzire di dolore. Sei un uomo bellissimo, rifatti una vita, sei ancora giovane. Sono incidenti di percorso, lo sapevamo di correre dei rischi. Siamo scienziati noi.

Ti ho amato fin dal primo momento che ti ho visto. Tu eri il mio ufficiale superiore, incaricato di allenare la squadra. A quel tempo credevo serenamente di essere orientata verso le donne. Poi ti ho visto a Zvëzdnyj Gorodok, la Città delle Stelle. Sia lode alla propaganda sovietica per questo nome! Ricordo il viaggio interminabile per arrivare, i continui controlli, manco entrassimo in qualche installazione segreta, il CPC, la consegna delle nostre stanze, il refettorio, la prima notte e alla mattina tu, mio capitano, inaspettato e imprevisto. Il taglio triste dei tuoi occhi, il trapezio delle spalle. Non avevo previsto di incontrarti, non avevo previsto di innamorarmi. Mi aspettavo una specie di sergente Hartman in salsa russa, un antipatico stronzo, un militare idiota, invece eccoti con i tuoi modi gentili, anche quando ci dicevi che eravamo sotto le aspettative, che se avessimo continuato in quel modo, potevamo sognarci di diventare astronauti. Ecco soprattutto che non mi vedevi, che mi trattavi come tutti gli altri. Persino quando ti sedevi a mensa con noi. Come può una donna essere indifferente a chi non le presta attenzione?

Recupereranno il mio corpo? A che scopo? È stata mia l’intenzione di arrivare fin quassù, a che vi serve il mio corpo? Lo metterete nella terra? Il mio destino è qui. Pëtr, sei tu che te ne vai, non io; ti trattengo, vedi? Ma tu te ne vai, la vita ti trascina. Io continuerò a galleggiare, le radiazioni distruggeranno il mio corpo nel giro di qualche secolo. Pëtr, perché non sei qui con me? Non essere triste, io ho raggiunto le stelle. Ho un ricordo vivissimo di me bambina, sotto il porticato della casa dei nonni. Leggevo, ero con il mio libro giallo dello spazio. Quella parola era per me sterminata, più della parola mare, più della parola cielo.

– Capitano, un uomo in cielo!
– Da che parte?
– Dalla parte della coda, signore!
– Presto, passami il trinocolo!

Aahhahah, il trinocolo! Certo. Avevo un righello a sezione triangolare, era il mio trinocolo. Ricordo che correvo intorno alla casa dei miei nonni e con il mio trinocolo scrutavo il cielo alla ricerca di un uomo che galleggiasse a mezz’aria, come un aquilone. Grazie mamma, grazie papà. Grazie nonni, ho avuto una bellissima infanzia. Vedi Pëtr? Adesso sono felice.