Il teorema di Dio

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L’arma era di un bianco sporco, come neve in una metropoli soffocata dallo smog, probabilmente stampata in 3D a partire da resine in polvere a bassissimo contenuto metallico, in modo da ingannare gli scanner all’ingresso del centro congressi. Appariva approssimativa come un giocattolo cinese da quattro soldi, ma Tocci sapeva che il proiettile in polimero che conteneva avrebbe trapassato senza difficoltà l’osso temporale destro contro cui era puntato, finendo col disintegrarsi in frammenti minuti che si sarebbero infilati in profondità nel tessuto cerebrale sottostante, macellando tutto al loro passaggio.

Forse sarebbe sopravvissuto, a patto di rinunciare alla percezione uditiva, alla comprensione del linguaggio, alla memoria visiva e all’affettività. Avrebbe probabilmente perso la capacità di interpretare gli stimoli uditivi non verbali, il che, visto il suo rapporto praticamente inesistente con la musica, in fondo non sarebbe stato un grosso problema, ma c’era il rischio di perdere anche la capacità di riconoscimento e la memoria.

«Perché?» chiese, continuando a fissare la parete bianca di fronte a sé, pur conoscendo perfettamente la risposta. La sedia di design su cui la spettatrice bionda l’aveva costretto a sedersi, una delle sei lasciate a prendere polvere nel magazzino completamente privo di finestre in cui l’aveva condotto tenendogli la pistola puntata alla tempia, era dura e scomoda.

«Per il teorema» rispose la donna. La voce era pervasa da una grande stanchezza. «Per cosa, altrimenti?»

Già, per cosa, altrimenti?

Quale altro motivo avrebbe potuto far piovere addosso a un matematico una pioggia torrenziale di minacce di morte da parte di fondamentalisti di praticamente tutte le religioni monoteiste riconosciute, al punto da blindare una conferenza di matematica che normalmente avrebbe attirato sì e no un centinaio di spettatori?

Le misure di sicurezza adottate, però, non avevano impedito alla donna di entrare armata e di sequestrarlo di fronte a una platea attonita ma tutto sommato eccitata dalla novità inattesa. Quando si era avvicinata alla scrivania sistemata sul palco, prima dell’inizio della conferenza, Tocci l’aveva notata a malapena. Portava un pass rosso da uditore e un tailleur giacca pantalone grigio così informe da renderla quasi invisibile. Era pronto alle solite domande idiote degli entusiasti, invece s’era ritrovato una pistola puntata alla tempia.

«Non fare mosse stupide e nessuno si farà male» gli aveva intimato tenendosi alle sue spalle, poi l’aveva costretto a precederla lungo una serie di corridoi illuminati da plafoniere al neon fino a quella stanza isolata, muovendosi come se conoscesse perfettamente il posto.

«È solo un problema matematico come un altro, un esercizio mentale che quasi tutti i miei colleghi considerano ridicolo» disse, cercando di contenere il tremito della voce. «Non c’era bisogno di arrivare a questo.»

«Lo pensavano anche di Galileo, così ne hanno fatto un martire della scienza e una piccola onda è diventata uno tsunami.»

«Non so quali siano le tue intenzioni, ma se intendi bloccare il mio lavoro, crearci attorno un caso mediatico mi sembra del tutto controproducente. Il mio teorema è tutto da dimostrare, lo conoscono forse duecento matematici in tutto il mondo, e io non ho intenzione di diventare un martire, né della scienza né di altro. Se adesso mi lasci andare probabilmente non succederà niente, dirò che si è trattato di un malinteso, ma se insisti andrà a finire male.»

«So già come andrà a finire.»

«Faranno irruzione e ti uccideranno.»

E probabilmente morirò anch’io, pensò, senza però esprimerlo ad alta voce.

In quel momento il cellulare di Tocci cominciò a suonare. Si costrinse a rimanere immobile, nonostante un’abitudine ormai radicata lo spingesse a controllare il display. Per quanto fosse assurdo in quella situazione, ogni squillo a vuoto incrementava di una tacca il livello della sua ansia.

