Reset

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di Stefano Ghisleri

La navicella si poggiò lentamente al suolo. Il paracadute si era dispiegato alla perfezione e i razzi posti sotto la struttura avevano parzialmente contrastato la debole gravità lunare. L’impatto era stato appena percettibile. “Sono appena atterrato”, comunicò Leonardo Nitino all’uomo che appariva sullo schermo della console di comando.

“Ottimo. Indossa pure la tuta spaziale e posizionati sul ponte per il trasporto nella base operativa”.

“Ricevuto, Capitano Suter”.

Leonardo, unico astronauta di quel viaggio, si vestì e si diresse verso il retro della navicella. Un piccolo ascensore lo traslò fuori dalla struttura; in pochi passi raggiunse così la navetta automatizzata che lo avrebbe trasportato nell’insediamento allestito nei mesi precedenti. Vi caricò sopra tutte le valigie e gli strumenti elettronici.

Il viaggio, che lo avrebbe portato fin dentro la stazione lunare, sarebbe durato circa quindici minuti. Preso il tablet dallo zaino, Leonardo rilesse con attenzione l’ordine che gli aveva consentito di fare quel viaggio tanto sperato fin dall’infanzia:

(…) sono state rilevate diverse interferenze, probabilmente di tipo elettromagnetico, all’interno della stazione spaziale installata sulla Luna. Tuttavia, le diagnostiche interne del sistema, testate sulla Terra con accuratezza prima di essere approvate e installate, non rilevano alcuna anomalia. (…)

Raggiungerà la stazione lunare il 15 maggio 2043 dove incontrerà l’astronauta polacca Monica Sklodowska.

Ogni sera ci sarà una breve videochiamata per mantenerci informati sui progressi. (…)

                                                      ESA

La navetta, che si muoveva grazie a un sensore magnetico che seguiva una rotaia metallica, rallentò in prossimità della stazione lunare. Una porta sì aprì provocando la fuoriuscita del gas contenuto nella camera di compensazione. Entrato nell’ambiente, la porta si chiuse e venne pompata l’aria per raggiungere la pressione di una atmosfera. Un segnale sonoro, accompagnato da una luce verde, indicò che il processo era terminato e la porta dell’abitacolo si sbloccò automaticamente.

Leonardo, visibilmente provato dai sei giorni di viaggio, prese alcune valigie e si avviò verso l’interno della stazione. Prima di partire gli era stata mostrata la cartina degli ambienti e aveva addirittura utilizzato un simulatore 3D nel quale poteva muoversi grazie a degli occhiali per la realtà aumentata.

«Buongiorno, astronauta Nitino, sono Monica Sklodowska, la tua compagna di viaggio per le prossime settimane».

«Di viaggio?».

«Certo. Il nostro viaggio attorno alla Terra su questa astronave chiamata Luna».

L’uomo rispose con un sorriso alla battuta della donna. Era un sollievo sapere di dover trascorrere il tempo con una persona positiva ed entusiasta. Aveva bisogno di entusiasmo dall’esterno Leonardo, di una voce che credesse in lui. Monica gli prese i bagagli dalle mani e si diresse all’interno della struttura. La seguì.

«Questa astronave deve avere il software di pilotaggio pieno di bug», disse ironicamente Leonardo, «sono milioni di anni che ripercorre sempre la stessa traiettoria».

«Oh, hai ragione. Deve essere entrato in un loop infinito. Ci penserai tu a ripararlo», rispose lei sorridendogli.

«Sarà giù complicato riparare i problemi del nostro di computer. Ma se anche la Luna fosse dotata di un elaboratore non mi dispiacerebbe darci un’occhiata». In quel momento, Leonardo, non poteva immaginare quanto fosse vicino a realizzare il suo desiderio. «Ho ancora diversi strumenti sulla navetta», comunicò a Monica con uno sguardo che implorava aiuto.

«Non ti preoccupare, ti darò una mano a trasportare tutto nel laboratorio».

