La città da un miliardo di abitanti

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La luce dell’alba inondò la stanza. Davanti a lui si estendeva per 500 chilometri il lato est dell’enorme cilindro. La copertura ramata degli imponenti grattacieli del Centro scintillava e dava riflessi corruschi. Dal tetto partivano gli aerei a levitazione magnetica che presto raggiungevano la zona priva di forza di gravità e si spostavano da un quartiere all’altro. Per chi stava sulla superficie, l’effetto gravità era dato dalla rotazione del cilindro interno; un movimento che nessuno, finché restava a terra, percepiva e che appariva invece evidente dagli oblò degli aerei. I Costruttori avevano pensato anche a questo, era importante ricordare che erano all’interno di una astronave, non perdere il ricordo con il passare delle generazioni, non credere che dove si era adesso fosse qualcosa di definitivo. Che fosse l’unica realtà. Instillata fin dall’infanzia era l’idea di una Terra Promessa che sarebbe diventata la casa di un’umanità futura, un giorno lontano.

FINE

Rimase ancora qualche secondo con le dita sopra la tastiera. Lentamente, abbassò le mani e le appoggiò sul tavolo. Chiuse gli occhi. Aveva finito. Il racconto era finito. Non una parola di più e non una di meno. Aprì gli occhi e cercò mentalmente l’inizio della pagina per rileggere. No, sapeva che non era il momento, adesso la cosa da fare era lasciare tutto com’era, calmarsi, far calare il nervosismo. Anche dormire, certo. Che ore si erano fatte? Controllò l’orologio, ma gli ci volle del tempo per capire. Le 5 e 30 del mattino, era l’alba. Spostò indietro la sedia e si appoggiò allo schienale. Sentiva su di sé la tensione che sempre gli veniva dallo scrivere convulsamente, attaccato all’oloscrivente per ore. Quante? non riuscì a fare il calcolo, di certo da prima di mezzanotte. Ce l’ho fatta, pensò, per Giove, ce l’ho fatta di nuovo. Era riuscito anche questa volta a rispettare il contratto, un racconto al mese per La Rivista. Sentiva crescere dentro di sé il compiacimento, a ondate. Lui, di solito così parco nel manifestare sentimenti narcisistici e così insofferente verso chi andava in giro a pavoneggiarsi, si godette quei pochi minuti di giusta soddisfazione. I Costruttori, temendo la noia di un viaggio interplanetario, pensarono bene di potenziare l’inclinazione alla cultura della società e dopo due secoli quello dell’inventore di storie era visto come un lavoro prestigioso. Ma un conto era scrivere e un conto era viverci, bisognava bucare il soffitto di cristallo dei soliti noti che si dividevano fra di loro gli spazi di visibilità. Il suo primo romanzo aveva inaspettatamente ricevuto un buon risultato di vendite e critiche favorevoli, ma sapeva che non poteva definirsi ancora un nome. Il contratto però era l’occasione per affermarsi. La Rivista gli aveva chiesto 10 racconti, uno al mese, con la possibilità di prolungare la collaborazione in caso di risposta positiva dei lettori. E finora doveva dire questa c’era stata. Adesso questo racconto, si disse, era sicuramente meglio riuscito del precedente. Aveva un’idea forte, e aveva saputo svilupparla per più di 7000 parole. Non male, pensò. La cosa che più lo divertiva era che avrebbe potuto benissimo scrivere un seguito e farne col tempo un romanzo o un ciclo di romanzi. Aveva saputo creare un microcosmo in poche pagine, con degli elementi giustamente lasciati senza spiegazione. Questo creava, se ne rendeva conto, o almeno ci sperava, un effetto di curiosità verso gli eventuali sviluppi. Con le mani sul tavolo, non smetteva di guardare il video con le ultime righe del racconto davanti a sé, ma non leggeva, si lasciava visitare liberamente dai suoi pensieri. Alla sinistra del tavolo c’era la foto della sua compagna Odira. L’aveva girata verso la parete per non sentirsi guardato mentre