«Controlla» gli ordinò la donna. «Credo di sapere chi è.»

Con gesti lenti e misurati, consapevole della pistola puntata alla tempia, tirò fuori il telefono dalla tasca della giacca.

Numero sconosciuto.

«Passamelo» gli disse. Glielo porse da sopra la spalla sinistra. La suoneria, rimasta quella di default di quando l’aveva comprato, gli parve fortissima. Dopo un secondo si interruppe.

«Pronto» la sentì dire. La risposta fu un inintelligibile mormorio che proseguì per parecchi secondi.

«È qui e sta bene. Per ora.»

Pausa.

«Voglio che la conferenza sia annullata e che tutti i numeri della rivista in cui si parla del Teorema siano ritirati. Questa bestemmia non può essere tollerata.»

La pausa si protrasse più a lungo, stavolta.

«Nessun’altra condizione. Le richieste non sono negoziabili» concluse, chiudendo la comunicazione.

La donna, che doveva essere tra i 40 un po’ sbattuti e i 50 ben portati, gli girò attorno e si sedette su un’altra delle sedie polverose, tenendo il telefono nella sinistra e la pistola puntata verso il suo torace.

Niente più danni cerebrali, ora, solo un foro pulito all’altezza del 4º o del 5º spazio intercostale, un’emorragia massiva e un rapido arresto cardiaco. La mano, dalle unghie lunghe dipinte di rosso scarlatto, era fermissima.

«Quello che hai chiesto è impossibile» le disse. «Non si possono cancellare le idee.»

«Ti stai sopravvalutando» rispose lei con una smorfia. «Migliaia di buone intuizioni vengono sepolte ogni anno.»

«Ma non con le minacce. Ormai l’ho pubblicato, e anche se la Rivista Internazionale di Matematica e Coscienza non è la pagina ufficiale di Uomini e Donne, di certo centinaia, forse migliaia di persone avranno letto l’articolo.»

«Ti stai contraddicendo. Prima hai detto che il tuo lavoro lo conoscono forse 200 matematici al mondo, ora affermi che è troppo tardi per rimettere il coperchio sulla pentola. O quello che hai scritto è importante oppure non lo è.»

«Per qualche addetto ai lavori forse conta qualcosa, ma non è certo la teoria della relatività.»

«Ti sbagli» tagliò corto lei. «Perché l’hai fatto?» aggiunse poi, con quella che gli parve sincera curiosità. La fronte pallida era coperta da minuscole goccioline di sudore.

«In che senso perché? Vuoi sapere perché mi sono posto il problema?»

«Sì.»

Dalle corda, si disse. Finché è impegnata ad ascoltare probabilmente non sparerà.

«Quattro anni fa mia madre è morta in un incidente stradale» cominciò, rendendosi improvvisamente conto con una certa sorpresa che nessuno gli aveva mai fatto quella domanda. «Un incidente assurdo, che ha richiesto una serie incredibile di coincidenze infilate l’una dopo l’altra come perline in una collana. Sarebbe bastata una spinta minima, impercettibile, per impedire che si verificasse, e invece è accaduto. Una specie di miracolo alla rovescia.»

«E in che modo questo ti avrebbe convinto della non esistenza di Dio al punto da postulare il teorema?»

«Hai mai assistito a un miracolo?»

«No.» La risposta arrivò quasi contemporaneamente all’ultima sillaba della domanda. Decisamente troppo in fretta.

