Che cosa grottesca!

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Considerare accettabile l’indecenza di espressioni volutamente sbracate non è impossibile, ma almeno innaturale per le menti lineari orientate verso i modelli canonici del bello, del chiaro e del giusto. Parliamo dell’astrusità del grottesco come categoria estetica, un genere “degenere” o forse, in un prossimo futuro, un “trattamento” che si dovrà riservare, per legge, ai più disparati testi, dal comico al tragico, esaltandone gli aspetti goffi e bizzarri, proprio per restare fedeli allo spirito delle epoche sfatte che ci attendono.

Planet Terror

Scena da “Planet Terror” di Quentin Tarantino

Non di rado capita proprio al sottoscritto di riscontrare in ciò che scrive una sproporzione tra sostenutezza della forma e risibilità del contenuto, caratteristica questa tra le più fondanti per il genere. Può essermi di consolazione ricordare che il grottesco, già presente in età classica (Luigi Pulci, autore del “Morgante”, e  il mantovano Teofilo Folengo che sotto diversi pseudonimi diede vita al “Macaronicon” e al “Caos del tri per uno”), è riuscito forse a calci nel sedere ad essere sussunto come categoria del gusto in

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Illustrazione dell'”Opus macaronicum” di Merlin Cocai, alias Teofilo Folengo

epoca romantica, quando la bruttezza buffonesca, secondo Victor Hugo simbolo dell’animalità che resta nell’uomo, fu riconosciuta come elemento artistico, opposto sì per definizione al sublime, che dell’uomo costituisce la parte divina, ma ad esso complementare. A questo proposito il torto dei romantici fu di aver ampliato fin troppo la definizione, secondo alcuni, col rischio di includervi, come è successo nell’opera di Théophile Gautier (scrittore e critico d’arte articolista per “La Presse”, nell’Ottocento e ardente difensore del Romanticismo) “I grotteschi”, scrittori semplicemente irregolari o

Gautier - Les grotesques

Un’edizione francese contemporanea de “I grotteschi”, di Théophile Gautier (1811-1872)

eccentrici e autori del Seicento che per il loro gusto barocco risultavano anticipatori di tendenze “spontaneistiche” romantiche.

A titolo esemplificativo riportiamo l’incipit dell'”Opus Macaronicum”, ma non prima di aver specificato che il maccheronico era, in antitesi rispetto al latino e al volgare, un linguaggio artificiale, costituito da un lessico in parte dialettale, in parte latino, che con tutta probabilità presentava qualche difficoltà di comprensione già illis temporibus.
Mi è venuta la fantasia – proprio una bella fantasia – di raccontare la storia di Baldo con le mie grasse Camene. La sua fama risonante, il suo nome gagliardo fa venire ancora la tremarella alla terra e la voragine infernale, nella sua nera paura, si caga sotto. Ma per prima cosa, bisogna invocare il vostro aiuto, o Muse che spandete la bell’arte macaronica”.

Il termine “grottesco” originariamente fu coniato, al femminile plurale, per indicare le decorazioni parietali rinvenute per la prima volta nei sotterranei (grotte) della Domus Aurea di Nerone, rimessi in luce alla fine del XV secolo. Le grottesche rappresentavano forme vegetali bizzarre, curiose figure umane e animali fantastici, riprodotti spesso con tinte vivaci. Durante il Cinquecento, chi utilizzava questo tipo di decorazione causava irritazione in molti teorici dell’arte, tra i quali il Vasari, che disprezzando le grottesche le definì “pitture licenziose e ridicole molto”. In effetti le grottesche, essendo caratterizzate dalla totale negazione dello spazio, e soprattutto dalla presenza di esseri ibridi e mostruosi, mentre di contro erano prive di riferimenti intellettuali, furono considerate opere di puro libertinaggio. Le figure, esili ed estrose, sono molto colorate e danno origine a cornici, effetti e decorazioni geometrici e naturalistici, intrecci e quant’altro,