scriveva. Strano lavoro quello dello scrittore, un lavoro da sociopatico, paranoico, non erano permesse distrazioni di sorta, niente telefoni, niente campanello, meglio se di notte, senza fermarsi nemmeno per andare in bagno. Diventava di un’irascibilità incontenibile, se veniva interrotto. Avrebbe saputo essere scrittore anche in una convivenza? Vivere da solo era il meglio per qualcuno che vuole dedicarsi alla scrittura, ma non poteva dedicarvisi sempre, negli altri momenti aveva bisogno di contatti umani; di compagnia, di amore e di svago. Prese la cornice e riportò la foto nella sua posizione originale. Il volto sorridente di Odira lo fece sorridere di riflesso. Per dio, non poteva vivere come un selvaggio su un’isola deserta, viveva in una città di un miliardo di abitanti! Spostò ancora più indietro la sedia e si alzò. Sonno non ne aveva. Era stanco, avrebbe dovuto dormire, ma l’avrebbe fatto solo dopo colazione. Gli ci voleva un caffè e qualcosa da mangiare. Pensò per un attimo di uscire e trovare un bar, ce n’erano di aperti anche a quell’ora nel suo quartiere, ma si ricordò di essere in condizioni abbastanza pietose dopo 2 giorni passati chiuso in casa. Avrebbe dovuto farsi una doccia e radersi. Era invece troppo presto per chiamare Odira. Si passò mentalmente il programma della giornata: colazione, sonno, sveglia verso mezzogiorno, chiamare Odira e organizzare la serata. Una serata fuori casa, vincendo la tentazione di rileggere il racconto. Bisognava in qualche modo festeggiare e, come amava dire, lasciar depositare le parole sulla pagina. Staccarsi mentalmente dal prodotto del suo delirio, per accorgersi poi, a mente fredda, degli errori e delle cadute di tono, che andavano corrette. Si avviò verso la cucina e schiacciò il tasto del caffè sul forno molecolare. Dopo due secondi estrasse la tazza fumante, richiuse e premette il tasto per i biscotti rustici e dopo altri due secondi aprì lo sportello ed estrasse i due grossi biscotti caldi. Si appoggiò al tavolo della cucina e si massaggiò il collo irrigidito dalle ore passate a fissare lo schermo. Sulla parete c’era il simbolo dei Costruttori. Il loro culto era sorto spontaneamente e si era diffuso in tutti gli strati della società. Pensata come una società razionalista, dove tutti portavano lo stesso cognome per simulare una fratellanza universale, era alla fine una grande collettività con tutti i limiti tipici delle varie specie umanoidi conosciute. Ma anche questo tornava utile, il viaggio sarebbe durato altri 10 secoli, in questo lasso di tempo, il vero pericolo era quello di diventare distruttivi tanto da compromettere l’ecosistema dell’Arca. E la noia poteva davvero essere un elemento scatenante dei peggiori istinti. Con la tazza di caffè in mano, si avvicinò alla finestra e fece un gesto sul vetro per togliere la schermatura. La luce dell’alba inondò la stanza. Davanti a lui si estendeva per 500 chilometri il lato est dell’enorme cilindro. La copertura ramata degli imponenti grattacieli del Centro scintillava e dava riflessi corruschi. Dal tetto partivano gli aerei a levitazione magnetica che presto raggiungevano la zona priva di forza di gravità e si spostavano da un quartiere all’altro. Per chi stava sulla superficie, l’effetto gravità era dato dalla rotazione del cilindro interno; un movimento che nessuno, finché restava a terra, percepiva, e che appariva invece evidente dagli oblò degli aerei. I Costruttori avevano pensato anche a questo, era importante ricordare che erano all’interno di una astronave, non perdere il ricordo con il passare delle generazioni, non credere che dove si era adesso fosse qualcosa di definitivo. Che fosse l’unica realtà. Instillata fin dall’infanzia era l’idea di una Terra Promessa che sarebbe diventata la casa di un’umanità futura, un giorno lontano.

FINE

Andy Yeung, Urban Jungle, 2016. La città è Hong Kong