Exploring the Unknown by @Photontide

«Io ho letto molto sui miracoli, anche se non sono credente. A parte qualche guarigione inspiegabile, che non implica necessariamente un intervento divino quanto piuttosto la nostra ignoranza abissale su un’infinità di cose, non ho mai trovato niente che mi convincesse davvero. Ti sei mai chiesta perché non ci sono casi di persone a cui sia ricresciuto un braccio perso in un incidente? Quello sì che sarebbe un miracolo, eppure non succede mai. Onnipotente significa che può fare tutto, letteralmente ogni cosa, eppure non fa niente. Il mondo è una fogna, decine di migliaia di persone muoiono in mare per fuggire da fame e guerre e un’infinità di altre festeggiano e augurano buon appetito ai pesci senza nessuna vergogna, i nostri politici, senza eccezioni, soffrono di disturbo narcisistico della personalità e pensano solo al loro tornaconto immediato, stiamo facendo a pezzi il pianeta un sacchetto di plastica alla volta, e Dio, se esiste, guarda senza fare niente. Quindi, o al nostro Dio non frega niente di noi oppure non esiste e, detto tra noi, preferisco la seconda ipotesi.»

«Nessuna di queste argomentazioni è originale.»

«Non pretendo che lo siano, ma la realtà è sotto gli occhi di tutti.»

«Ti faccio una domanda: se domani tu avessi la prova inconfutabile, assolutamente inconfutabile, che a qualcuno è ricresciuto il braccio che aveva perso, diventeresti credente?»

Tocci rifletté seriamente per qualche secondo prima di rispondere.

«No.»

«Continueresti comunque a cercare una spiegazione razionale.»

Era un’affermazione, non una domanda, ma Tocci rispose ugualmente.

«Sì.»

«Per cui hai proposto un teorema che nega la possibilità che esista un essere onnipotente.»

«Questo ti disturba?»

«La scelta dei termini è infelice. Non è che mi disturbi: mi terrorizza, mi strappa via a morsi, mi corrode dentro.»

«Ma perché? Se hai fede, nessuna prova, per quanto inconfutabile, e soprattutto niente di quanto io possa dire o fare, potrà mai togliertela, neanche l’eventuale dimostrazione del mio teorema, che comunque è ancora ben lontana dall’essere trovata. L’ho pubblicato un anno fa e non è arrivata una sola soluzione anche soltanto parzialmente valida, e se sei qui lo sai perfettamente.»

L’obiettivo della conferenza, infatti, era rinnovare l’interesse intorno al problema proposto dal matematico iconoclasta Luigi Tocci, il cavaliere nero, com’era noto nell’ambiente per la sua abitudine di indossare solo il colore che rappresentava l’assenza di colore, così come il suo teorema postulava l’assenza di Dio. Il soprannome era opera di un giornalista specializzato in divulgazione scientifica cui piacevano un po’ troppo i fantasy, che in quel modo aveva cercato di dare appeal a una materia solitamente considerata molto arida. A quanto pare, c’era riuscito in un modo che certamente non aveva previsto.

L’anno prima, grazie al teorema di Dio, come era stato subito ribattezzato, le vendite della rivista erano triplicate, arrivando a coinvolgere anche moltissimi non addetti ai lavori, e quest’anno, in occasione dell’anniversario, il direttore aveva puntato al bis nel tentativo disperato di salvarla dalla chiusura, anche a costo di provocare la reazione scomposta di qualche fedele offeso.

In quel momento il telefono squillò nuovamente, ma la donna lasciò trascorrere qualche secondo prima di rispondere, quasi come un’amante che non volesse dare l’impressione di essere in attesa di una chiamata.

«Sì» esordì,. «Ha ottenuto l’ok dell’editore? Ha fatto molto in fretta, direi, anche troppo, tanto da darmi l’impressione di essere presa per scema. Sta giocando col fuoco, commissario. Non mi sottovaluti, le assicuro che non sarebbe una buona idea.»

Chiuse la comunicazione senza aggiungere altro e posò il telefono sul tavolo impolverato che aveva accanto. Tocci sentì un brivido gelido corrergli lungo la schiena. La sua rapitrice stava forzando la mano ai negoziatori e la cosa non prometteva niente di buono. Durante la telefonata gli era parsa vicina al punto di rottura, ma immediatamente dopo averla conclusa era tornata calmissima.

Come se stesse recitando una parte.

Senza perderlo di vista un istante, infilò la mano sinistra in una grossa tracolla Furla rossa come lo smalto delle sue unghie e ne trasse un fascio di fogli rilegati a spirale, che gli lanciò costringendolo a prenderli al volo.