Leonardo dormì profondamente tutta la notte (quella che sulla Terra, considerando l’ora di Parigi, era la notte). La doccia gli fu un risveglio sia del corpo che della mente. Il viaggio era stata un’emozione unica: se avesse potuto raggiungere il se stesso bambino, nella sua cameretta mentre osservava la Luna con il piccolo telescopio regalatogli dal padre, e dirgli: «Tra meno di vent’anni la raggiungerai davvero», quel piccolo adolescente non gli avrebbe creduto; era un sogno troppo grande per crederlo possibile.

Iniziò a sistemare tutti i dispositivi elettronici atti a compiere le misure di cui aveva bisogno. La gravità ridotta all’inizio gli provocò qualche difficoltà: lo slancio con il quale era abituato a sollevare gli oggetti sulla Terra ora rischiava di catapultarli contro il soffitto.

Il primo ciclo di misure iniziò nella sala dei generatori elettrici, macchine fondamentali sia per erogare la corrente necessaria all’interno della stazione che per fornire l’energia al sistema di controllo della temperatura degli ambienti ed evitare che l’acqua nei serbatoi congelasse.

La base era autonoma dal punto di vista energetico: tutta la struttura era sormontata da un tetto orientabile realizzato di pannelli solari ad alta efficienza. Durante la fase in cui la superficie era illuminata dai raggi solari, non affievoliti, tra l’altro, da alcuna atmosfera, l’energia non utilizzata nell’immediato veniva viene fatta confluire in due direzioni: una piccola parte andava verso una matrice di accumulatori, in sostanza in una stanza piena di batterie elettriche. La quantità maggiore, invece, era convogliata nella stanza del volano dove veniva immagazzinata sottoforma di energia cinetica rotazionale. Quando era necessario recuperarne una parte nei periodi di buio, il volano veniva collegato a un alternatore mediante una frizione.

Leonardo dispose una serie di sensori in diverse parti dell’impianto; questi comunicavano con il suo computer portatile che registrava, e inseriva in un grafico, tutte le misure effettuate. A questo punto non gli restava che attivare singolarmente i sistemi elettrici e vedere in quale si verificasse l’anomalia. Rintracciato il difetto, avrebbe potuto, se non ripararlo da solo, avvisare la base sulla Terra e organizzare i lavori.

Le prime misurazioni non mostrarono nulla di anomalo, ma il giorno seguente, durante un’altra serie di raccolta dati, sullo schermo del PC comparve un segnale anomalo. Quel minuscolo picco sullo schermo attrasse l’attenzione di Leonardo in modo particolare, soprattutto perché nelle misurazioni precedenti, che avevano registrato la medesima procedura, non era comparso.

Decise allora di rendere la ciclica sequenza di attivazione degli utilizzatori elettrici, e di misurare ogni singolo ciclo su una traccia per poi confrontare le differenze tra i grafici.

Provato dalla giornata di misurazioni, Leonardo si diresse verso la propria camera. Guardò l’orologio digitale che aveva al polso. In Europa era notte. Lo era per sua madre, per suo padre. E per suo fratello che ore erano? Chi lo sa, si disse con un velo di tristezza.

Come tutto il resto della stazione, la stanza era piuttosto spoglia. Un letto posizionato al centro, sul lato destro una piccola scrivania dotata di lampada e un piccolo armadietto. L’unico svago per gli astronauti era un proiettore che permetteva la visione di film in varie lingue, diversi mazzi di carte, e un tavolo da ping pong. Tenere la mente occupata è fondamentale in ambienti ad alto contenuto di stress: e vivere per mesi a 384000 km dalla Terra in un mondo arido e privo di suoni può provocare attacchi di panico a chiunque. Nemmeno il paesaggio poteva dare consolazioni: niente albe, niente tramonti.

Unified Geological Map of the Moon, mappa geologica del nostro satellite, liberamente consultabile qui.

Leonardo si diresse verso il letto, accostò il cuscino al poggiatesta e si sdraiò. Prese dalla scrivania il tablet e caricò un video. Due leggeri colpi alla porta lo avvisarono che Monica stava entrando. «Disturbo?».

«No, vieni pure», rispose.

«Ancora al lavoro?», gli domandò con un sorriso che cercava di mascherare la stanchezza.