Grottesche

Marco da Faenza, Decorazione grottesca, fresco detail, 16th century. Palazzo Vecchio, Florence (Ugo Muccini and Alessandro Cecchi: Le Stanze del Principe in Palazzo Vecchio, via florenceart.net).

ma sempre mantenendo una certa levità e ariosità, per via del fatto che in genere i soggetti sono lasciati minuti, quasi calligrafici, sullo sfondo in genere bianco o comunque monocromo. Dopo analoghi ritrovamenti nelle terme di Tito, Giovanni da Udine usò questi motivi per affrescare le Logge Vaticane, ma furono adottati anche da fiamminghi, tedeschi e in Francia, nel palazzo di Fontainebleau, per poi passare nell’ arredamento del Settecento, che brulicava di queste creazioni, apparentemente ad onta del razionalismo imperante. In realtà le Wunderkammer erano piene di stranezze di natura di cui i nobili si facevano spedire esempi dalle più remote colonie dell’Impero per dimostrare attraverso di esse, la vastità dei loro possedimenti e l’esclusività dei loro tesori.

Quest’ultima considerazione ci porta a riflettere sul sostrato ideologico di questa categoria estetica: còlto da subitanea celebrità, sulla pagina o in un’effigie, il volto imbelle della figura deforme non riuscirà facilmente ad esibire dignità artistica, ed avendone la sfacciata pretesa, ricadrà appunto nel grottesco, inteso come esasperazione caricaturale del comico. Se il brutto dipende concettualmente dal bello, la caricatura grottesca trapassa in comicità proprio in qualità di riflesso distorto di una matrice positiva, esagera attraverso sproporzioni che la rende ad un tempo degradata ed usurpatrice di un posto in un panorama di stile. Personaggi incontinenti, inclini alla trivialità, sono campioni di grossolanità e chiassonerìa, come Gargantua e Pantagruele.

Gargantua

Gargantua, personaggio creato da Rabelais

E Michail Bachtin, proprio in uno studio su Francois Rabelais, teorizzava che il “corpo grottesco” celebra il ciclo nascita-morte col suo vitalismo legato ai bisogni primari, ma anche con la causticità prodotta dal riferimento al decadimento e alla consunzione.

Ed una personcina adusa a fruire di cultura esiterà a ritrovarsi in uno schema cognitivo (quale ogni genere è) che fa largo uso di licenze anche corporali. Si giunge così alla risata dissociata, quando quasi ci si vergogna di sorridere seguendo Luttazzi o la Littizzetto che

Daniele Luttazzi

Daniele Luttazzi

non esitano a sbrindellare con strappi satirici il mezzo televisivo al fine di sbertucciare gli impuniti, svillaneggiandoli con locuzioni irrispettose nel nome di una giustizia popolaresca barbara e sommaria. Sarà forse il caso di raccomandare, per una tassonomia degli stili contrari al buon gusto, l’“Estetica del brutto” di Karl Rosenkranz, datata 1853 e più volte ripubblicata anche in epoca moderna, nonché “L’età neobarocca” di Omar Calabrese. Ricordandosi che il giudizio estetico è sempre imperfetto, figurarsi quando si ricerca la qualità nello splatter.
Invece, in una raccolta quale “Racconti del grottesco e dell’arabesco” di Edgar Allan Poe, al di là di un’estetica ovviamente un po’ datata, riconosciamo l’indiscussa maestria del genio ottocentesco del brivido nel mettere a punto narrazioni brevi dell’orrore gotico con accenti grotteschi che raggiungono il loro effetto sfruttando fobie singole e collettive nascoste e calandole in contesti in qualche misura comici ma di un comico satirico che Racconti del grottescoinduce alla smorfia amara e al sogghigno angoscioso. Sono storie bizzarre capaci però di ricordarci l’insondabile profondità dell’animo umano e che la sensazione di disagio, estraneità, sottile paura e ironia che caratterizza il genere grottesco può derivare anche da folli ribaltamenti di prospettiva e dall’inserimento di elementi inquietanti in quella quotidianità slabbrata e ridicola che di norma non suscita paura ma un riso sguaiato.

il7 – Marco Settembre

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