«Tieni questo» gli ordinò, con un cenno della canna della pistola. «Non credo sia rimasto molto tempo.»

Tocci obbedì, timoroso di contraddirla, e sfogliando le pagine si rese conto che si trattava del suo teorema, sviluppato in modo insolito tramite una matematica che non gli era familiare e di cui non era certo di capire fino in fondo le implicazioni: la prima vera risposta alla sfida che aveva lanciato un anno prima.

«È brillante» disse, emozionato suo malgrado, «pulita, rigorosa ed estremamente elegante. Dovrei rivederla con calma, ma a occhio e croce potrebbe davvero essere la soluzione che cercavo. Quindi tu non sei…»

«Una fondamentalista?» lo interruppe. «Sì, lo sono, ma sono anche laureata in matematica.»

«Allora non capisco.»

«Non serve che tu lo faccia.»

«Spiegami» insistette.

Lei lo guardò e, per un attimo, nei suoi occhi Tocci lesse una solitudine talmente intensa da far male. Represse un brivido con notevole sforzo.

«Perché dovrei farlo?» gli chiese.

«Perché mi interessa davvero saperlo, e perché credo che tu abbia voglia di parlarne. D’altronde mi hai dato questo» disse mostrandole il fascicolo, «quindi almeno fino a un certo punto tu vuoi che io capisca.»

«Non è come pensi, ma tanto non abbiamo niente di meglio da fare.»

«Ti ascolto.»

«Sono orfana» esordì lei, con un sospiro, come se cercare le parole le costasse molta fatica. «I miei genitori biologici mi hanno abbandonata appena nata. Ho cercato di rintracciarli, dopo aver lasciato l’istituto, ma non ci sono riuscita. Del resto, se non mi avevano voluto da piccola, perché avrebbero dovuto pensarla diversamente diciott’anni dopo? Così alla fine ho lasciato perdere. Sai cosa mi ha fatto andare avanti per tutti gli anni dell’istituto? La fede. La speranza che ci fosse un Dio che mi amava.

Sono riuscita a laurearmi lavorando come segretaria, ma al prezzo di non avere più una vita. Anche dopo la laurea continuai a lavorare nella stessa società di assicurazioni, perché nessuno aveva interesse in una trentenne scialba amante dei numeri. Rimasi sola per anni, più di quanti mi piaccia ricordare, finché un giorno incontrai Amanda. Era già malata di sclerosi multipla quando la conobbi, ma nonostante fossi terrorizzata dall’idea di affrontare altre sofferenze, capii che era con lei che volevo stare, nonostante tutto.

Io la amavo e lei moriva, senza che potessi farci niente. Pregai e piansi, piansi e pregai, fino a non avere più né speranze né lacrime. Poi rimasi di nuovo sola. La mia vita era solo una serie infinita di rifiuti, fin dalla nascita. Avevo chiesto a Dio una sola cosa, e lui, esattamente come tutti gli altri, me l’aveva negata. Poi arrivasti tu e il tuo problema matematico, che divenne la mia nuova ragione di vita.»

«Non capisco…»

«Se fossi riuscita a dimostrare che non esiste nessun essere superiore, che nessuno aveva deciso deliberatamente di lasciarla morire, forse sarei riuscita ad accettare più facilmente la perdita di Amanda e il totale fallimento della mia vita. Capisci?»

«Non ne sono sicuro.»

Lei lo guardò come una maestra alle prese con uno studente non troppo sveglio.

«Voglio uccidere Dio.»

Lui incassò ogni parola come un pugile messo alle corde. Sul suo teorema era stato detto di tutto, che era blasfemo, che era ridicolo, che era folle, ma nessuno era mai arrivato a considerarlo un’arma.

«È un’idea senza senso» obiettò, deglutendo a vuoto, colpito nonostante tutto.

«Non più del tuo teorema.»