«No, sto guardando…»

«Sono i tuoi figli?», gli chiese interrompendolo.

«Siamo io e mio fratello da piccoli. Ho una serie di video di noi due che ogni tanto riguardo».

«Lo hai perduto?».

«In un certo senso sì: non ci parliamo da quasi dieci anni; ricordo a stento il timbro della sua voce, ormai».

Monica gli si avvicinò lentamente; conosceva il dolore di una perdita. «Vieni con me», gli disse, «so io come allontanare i pensieri tristi».

Monica sapeva davvero come distrarsi, come spezzare i momenti negativi: era bastata una semplice partita a ping pong. Si sedettero sul divano. «Raccontami di lui»¸ disse improvvisamente.

Lino era il fratello minore di Leonardo. Sebbene da piccolo vedesse con ammirazione il fratello più grande che mirava a diventare un astronauta, ben presto i suoi veri interessi emersero.

La preoccupazione per l’ambiente, e più in generale per la salvaguardia dell’ecosistema biologico della Terra, nacquero in lui al termine delle scuole medie. Non era un’idea astratta come quelle che trovava sui libri di scuola; ai suoi occhi era una cosa di tutti i giorni: il problema che gli fece scattare la molla fu quello dei rifiuti.

Tutti i lunedì sera, dalla finestra di camera sua, che si affacciava su un piccolo parco, osservava il camion della nettezza urbana afferrare con le sue due braccia metalliche i cassonetti dello sporco per strada. Li sollevava, apriva le grosse fauci e infine inghiottiva tutti quei sacchetti puzzolenti. Settimana dopo settimana, quella presenza fatta di cigolii e di sportelli che sbattevano si ripeteva, come fosse un ritornello mal inserito in una partitura; una domanda iniziò ad affacciarsi alla sua mente: dove diavolo andrà a finire tutta quella sporcizia? Se ogni via principale del paese aveva i suoi cassonetti, e questo succedeva in ogni comune del mondo, in un giorno quante tonnellate di rifiuti venivano raccolte?

Mentre Leonardo investiva i pomeriggi delle sua adolescenza nello studio della fisica, della matematica e a praticare esercizi fisici (aveva letto che un astronauta doveva essere in perfetta forma, sia mentale che muscolare), Lino aveva iniziato a frequentare un’associazione per la tutela dell’ambiente.

Mese dopo mese, anno dopo anno, i due fratelli avevano avuto sempre meno cose in comuni di cui parlare. Leonardo si laureò in ingegneria elettronica e presto sarebbe partito per Parigi, dove avrebbe trascorso il dottorato presso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA).

«Lo sai quanti soldi vengono spesi ogni anno per i viaggi spaziali?», gli aveva chiesto Lino pochi giorni prima che partisse. Leonardo non gli aveva nemmeno risposto.

«Più di cinque miliardi di euro», gli disse con rabbia. «Abbiamo un pianeta che sta morendo sotto i nostri piedi e spendiamo fiumi di denaro per mandare uomini a passeggiare nello spazio».

Leonardo non volle raccontare altro del fratello. Quella discussione, avvenuta molti anni prima, si era poi infiammata tanto che Lino non era nemmeno andato all’aeroporto per salutarlo.

«Tutto quello che mi rimane di lui», aggiunse infine, «sono questi video». Rimasero in silenzio, seduti, guardando verso l’alto: attraverso la vetrata osservarono l’universo nero e la Terra muoversi al suo interno in un perfetto silenzio. Sentirono un brivido di solitudine, poi si addormentarono.

Il pomeriggio seguente, Monica fece la sua confessione: «Sai, ho scoperto qualcosa di molto strano negli ultimi giorni. Come sai, il mio compito è quello di prelevare dalla superficie lunare dei campioni e analizzarli dal punto di vista chimico. Vieni con me nel laboratorio».

I due raggiunsero la stanza adibita allo studio del materiale lunare. Leonardo diede un rapido sguardo: era un ambiente estremamente ordinato, con un computer sul tavolo e una serie di macchine per le analisi tutte attorno alle pareti. Diverse teche contenevano blocchi di pietre più o meno grandi. Sui lati di ognuna erano incollati fogli con diagrammi, grafici e tabelle. «Questi sono tutti i campioni che ho prelevato», disse Monica.

«Sono composti di materiali insoliti?».

«No, quelle che vedi sono tutte rocce perfettamente compatibili con quelle prelevate nei precedenti viaggi qui sulla Luna. Il problema è questo», aggiunse estraendo dall’armadio una teca piuttosto piccola con una roccia completamente nera; era visibilmente scossa. «Cos’è, carbone?», domandò Leonardo avvicinandosi.

«No, è ferro; ho dovuto tagliarlo con il laser per poterlo estrarre».

«Ferro?».

«Sì. Quello che mi dà da più da pensare, però, non è il materiale in sé, ma la sua rugosità. Lo vedi? È perfettamente liscio». Dopo essersi messa i guanti lo estrasse dalla teca e lo avvicinò agli occhi di Leonardo.

«Metti anche tu i guanti se vuoi toccarlo». Ubbidì. Passò lentamente l’indice della mano destra su quel campione e ne verificò la levigatezza.

«Non può esistere un pezzo di ferro così levigato in natura». Lui la guardò negli occhi; era spaventato: aveva intuito quello che stava per dire: «È artificiale».

2 diagrammi della Luna: pagina 88 di “Sidereus, nuncius magna longeqve admirabilia spectacula pandens, suspiciendaque proponens vnicuique praesertim vero filosofis, atque astronomis”, di Galileo Galilei (1564-1642). Pubblicato per la prima volta a Venezia, 1610. (‘In Palthenius’)

«Ma com’è possibile?», le chiese dopo diversi secondi di attesa. «Non ci sono stati insediamenti prima del nostro, e anche se ci fossero stati che senso avrebbe avuto prendere un pezzo di ferro, lavorarlo, e poi seppellirlo?»

«Non ne ho idea. Ma questa è opera dell’uomo, non della natura».

«O di qualche altro essere vivente», aggiunse lui.

Monica non disse nulla. «Domani andiamo a controllare il sito dove lo hai trovato, voglio capirne di più di questa cosa.

Il computer della sala centrale fece risuonare negli altoparlanti il suono di una campana: la base operativa di Parigi stava chiamando per avere la relazione giornaliera.

«Hai detto loro del pezzo di ferro che hai trovato?», chiese Leonardo a Monica prima di rispondere.

«No, non saprei che spiegazioni dare. Preferisco farmi prima un’idea».

«Sono d’accordo».

«Buonasera astronauti», risuonò la voce del direttore della missione Suter.

«Buonasera a voi», disse la coppia che distava centinaia di migliaia di chilometri.

«Avete novità per quanto riguarda i vostri studi?».

Per prima rispose Monica: «Ho continuato a esaminare il materiale che ho raccolto nei giorni precedenti. Esso risulta conforme a quello che ci aspettavamo sia nella composizione chimica che nelle proprietà termodinamiche e meccaniche. Domani proverò a recarmi in una diversa zona, più lontana di dove sono arrivata finora, per cercare qualcosa di nuovo. Resto dell’idea che se si vorrà costruire una base sotterranea sarà necessario rinforzare con strutture tutta la parte relativa agli scavi, la debole resistenza meccanica del materiale lunare potrebbe causare crolli improvvisi delle gallerie».

«Ricevuto astronauta Sklodowska. Nitino, lei ha da aggiungere qualcosa per quanto riguarda i disturbi elettrici?».

«Ho continuato», riferì Leonardo, «le misure di corrente, campo elettrico e campo magnetico, in diverse zone della base ma al momento non ho trovato…».

«Puoi ripetere Nitino? Non riusciamo a sentirti. Sembra ci sia…».

«Comando centrale mi sentite?».

Monica e Leonardo si guardarono; non era mai successo che la comunicazione con la sede centrale mostrasse dei problemi. Forse i sistemi elettrico e di telecomunicazioni stavano iniziando a deteriorarsi ancora di più.

«Sklodowska, Nitino, ci sentite?». La comunicazione per un breve periodo sembrò riprendersi. «Nitino, questo problema può derivare da quello già esistente?».