«Che tu però hai dimostrato» ribatté, sventolando il fascicolo. Si chiese quali fossero le reali intenzioni della sconosciuta e quante possibilità avesse di uscire vivo da quella stanza.

«No, non l’ho fatto, ed è proprio questo il punto.»

«Che significa?»

«Ho fatto un buon lavoro, è vero. Come dici tu, è pulito, rigoroso, elegante, ma incompleto, e finché sarà così Dio resterà chiuso in una scatola di Schrödinger, vivo e morto allo stesso tempo.»

«Quindi, secondo te, se qualcuno dimostrasse il teorema, la funzione d’onda di questo universo collasserebbe in una forma che esclude l’esistenza di Dio?»

«Quando, non se» precisò la donna. «E sì, credo sia esattamente così.»

Una pistola matematica puntata alla tempia di Dio.

«Non si può giocare a dadi con l’universo.»

«Lui lo fa ogni maledetto momento.»

Gli occhi le si accesero di rabbia e Tocci si irrigidì sulla sedia, temendo che potesse premere il grilletto inavvertitamente.

«Ammesso che sia come dici» rispose, sforzandosi di non irritarla ulteriormente, «continuo a non capire che senso abbia quello che stai facendo.»

«La mia soluzione è parziale, ma so che è possibile trovarne una migliore, anche se non sarò io a farlo. Qualcuno più brillante di me ci riuscirà.»

«Avresti avuto la mia attenzione anche senza questa farsa da “Re per una Notte”.»

La donna senza nome gli rivolse un sorriso amaro.

«Non capisci, te l’avevo detto. Non sarai tu a dimostrare il teorema. Se fossi stato in grado l’avresti già fatto. Non hai neanche capito cosa non va nella mia soluzione.»

«E chi allora?»

«Uno delle migliaia, forse decine di migliaia di matematici che nei prossimi giorni guarderanno i telegiornali. Quel fascicolo con la tua soluzione diventerà famoso. Tutti vorranno leggerne il contenuto e continuare ciò che tu hai iniziato.»

Tocci sentì del rumore fuori dalla porta. Lo sentì anche la donna, che però non parve curarsene più di tanto.

Un martire della scienza… Una piccola onda è diventata uno tsunami…

«Per quello che vale, mi dispiace tanto» gli disse.

Il rumore secco dell’ariete che sfondava la porta del magazzino sembrò fondersi con quello dello sparo e della granata stordente che rotolò all’interno un istante più tardi, al punto che ebbe la sensazione di essere scaraventato a terra da un muro di suono solido.

Tra la quinta e la sesta costola, pensò, mentre il suo cuore pompava sangue sul pavimento formando una pozza che, correndo lungo le fughe delle mattonelle, arrivò a lambire i fogli che stringeva ancora in mano.

Negli ultimi confusi istanti di coscienza, ormai in pieno shock acustico e prossimo a quello emorragico, vide la donna di cui ormai non avrebbe più saputo il nome puntare l’arma contro la squadra d’assalto, provocando una risposta rapida e letale. Quattro dense fontane di sangue eruttarono dalla sua schiena.

Uno degli uomini vestiti di blu notte si chinò su Tocci, urlando qualcosa nel microfono che portava vicino alla bocca, l’unico particolare della sua fisionomia che, occhi a parte, fosse visibile sotto il passamontagna, ma lui vide solo il movimento delle labbra.

Quando il poliziotto si girò per parlare con qualcuno alle sue spalle, Tocci si trovò davanti il distintivo cucito sulla manica, una spada con l’elsa a forma di uccello rapace coronato, su cui si leggeva il motto Sicut Nox Silentes.

Silenziosi come la notte.

Negli ultimi secondi, che si allungarono come cera fusa, si chiese se il suo teorema sarebbe mai stato dimostrato, e se questo avrebbe davvero significato uccidere Dio.

In ogni caso, tra poco l’avrebbe scoperto.

Quando chiuse gli occhi e il dolore finalmente se ne andò, ad attenderlo trovò una calda luce bianca.

Rino Salvati