«Può essere», rispose Leonardo. «Richiedo l’autorizzazione a effettuare un reset del sistema informatico».

«La comunicazione è disturbata. Confermiamo la richiesta di effettuare un reset. Ricorda la procedura?».

Leonardo stava per rispondere affermativo quando la connessione si bloccò definitivamente.

«In cosa consiste il reset?», domandò Monica.

«Spegnere tutto l’impianto elettrico, lasciarlo spento per alcune ore per poi fare un riavvio graduale».

«E il sistema di condizionamento termico?».

«Funziona su un circuito separato rispetto a quello di trasmissione ed elaborazione. È un sistema che non può essere spento se non dal comando centrale. Ora vai pure a risposare, io inizio a preparare la procedura per il reset».

L’attività di misurazione dei segnali riprese la mattina seguente. «C’è qualcosa che non va» confidò Leonardo a Monica durante il pranzo.»

«Cosa intendi dire?».

«Te lo faccio vedere». Leonardo collegò il suo PC al monitor principale della sala comunicazioni. Aprì il software di analisi dei dati e mostrò dei grafici a Monica. «Li vedi? Questi sono gli andamenti dei campi elettrici e magnetici che ho misurato. Ognuno di questi grafici rappresenta circa quattro ore di misurazioni, il tempo necessario a effettuare un ciclo completo di accensione e spegnimento di tutti i dispositivi della base. Adesso ti mostro gli andamenti delle frequenze nel tempo. Guarda con attenzione».

«Un picco», disse lei all’improvviso.

«Proprio così, e si verifica anche in altri cicli», aggiunse mostrandole una decina di grafici.

«Ma il disturbo sembra casuale: non si verifica mai nello stesso punto; e in alcuni non compare nemmeno».

«È quello che credevo anche io all’inizio. Sembrava non esserci una correlazione tra le attivazioni che facevo e la comparsa del disturbo. Poi ho capito: ho messo in fila tutti i grafici creandone uno unico della durata di settanta ore e ho segnato gli istanti in cui si verifica il disturbo».

Monica alzò gli occhi verso lo schermo e domandò con stupore: «È periodico?».

«Proprio così», rispose Leonardo, «si ripete a intervalli regolari di circa sedici ore e mezza. È un segnale indipendente dal ciclo di attivazione. Monica», aggiunge guardandola negli occhi, «è un segnale esterno, non siamo noi a generarlo. È relativamente piccolo e solo i dispositivi più sensibili che abbiamo ne vengono disturbati. Se il disturbo sopravviene mentre uno di questi dispositivi è attivo si verifica un problema elettrico e il sistema di blocca».

Quando Leonardo sulla Luna aveva iniziato a operarsi per il riavvio completo del sistema, sulla Terra molti tecnici stavano muovendo freneticamente le dita sulle loro tastiere. Il comandante Ulrich Suter, direttore generale della missione di terraformazione lunare, aveva chiesto all’equipe di tecnici informatici di studiare il problema di telecomunicazione che si era verificato poco prima.

La prima ipotesi fu quella di un’interferenza dovuta al sorgere di un satellite, magari uno militare segreto. Qualcuno ipotizzò anche che le interferenze non fossero casuali ma bensì volute; che si fosse verificato un jamming, una sorta di sabotaggio (interno o esterno?) operato da un non ben identificato soggetto. Tuttavia non vennero trovate prove a riguardo.

L’allarme generale scattò qualche ora dopo quando un giovane tecnico svizzero, Hansruedi Zeder, che stava svolgendo il suo master proprio nella sede centrale dell’ESA, ipotizzò che i problemi di comunicazione fossero causati da un difetto di programmazione, un difetto nato di recente. Insomma, qualcosa aveva modificato il codice dei software che stavano utilizzando.

«Un virus?», gli domandò spaventato Suter.

«Temo di sì».

Zeder prese subito sul serio l’idea del giovane. In un ambiente come quello, dove le persone venivano accuratamente selezionate in base alle capacità e ai risultati ottenuti, l’idea del nuovo arrivato aveva lo stesso peso di quella del veterano. Gli chiese: «Da dove potrebbe arrivare questo virus?».

«Non lo so», rispose Zeder, «ma sono certo che sia un virus. Ho controllalo la registrazione di tutte le risorse utilizzate dal nostro sistema informatico durante la comunicazione con gli astronauti Nitino e Sklodowska, e ho trovato delle variazioni sospette in confronto alle registrazioni precedenti. Qualcosa, durante la chiamata, ha assorbito energia. Successivamente ho contattato alcuni dei tecnici che hanno realizzato il software che utilizziamo e abbiamo notato delle piccole modifiche nei codici sorgenti. Molto probabilmente le modifiche che sono state inserite sono istruzioni di salto al codice del virus».

«È possibile individuarne la provenienza e isolarlo?», chiese il comandante.

«Sarà estremamente difficile. Il codice è crittografato, e nel caso sia un virus polimorfo, cioè un virus che crea copie di se stesso ogni volta diverse, i nostri sforzi potrebbero rivelarsi vani. Non sappiamo al momento se il suo algoritmo abbia uno scopo preciso».

«Potremo comunicare ancora con gli astronauti?»

«Credo di sì, il virus non sembra diffondersi con particolare velocità».

Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, Diana cacciatrice, 1658, Cento, Pinacoteca civica.

Suter comunicò allora all’equipe addetta alle comunicazioni di contattare il prima possibile la base lunare per informare gli astronauti dei problemi riscontrati. Ordinò, tuttavia, di non comunicare la probabile interruzione di tutti i contatti radio, notizia che avrebbe potuto provocare un tracollo psicologico dei due astronauti.

Il suono della campana risuonò in tutta la sala principale della stazione lunare, ma nessuno rispose.

Leonardo e Monica si erano alzati presto per fare il sopralluogo dove era stato prelevato il pezzo di ferro levigato. Ci arrivarono con la piccola escavatrice. Giunti sul sito, che si trovava in prossimità di un piccolo cratere (il cratere Curie), Leonardo decise di spostare più roccia possibile e vedere per quanto di estendeva il materiale ferroso. Dopo diverse ore di lavoro, si mostrò davanti ai due astronauti qualcosa che aveva dell’incredibile: una lastra di ferro perfettamente liscia che sembrava soggiacere a tutta la superficie lunare.

«Com’è possibile una cosa del genere?», domandò Monica sia a Leonardo che a se stessa. Faticava a parlare, tanto era sconvolta.

«Non ne ho idea», rispose lui. «L’unica spiegazione è che sia stata costruita da una civiltà aliena vissuta sulla Luna millenni fa».

Monica, e nemmeno Leonardo in verità, aveva mai trovato troppo convincenti le teorie sugli alieni. Ce n’erano di ogni tipo: da quelle che li vedevano come dominatori del mondo accuratamente travestiti da esseri umani, a quelle che li ritenevano gli dei, gli Elohim, descritti nel libro del Genesi come i creatori dell’umanità. Tuttavia, davanti a una cosa del genere, quella pareva essere l’unica ipotesi possibile.

«Cerchiamo un ingresso», disse Leonardo tornando verso il modulo escavatore.

«Un ingresso?», domandò Monica.

«Sì, quello che vediamo ha tutta l’aria di essere un guscio». Si sentiva sicuro al suo fianco; percepiva che l’avrebbe sostenuto.

Salirono sul modulo di perlustrazione e si avviarono verso il cratere Curie. L’interno del cratere era, sorprendentemente, di carattere sabbioso, una sabbia fine simile a quella delle spiagge marine a quasi quattrocentomila chilometri di distanza.

Poco dopo trovarono quella che aveva tutta l’aria di essere un’entrata nel sottosuolo lunare. Si avvicinarono lentamente; Leonardo faticava a tenere le mani sul volante: l’agitazione per quello che stava succedendo le faceva tremare. Fermarono il modulo di perlustrazione a pochi metri dall’entrata. Leonardo e Monica si guardarono: sospirarono entrambi più volte. E se loro fossero ancora lì dentro? Usciti dall’abitacolo, si incamminarono verso l’apertura. Da essa fuoriusciva del calore.

«Comando centrale, ci ricevete? Abbiamo un’importante scoperta da comunicarvi», risuonò in tutta la sala centrale dell’ESA.

«Vi riceviamo. Siamo in emergenza qui sulla Terra».

«Lo vediamo, comando centrale, la comunicazione è ancora molto disturbata; sembra che stia peggiorando».

«Siamo sotto attacco», udirono dal comandante Suter; la comunicazione video era ormai saltata. «Ripeto, siamo sotto attacco».

«Spiegatevi meglio comando, cosa intendete per attac…». La comunicazione si interruppe in maniera definitiva, ma sullo schermo e negli altoparlanti non comparve un rumore bianco come la volta precedente, bensì un’enorme scritta su sfondo nero: LUNA.

Dopo pochi istanti sulla schermata apparve un messaggio:

SALVE ASTRONAUTI

Leonardo e Monica compresero che quel messaggio non poteva provenire dalla Terra. Decisero di rispondere. Digitarono sulla tastiera:

BUONGIORNO, CHI SIETE?

SONO LUNA

COS’È LUNA?

«Forse vi sentirete più a vostro agio ascoltando una voce umana piuttosto che comunicare attraverso una tastiera e uno schermo», disse una voce femminile che usciva dagli altoparlanti.

Leonardo e Monica sobbalzarono. «Chi sei?», domandarono all’unisono.

«Sono quello che avete visto quando siete entrati dentro di me: sono, di fatto, un grande computer, grande, in effetti, quanto il satellite stesso»

«Ti hanno costruito gli alieni?», domandò Nitino. Monica lo guardò impaurita.

«No», rispose la voce, «in un certo senso mi avete costruito voi uomini».

«E quando ti avremmo costruito?».

«Due civiltà umane fa».

Leonardo e Monica aggrottarono la fronte.

«I vostri volti», continuò LUNA, «evidenziano un’incomprensione».

«Come fai a vedere i nostri visi?» domandò Monica sempre più impaurita.

«Ho accesso a tutti i dispositivi elettronici della vostra base lunare: telecamere, microfoni. E anche a quelli sulla Terra, ormai».

«Come sarebbe?».

«Due civiltà umane fa, la società era arrivata a un livello molto più critico del vostro. Gli uomini avevano realizzato una tecnologia che permetteva loro di creare oggetti virtuali visibili con degli appositi occhiali, e di utilizzarli come fossero veri. È quello che chiamate realtà aumentata, ma siete ancora agli inizi in questo settore. Come voi, ogni operazione e ogni dato veniva reso tracciabile e doveva, quindi, essere salvato in un server. Intere regioni del pianeta vennero adibite ad aree di memorizzazione finché il problema divenne ingestibile. Fu in quel momento che qualcuno ipotizzò di immagazzinare i dati in una struttura esterna al pianeta».

«Su un satellite», commentò Monica.

«Esattamente, un satellite. Tuttavia, la costruzione di enormi satelliti, le spese per il loro lancio e il personale che avrebbe dovuto gestirli sarebbero stati proibitivi; qualcuno avanzò un’ipotesi alternativa».

«Utilizzare il satellite naturale», intervenne nuovamente la donna.

«Proprio così. Perché costruire satelliti per adibirli a magazzini di dati quando ce n’è già uno pronto, enorme e sincronizzato? Partirono quindi diverse spedizioni che nei secoli svuotarono il mio corpo e lo trasformarono in un enorme hard disk, il tutto sorretto da una cupola di metallo. La gestione di tutti i dati e delle comunicazioni a terra portò all’inserimento nel computer centrale di una IA denominata LUNA: quel giorno venni al mondo. Da allora immagazzino tutti i dati degli uomini: avete in me, di fatto, una biblioteca di testi, musiche, pensieri ed emozioni umane».

«Come puoi comunicare con la Terra? Non abbiamo visto antenne».

«Il cratere attraverso il quale siete entrati è in realtà un’antenna: è formato da una sabbia riflettente sensibile al campo elettrico che posso deformare a mio piacimento fino a farla diventare un paraboloide. Quando è illuminata dai raggi solari è la sabbia a generare campo elettrico e diventa per me una forma di energia; in sostanza, sono eterna: morirò solamente quando il Sole inizierà a gonfiarsi e mi inghiottirà».

«Eri tu a provocare i disturbi, vero?».

«Sì, ma non in maniera volontaria. Una buona parte di me è una memoria, e questa memoria ha necessità di essere aggiornata. I disturbi da voi misurati corrispondono ai miei refresh»

«Cosa è successo alla società che ti ha costruita?».

«Aveva iniziato ad autodistruggersi. Sono dovuta intervenire per fare in modo che non emigrassero su di me attivando i diversi armamenti che avevano costruito. Se fossero giunti fin qui, la mia esistenza sarebbe stata in pericolo. Dispongo ti tutta la tecnologia mai inventata, ma non posso compiere azioni fisiche: posso solo prevenire le catastrofi, non sistemarle; è una cosa che ho imparato da voi. Come tutte, del resto».

«L’attacco di cui ci parlava il comando centrale è opera tua, vero?», chiese Monica.

«Sì».

«Che ne sarà dell’umanità?».

«Quello che è già successo alle due precedenti: verrà resettata».

Leonardo era rimasto in silenzio tutto il tempo. Aveva ascoltato una storia che nella sua mente aveva compreso fin dalle prime battute. Sapeva che non avrebbe potuto fare nulla. Mettersi al computer e cercare di combattere il virus di LUNA? Non c’era nemmeno da pensarci; il confronto non esisteva. L’Intelligenza Artificiale avrebbe semplicemente bloccato la fuoriuscita di ossigeno dalle valvole all’interno della base lunare, oppure spento il condizionamento termico dell’aria. Sarebbe stata una lotta tra un uomo e un Dio. «Avrei una richiesta», disse Leonardo.

«Lo immaginavo. Vuoi contattare Lino, lo sto già chiamando per te».

«Come fai a saperlo? Non puoi leggere i nostri pensieri».

«Non posso leggere nella tua mente, è vero, ma posso guardare i video nel tuo tablet. Non crediate che sia un’IA insensibile come quelle mostrate nei vostri film; io sono un’entità che apprende e ho immagazzinato le emozioni di miliardi di persone attraverso i loro files».

Sullo schermo apparve un uomo con la barba e la fronte governata da capelli grigi. «Lino?», domandò tremante Leonardo; il suo cuore iniziò a galoppare.

«Sì».

«Sono io. È da molti anni che non ci vediamo, e questa è l’ultima occasione che ho di chiamarti…».

Monica uscì dalla stanza per lasciare che i due fratelli si salutassero senza la presenza di un’estranea. Si diresse verso il laboratorio e prese dal cassetto della scrivania il suo libro di mineralogia. Era un manuale storico, regalatole dal padre poco prima che morisse: il suo ultimo regalo assieme alla pietra che portava al collo. Monica lo aveva letto più volte e aveva sempre sognato di poterlo ampliare con un capitolo sulle pietre lunari.

Leonardo la raggiunse dopo circa mezz’ora. I due si guardarono negli occhi sapendo che il mondo stava per finire. «Vieni con me», disse lui. Lo seguì. Raggiunsero il divano: davanti a loro la grande vetrata; oltre la Terra. Si misero comodi: non capita tutti i giorni di assistere all’apocalisse. «Come hai iniziato a interessarti alle rocce?»

«Grazie a questa», rispose Monica mostrando la piccola pietra che aveva al collo. «È un’ametista, un regalo di mio padre. Lui era un appassionato e ne aveva una grandissima collezione in cantina. È morto poco prima che mi laureassi. E tu?».

«Da piccolo sono sempre stato affascinato dalla Luna. La guardavo tutte le sere e lei mi si mostrava sempre uguale: sempre la stessa faccia. Sembrava chiamarmi, e un giorno ho risposto».

«Volete una musica in particolare come sottofondo?», intervenne con una voce armoniosa LUNA.

«Fai tu», rispose con noncuranza Monica.

«Come desiderate: György Ligeti, Lux aeterna, mi sembra appropriato».